"Quanto siamo pronti a sacrificare parte della nostra libertà per il piacere di stare con un altro, per la costruzione di qualcosa che duri?". ilLibraio.it ha intervistato la poliedrica Cristina Comencini in occasione dell'uscita del romanzo "Da soli". L'autrice (anche per il teatro) e regista riflette: "Con la mia generazione abbiamo superato, tra gli altri, l’obbligo di stare insieme secondo certi ruoli che comportavano diversi sacrifici. Eppure la conquista della libertà, portata all’eccesso, ci rende impossibile concepire un rapporto d'amore fino alla fine". E aggiunge: "Molti sono convinti di poter ricominciare sempre tutto d’accapo. Non che prima i nostri genitori non incontrassero ostacoli, ma avevano una continuità che noi abbiamo un po’ perduto"

Quattro voci, due storie d’amore e cinque valigie. O forse di più. Lasciarsi in età adulta, avere a che fare con una libertà agognata oppure non voluta. Marta, Pietro, Laura e Andrea sono i protagonisti di Da soli (Einaudi), l’ultimo romanzo della poliedrica Cristiana Comencini. Diversi sono gli autori che negli ultimi anni si sono arrovellati con Julian Barnes sul Senso di una fine. Sono i burrascosi Giorni dell’abbandono della Ferrante, stretti ai tenaci Lacci di Starnone. Oppure quell’ultima occasione di tornare alla vita come ne Le nostre anime di notte di Kent Haruf. Sì, perché i personaggi della regista e autrice teatrale sono adulti, vicino ai sessant’anni, che devono fare i conti con un’esistenza senza quel partner con cui l’hanno condivisa a lungo, ma non fino alla fine. E si ritrovano improvvisamente liberi e soli. Anzi, da soli, come ci spiega in quest’intervista.

Cristina Comencini da soli

Una delle protagoniste, Marta, nelle primissime pagine del romanzo afferma di avere due modi di scrittura: “Quello femminile, più intimo, in cerca di nuove sensazioni che sono ancora senza parole e quello maschile, ereditato da millenni di cultura dei padri, si affiancano, si accavallano, armonici o in conflitto: sono entrambi io”. Cosa intende?
“Ho cercato di trovare nelle caratteristiche psicologiche di queste due coppie, quelle proprie del femminile o del maschile, talvolta rovesciandole. Marta, ad esempio, è una donna con una dinamica interiore molto maschile. Qualsiasi ruolo prendano queste quattro persone nella loro storia d’amore che sta finendo, parlano per tutti. È come se nel calarsi in donne e uomini in alternanza così rapida, uno raggiungesse, come in un balletto a quattro, cosa significa oggi amarsi, scegliersi e anche lasciarsi”.

La sua scrittura ha, per definizione, la capacità di incarnarsi: a livello cinematografico e teatrale. È uno degli aspetti che le piace di più?
“Sì, all’inizio parto sempre dai personaggi, anche per i romanzi. La cosa per me più stimolante è quella di farli vivere, anche coi loro silenzi, con le loro contraddizioni e con il loro fisico. Poi, ovviamente, ci sono i temi dei libri, le atmosfere. Tuttavia, il filo conduttore che tiene insieme tutti i miei lavori è l’amore per la costruzione dei personaggi”.

Ha citato i temi: qui emerge quello della solitudine, fin dal titolo. A proposito, l’ha scelto lei?
“Io avevo pensato a Soli, poi Paola Gallo dell’Einaudi ha suggerito Da soli che è più bello, in quanto non si limita a una situazione di solitudine. Da soli sottende l’idea che bisogna ricominciare a vivere. Evoca più un’azione che una condizione”.

