Nel saggio "Eloquenza volgare", il linguista Giuseppe Antonelli analizza l'evoluzione del linguaggio della politica, evidenziando come sia scaduto sempre più verso un'eloquenza volgare, rozza e semplificata, che finisce per privare di ogni forza propulsiva la politica stessa

Volgare eloquenza (Laterza), il nuovo saggio del linguista Giuseppe Antonelli, saggista, e conduttore radiofonico, è un’appassionata riflessione su come le parole stanno paralizzando la politica: dall’idea di un popolo bue, discende infatti l’uso in politica di una eloquenza rozza e aggressiva. Dalla Prima Repubblica in poi fra le forze politiche si è generata una corsa verso il basso: le parole, le idee e il dinamismo politico sono ormai intrappolati in questo circolo vizioso regressivo.

Ma Volgare eloquenza di Antonelli rappresenta anche il ritorno per Laterza della collana “Tempi nuovi“: nata alla fine degli anni ’60 per raccontare il fermento intellettuale del periodo, torna oggi con l’intenzione di rinnovare quello sforzo per affrontare il presente. Fra i primi autori protagonisti, oltre ad Antonelli, il sociologo Ulrich Beck e Marco Damilano, vicedirettore de L’Espresso.

volgare eloquenza giuseppe antonelli

Nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, sottolinea Giuseppe Antonelli, lo si tratta in realtà come un popolo bue. Qualcuno a cui rivolgersi con frasi ed espressioni terra terra, cercando di risvegliarne bisogni e istinti primari. Da questa idea di popolo discende un’eloquenza volgare, rozza, semplicistica, aggressiva.

L’epoca in cui viviamo si definisce post-ideologica. È il tempo della post-politica e della post-verità. Ovvero (cambiando l’ordine degli addendi, la somma non cambia) politica e verità da post. All’azione si è progressivamente sostituita la narrazione; alla partecipazione attiva, la condivisione virtuale su Internet. Parole e slogan virali che fanno il giro della rete propagandando spesso opinioni su fatti mai esistiti. Quello a cui ci si riferisce con questa sfilza di post è, in realtà, un pensiero prepolitico. E la lingua che lo veicola, più che una neolingua, è una veterolingua che invece di mirare al progresso vorrebbe farci regredire, riportandoci agli istinti e alle pulsioni primarie.

In questi anni è diventato sempre più chiaro che la crisi dei partiti tradizionali è stata anche una crisi linguistica. Dal “Votami perché parlo meglio (e dunque ne so più) di te” si è passati al “Votami perché parlo (male) come te“.

Giuseppe Antonelli

Come la pubblicità, come la televisione, anche la politica alimenta il narcisismo dei destinatari, i quali – lusingati – preferiscono riflettersi che riflettere. Il meccanismo del ricalco espressivo che domina la lingua della politica innesca una continua corsa al ribasso. Un circolo vizioso che toglie al discorso politico qualunque forza propulsiva, qualunque dinamismo.

Il risultato, conclude Antonelli, è una democrazia dominata da una retorica rozza e ripetitiva, incapace di incidere davvero sulle nostre vite e sul nostro futuro. Non una risposta ai bisogni degli italiani, ma pura ecolalia: ripetizione ridondante. Così le parole stanno paralizzando la politica.

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