"Ho deciso di scrivere un romanzo d’invenzione ispirato alla vicenda di Margot Wölk, non soltanto perché era un aspetto della storia del nazismo totalmente inedito, ma soprattutto perché racchiudeva temi da sempre centrali nella mia scrittura: l’ambiguità delle pulsioni umane, il confine sottile tra vittima e colpevole, la coercizione, gli effetti delle organizzazioni totalitarie (dalla mafia al carcere al nazismo) sulla vita (privata) delle persone". Intervistata da ilLibraio.it, Rosella Postorino racconta "Le assaggiatrici", il suo nuovo romanzo. E parla, tra le altre cose, del momento "favorevole" alle scrittrici, soffermandosi sui recenti successi di diverse opere scritte da donne. Cita inoltre i romanzi e gli autori che l'hanno accompagnata durante la stesura del suo ultimo libro

Rosella Postorino (foto di Carlo Gianferro, ndr) torna in libreria con Le assaggiatrici (Feltrinelli), un romanzo che indaga a fondo l’animo umano, scavando ben oltre al contrasto tra bene e male.

Rosa Sauer, la protagonista, è una delle assaggiatrici di Hitler. Ogni giorno viene prelevata dalla casa di campagna in cui vive con i suoceri ed è condotta alla “tana del lupo”, la dimora top secret in cui si nasconde il Führer. Ogni giorno Rosa e nove “colleghe” assaggiano i piatti che escono dalle cucine di Briciola, il cuoco di Hitler, per scongiurare ogni possibile tentativo di avvelenamento.

Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo per le assaggiatrici, ogni pasto l’ultima cena. Nonostante ciò c’è chi è felice di mettere a repentaglio la propria vita per Hitler: si tratta delle “esaltate” che indossano il dirndl, l’abito tipico austriaco, in onore del capo di stato, e che vengono insignite di premi per via del numero di figli di pura razza ariana che sono riuscite ad allevare. Ma c’è anche chi, come Rosa, preferirebbe non salire ogni mattina sul pulmino. Allo stesso tempo, i duecento marchi al mese dello stipendio fanno comodo a tutte, così come i regali che Briciola talvolta elargisce alle donne. E poi, cosa succederebbe se una donna si rifiutasse di adempiere al suo volere?

Le assaggiatrici è un libro che fa riflettere perché Rosella Postorino – che qui di seguito risponde alle nostre domande – racconta con realismo una verità a cui troppo spesso preferiamo non pensare: i sopravvissuti non sempre sono i più giusti.

Come ha conosciuto la storia di Margot Wolk?
“Sono inciampata nella storia di Margot Wölk per caso, nel settembre del 2014, leggendo un trafiletto su una testata italiana. Raccontava di una donna di novantasei anni che per tutta l’esistenza aveva nascosto di aver lavorato per Hitler, quando era giovane, e per la prima volta lo confessava. Non era stata spinta da un’ideologia politica: diceva di non essere mai stata nazista. Semplicemente, si era trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Dopo che la sua casa era stata bombardata, era fuggita da Berlino per rifugiarsi a Gross-Partsch, un paese di campagna nella Prussia orientale, dove vivevano i genitori di suo marito, impegnato al fronte. Il villaggio, purtroppo, era molto vicino alla Wolfsschanze, la Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler mimetizzato nella foresta, e dietro indicazione del sindaco, fervente nazista, lei fu reclutata dalle SS per assaggiare, assieme ad altre donne, i pasti del Führer, così da verificare che non fossero avvelenati. Una ragazza costretta a sfidare la morte a ogni boccone, una cavia. Ma anche una privilegiata, una donna collusa con il Male. Che cosa si prova a ingoiare tre volte al giorno cibo potenzialmente letale? Quei piatti prelibati possono ucciderti, eppure rappresentano una forma di sopravvivenza”.

Perché ha deciso di dedicare un romanzo proprio a loro, alle assaggiatrici di Hitler?
“Ho deciso di scrivere un romanzo d’invenzione ispirato alla vicenda di Margot Wölk, non soltanto perché era un aspetto della storia del nazismo totalmente inedito, ma soprattutto perché racchiudeva temi da sempre centrali nella mia scrittura: l’ambiguità delle pulsioni umane, il confine sottile tra vittima e colpevole, la coercizione, gli effetti delle organizzazioni totalitarie (dalla mafia al carcere al nazismo) sulla vita (privata) delle persone”.