 “L’essenziale è non avere una sola vita, non chiudere gli occhi con l’idea di una linea continua: una storia dall’inizio alla fine è la morte. Forse ho avuto paura di questo”. È Marta a dirlo. Condivide questo pensiero?
“Questo passaggio è fondamentale. E la cosa bella è che più avanti, l’altra protagonista, Laura, dirà il contrario. Per Marta continuare una storia per tutta la vita equivale alla morte. Per Laura finirla significa morire nella vita. La loro prospettiva è diversa, quasi opposta, ma dà la misura del problema. Con la mia generazione abbiamo superato, tra gli altri, l’obbligo di stare insieme secondo certi ruoli che comportavano diversi sacrifici. Eppure la conquista della libertà, portata all’eccesso, ci rende impossibile concepire un rapporto d’amore fino alla fine”.

E chi ha ragione? Laura o Marta?
“Per Marta non è questione di giusto o sbagliato, semplicemente non riesce a farlo. Laura lo desidererebbe, ma è come se la vita, allungandosi, renda più difficile pensare che sia una sola. E poi c’è il problema del giovanilismo: molti sono convinti di poter ricominciare sempre tutto daccapo. Non che prima i nostri genitori non incontrassero ostacoli, ma avevano una continuità che noi abbiamo un po’ perduto”.

Cristina Comencini_Foto di Douglas Kirkland
Cristina Comencini – foto di Douglas Kirkland

Lei scrive, attraverso Marta: “In fondo la famiglia oggi è questo: genitori single con figli”. Ci si ritrova?
“È una realtà che vedo molto intorno a me. Non la trovo positiva, perché temo si dimentichi che i figli sono il frutto di un rapporto d’amore tra un uomo e una donna. Oggi paiono quasi il risultato di una figliazione individuale, tant’è che la scienza ne tiene conto e sta cercando di provvedere. Il sentirsi divisi davanti ai figli, prima di lasciarsi poteva provocare problemi e discussioni, ma in ogni caso i ragazzi vivevano un rapporto più ricco. Chi li ripaga di questa dimensione perduta? Ora sono tutti liberi, ma soli”.

L’idea di ricominciare a vivere, presente nel titolo, vive nell’immagine usata sin dalle prime pagine delle due valigie: “Sono doppia per definizione, due valigie da portare, non una sola come gli uomini”. È una metafora voluta?
“È nata spontaneamente e si presta sia nella sua versione doppia legata alle donne, nella cui scrittura convivono le culture maschile e femminile, sia in quanto espressione del viaggio di coppia. Perché quando si inizia un rapporto d’amore si intraprende un percorso nuovo che presuppone un noi. Allora la pesantezza delle nostre valigie iniziali coincide con le nostre origini, con i legami con i propri genitori, nel libro molto forti e talvolta anche negativi. Ma quanto ci influenza quello che abbiamo nella nostra valigia quando incontriamo l’altro con la sua? E quanto riusciamo a continuare ad andare e a non fermarci? Perché il viaggio a due, così pieno di bellezze, presuppone però un incessante movimento”.

Ed è il viaggio tra due persone adulte che si va a concludere in una fase in cui sì, ci sono ancora delle opportunità, ma molto è confinato nel passato. Lei questo come lo sente?
“È ciò che mi ha affascinato di questa storia. Il fatto che non si tratti di divorzi o separazioni di chi farà un’altra scelta, che, se non funziona, avrà un’altra chance. Qui si presenta la difficoltà di continuare a vivere insieme. È come se ci fosse oggi una difficoltà di condivisione fino all’ultimo, di affrontare la vecchiaia. È ciò che ci rende, forse pateticamente, giovani a oltranza. Ci dà la possibilità di fare altre vite, ma dimenticando che un essere umano è fatto anche di tutto quello che ha vissuto prima”.

E da qui la rottura.
“È una difficoltà, anche meravigliosa, di amarsi nella libertà e nella parità. Niente ci costringe a stare insieme e non ci sono più elementi di disparità nella coppia, almeno sulla carta. Come ci si ama oggi? E perché non riusciamo più ad avere case con le voci? Cerco di affrontare questo tema tenendo lontana la nostalgia. Anche se c’è una forma di struggimento per quelle case più vissute, con tanta gente, che ora non ci sono più”.

E non a caso Marta, che per lavoro si occupa di abitazioni, sentenzia: “In ogni casa manca sempre una camera, diceva Natalia Ginzburg. Ora studio il massimo benessere per il singolo”. La Ginzburg è uno dei suoi riferimenti e l’accompagnata nel suo esordio letterario, giusto?
“Sì, l’ho sempre amata come scrittrice e poi è stata la prima che mi ha fatto pubblicare. Inoltre, è stata un’antesignana nell’analizzare il decadimento della famiglia, la frammentazione della vita di coppia. E in fondo, la mia scrittura, e questo libro in particolare, riprende il testimone. Racconta la frammentazione, non tanto dal punto di vista dei figli, ma da quello della coppia: è un mondo in cui l’amore conta enormemente nei ragionamenti e nei sentimenti che proviamo, ma poi non ne sappiamo cogliere le forme che assume nel tempo. È come se cercassimo sempre il primo innamoramento e non sapessimo cogliere che questo amore si trasforma”.

Se ci si lascia, tuttavia, alcune ragioni ci sono.
“Certo, e io non sono assolutamente contraria al divorzio. Se una coppia sta male è giusto che si divida, però c’è una facilità della mia generazione alla separazione. Il problema ruota attorno alla libertà. Cosa vuol dire amarsi quando siamo tutti liberi? Quanto siamo pronti a sacrificare parte della nostra libertà per il piacere di stare con un altro, per la costruzione di qualcosa che duri? Sono tutte domande che ci poniamo per la prima volta nella storia”.

In esergo troviamo citazioni di Vasco Rossi e di Carlo Rovelli, un cantautore e uno scienziato. Come mai questa scelta?
“Più avanti c’è anche Karl Ove Knausgård, espressione di un nuovo modo di scrivere di sé attraverso il romanzo. Sono sicuramente tutte citazioni relative al tema del libro, ma è anche sintomatico che, attraverso forme diverse, stiamo cercando tutti di sviscerare questo problema. La relatività di tutto, questi frammenti che casualmente si incontrano e poi la loro storia diventa unica, sono espresse dalle canzonette, dalla letteratura, anche scientifica, e ci danno il senso che tutte le drammaturgie di oggi hanno al centro questa problematica”.

È un po’ quello che lei ha sempre fatto. Tenendo al centro la scrittura, trovare nuovi linguaggi per appagare il suo bisogno.
“L’attività artistica è ormai molto contaminata. Non c’è più una letteratura lontana dalle altre arti. Gli scrittori sono spettatori di cinema e teatro, ascoltano musica, e queste arti sono tutte legate”.

A tale proposito, in un suo recente spettacolo teatrale, Tempi nuovi, Ennio Fantastichini e Iaia Forte hanno a che fare con la tecnologia e vi oppongono due modelli: la storia e il giornalismo, la necessità di lentezza e l’imperativo della velocità. Questo è un altro modo per raccontare le distanze?
“Quello che cerco di fare, in tutte le forme, è di capire questi tempi nuovi. Potrebbe essere anche il titolo del romanzo. Ci sono cambiamenti che talvolta non siamo in grado di afferrare perché sono troppo veloci e questo avviene nella sfera privata, ma anche sul lavoro. Rapidità nel decidere di andarsene oppure no, ma anche nel confezionare un pezzo di giornale per l’indomani. È tutto un mondo su cui riflettere, ma in cui sembra mancare il tempo. Lo scrittore cerca di recuperare questo tempo, di ragionare sulle cose che ci capitano”.