Le assaggiatrici racconta anche il rapporto di personaggi comuni con il regime. Come si spiega la condiscendenza e la rassegnazione davanti ai soprusi? S tratta di una condizione insita nell’uomo?
“Come dice Primo Levi ne I sommersi e i salvati, non è possibile prevedere il comportamento di un individuo in una situazione estrema, nemmeno è possibile prevedere il proprio. La colpa del regime totalitario, spiega, non è soltanto nell’oppressione che infligge, ma anche nel fatto che costringe le persone a colludere con quel potere per sopravvivere dentro quella stessa oppressione, perdendo così ogni innocenza. Nel mio romanzo Rosa Sauer si chiede a un certo punto: ‘Che cosa permette agli esseri umani di vivere sotto una dittatura?’. È una domanda aperta. Io non credo affatto che la rassegnazione sia insita nell’uomo: la Storia racconta anche di ribellioni e rivendicazioni di diritti, e persino di complotti contro il Führer, che costarono la vita a tanti. Credo però che l’istinto di sopravvivenza sia spesso tutt’altro che eroico”.

Infatti Rosa vive una situazione ambivalente, da un lato è costretta a piegarsi ai doveri imposti dal regime, dall’altro nutre sensi di colpa perché vorrebbe opporsi ai soprusi di cui è spettatrice e talvolta vittima. In che modo l’impossibilità di scelta definisce la personalità della protagonista?
“Non direi che lei è ‘spettatrice’: Rosa è un’assaggiatrice esattamente come le altre nove ragazze della mensa alla caserma di Krausendorf. È una che rischia ogni giorno di morire mangiando, e non ha scelto di farlo, le è accaduto per caso, come dicevo prima. Dunque è una vittima, ma è anche una che lavora per Hitler, cioè per il più grande criminale del Novecento. Poiché la vicenda è raccontata al passato, in prima persona, da un tempo in cui è ormai chiaro ciò che durante il Terzo Reich è accaduto, Rosa non può non conoscere – e sentire – la propria colpa. È una sopravvissuta, e probabilmente lo è proprio perché è riuscita a adattarsi meglio di altri al sistema in cui era intrappolata, un sistema disumano”.

Si discute spesso del fatto che le donne fatichino ancora a vedere il riconoscimento dei loro meriti, anche in campo lavorativo. Accade lo stesso anche alle scrittrici?
“In realtà il 2017 è stato un anno molto buono per le scrittrici in Italia. Per esempio Annie Ernaux ha venduto (finalmente!) molto, e Donatella Di Pietrantonio ha vinto il Premio Campiello con L’arminuta, un intenso romanzo che ha al centro due figure femminili. È vero che il pubblico è in prevalenza formato da lettrici, ma successi simili sembrano suggerire che anche gli uomini hanno letto e amato queste autrici. Pensiamo anche all’asta internazionale per accaparrarsi i diritti dell’esordio di Kristen Roupenian, autrice di Cat Person, un racconto pubblicato sul New Yorker e diventato presto virale: lo sguardo di quella storia è potentemente femminile, oltre che molto contemporaneo. Anche il Premio Calvino 2017 è stato vinto da una donna, Emanuela Canepa, con un romanzo che si intitola, tra l’altro, L’animale femmina. A me pare un buon momento per le scrittrici”.

Che legame c’è tra il suo lavoro di editor (per Einaudi Stile Libero) e quello di autrice?
“Lo stesso legame che c’è tra qualunque lavoro e la scrittura”.

A livello stilistico quali sono gli autori di ieri o di oggi a cui si sente più vicina?
“È sempre difficile per un autore fare paragoni tra la propria scrittura e quella di altri scrittori, specialmente se questi sono molto affermati o addirittura sono dei classici; può sembrare un atto di arroganza. Quindi preferisco parlare di libri che ho riletto durante la stesura de Le assaggiatrici e che sono stati per me molto ‘nutrienti’. Da Trama d’infanzia di Christa Wolf a Il dolore di Marguerite Duras, da Kaddish per il bambino non nato di Imre Kertész a La storia di Elsa Morante, dai romanzi autobiografici di Thomas Bernard a quelli di Primo Levi, da Sebald alle poesie di Celan… Dopo che avevo finito il romanzo ho letto, con imperdonabile ritardo, Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, e ho sentito un’affinità nel modo in cui la voce di una donna costretta in una dimensione coercitiva racconta un microcosmo estremo e violento, senza però mai smettere di desiderare, nonostante tutto, proprio come la mia Rosa Sauer. Perché il desiderio è una forma di resistenza. Smettendo di desiderare si diventa meno umani”.

L’APPUNTAMENTO – L’autrice presenta il romanzo a Milano oggi, venerdì 19 gennaio, alle ore 19, alla libreria Verso di corso di Porta Ticinese n.40, con Alessandra Tedesco e Davide Mosca

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