Qual è l’elemento di differenza che le piace di più tra letteratura, cinema e teatro?
“La differenza è totale perché la scrittura del libro non sai dove ti porta, ci sono dei personaggi e delle situazioni, ci si avventura nel rapporto con loro e anche con se stessi. Si è soli. Nella scrittura di teatro tutto deve essere risolto col dialogo e l’azione scenica. Mentre il cinema è un’arte collettiva, parte subito con un soggetto, poi si inizia a sceneggiare con più persone e l’abilità sta nel saper lavorare con tanta gente che dà il proprio contributo, ma conservando un’ispirazione individuale. Ciò che li accomuna è che sono storia e personaggi, sebbene il modo di farli vivere sia molto diverso”.

Ora sta lavorando a qualche nuovo progetto?
“Sì, sto lavorando a un film, che dovrei realizzare l’anno prossimo. Sto scrivendo la sceneggiatura e sono in fase elaborativa e poi sto promuovendo questo libro e Essere vivi, che è uscito da poco in Francia”.

A proposito di promozione e uscite, Wlodek Goldkorn qualche settimana fa su l’Espresso ha lanciato questa provocazione: abolire le classifiche dei libri più venduti. Lei che ne pensa?
“È come quando diciamo che il Prodotto interno lordo non tiene conto del benessere. È chiaro che non lo fa, ma non possiamo eliminarlo. Non sono per la censura di ciò che è parziale. La classifica lo è, ma è comunque un indicatore. C’è chi scala subito le classifiche, perché prima di uscire si sa già che sarà un bestseller, e poi ci sono quei libri che invece gradualmente, grazie al passaparola, conquistano posizioni. Come nel caso della Ferrante. Noi scrittori ne siamo consapevoli, ma non per questo dobbiamo togliere i criteri di natura quantitativa. Piuttosto aggiungiamone altri”.

Un riferimento all’economia che riporta alla sua formazione. Anche suo figlio, Carlo Calenda, ministro allo Sviluppo economico della passata legislatura, ha dichiarato di volersi dedicare alla scrittura. Ha abbandonato la politica?
“Non lo chieda a me, perché non lo so. Penso che lui stia percorrendo la strada che gli permetterà di fare al meglio ciò che vuole. La situazione attuale è incerta e complessa e lui sta procedendo passo passo secondo quello che crede di sapere e potere fare”.

Di recente, anche durante le elezioni, si è parlato del ruolo quasi assente degli intellettuali. Lei ha firmato l’appello di “Dissenso comune” e ha dichiarato che la politica si fa nella vita. Qual è la sua visione?
“Io non faccio politica nel senso istituzionale, perché ne ho troppo rispetto per pensare che ci si possa improvvisare. Tuttavia la politica si fa nella società, con le nostre idee, con quello che scriviamo e facciamo. La politica è un’arte nel senso più grande. Non si limita ad apportare modifiche al quadro istituzionale o legislativo. La nostra attività è la cartina al tornasole della comunità e da cui i politici stabiliscono quello che si deve fare. Io la faccio col mio lavoro, e in diverse occasioni per le donne”.

A proposito di donne, nonostante la qualità dei testi pubblicati, una parte del mondo letterario continua a non riconoscere alle scrittrici la stessa importanza riservata agli autori uomini. Lei che percezione ha?
“Il problema è il pubblico: le lettrici leggono tutta la letteratura, maschile e femminile. Gli uomini leggono meno, e soprattutto leggono con più diffidenza i libri scritti da donne. Sono fasi che si superano lentamente e bisogna avere pazienza. C’è una differenza, ovvero una mancanza di potere decisionale da parte delle donne, ma nell’editoria non avviene così tanto quanto, invece, nel cinema e in altri ambiti”.

E rispetto ai premi letterari? A parità di libri usciti, è (quasi) sempre l’uomo statisticamente a prevalere.
“Quando ci si unisce per giudicare è vero che più spesso capita che il riconoscimento vada all’uomo, ma fa parte delle cose che devono cambiare nella valutazione di giurati e lettori. È qualcosa che ancora dobbiamo scontare. Veniamo da una camminata nel deserto, perché la letteratura è diventata materia femminile solo da due secoli. La strada è ancora lunga”.

 

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