È un continuo dialogo tra presente e passato, quello de "La misura del tempo" di Gianrico Carofiglio, che ha il senso di un bilancio, dove l’arte del racconto insegna ad accettare le inevitabili ambiguità della vita e dei suoi protagonisti. Fare i conti con la propria esistenza, e con il tempo che passa, serve ad ammettere che non esiste una sola risposta ai dilemmi umani - L'approfondimento

“Aveva lunghe, eleganti sopracciglia nere, capelli foltissimi e mossi, un viso d’altri tempi, con uno sguardo in equilibrio fra malinconia e arroganza”.

Quando Guido Guerrieri, giovane praticante in uno studio legale, vede la prima volta Lorenza, ne rimane conquistato. È la primavera del 1987 e la loro è una storia acerba, forse d’amore, che divora e finisce senza una vera fine.

Lorenza è affascinante e insopportabile, enigmatica e sfuggente. Guido esce dalla delusione ammaccato e adulto. Con gli anni il ricordo si è confuso di sogni, fantasticherie, nostalgie, fino a diventare meno vero, indefinito e sbiadito nel tempo.

Gianrico Carofiglio La misura del tempo

Quando ventisette anni dopo Lorenza entra nel suo studio, Guido non la riconosce. Lorenza è diversa dall’immagine del passato, è una donna opaca, dimessa, invecchiata. E spaventata: suo figlio Iacopo è in carcere con una condanna in primo grado per omicidio. Il suo avvocato nel frattempo è morto, e a Lorenza resta Guido, perché è senza speranza, senza soldi, senza un appiglio.

Guido accetta il caso, che appare da subito molto difficile, perché tutto sembra combaciare e indicare in Iacopo l’unico possibile colpevole. Ma Guido accetta perché sa di doverlo fare, con il carico di inquietudine che il pensiero di Lorenza gli scarica addosso.

È un continuo dialogo tra presente e passato, quello de La misura del tempo di Gianrico Carofiglio (Einaudi), che ha il senso di un bilancio, dove l’arte del racconto insegna ad accettare le inevitabili ambiguità della vita e dei suoi protagonisti. Fare i conti con la propria esistenza, e con il tempo che passa, serve ad ammettere che non esiste una sola risposta ai dilemmi umani.

Così, mentre la strategia difensiva di Guido mira a costruire un quadro di ragionevole dubbio, delineando possibili scenari alternativi, la mente rivive a squarci improvvisi i ricordi di quei mesi con Lorenza, dove si fa strada la consapevolezza del cambiamento inevitabile, che l’incontro con gli altri porta con sé.

“Hai mai fatto caso, Guido, a come la vita sembri accelerare con l’età?”.

È intrisa di nostalgia, questa nuova storia di Guido Guerrieri, che sente su di sé lo sconforto della ripetizione che priva la vita e il lavoro dell’energia giovanile: il mondo degli adulti non ammette gli entusiasmi. Ha esaurito la voglia, Guido, e guarda al ragazzo di allora con un sentimento di distacco e disinteresse. Rimpiange solo il sonno, quello si, la beata capacità di smarrirsi che i giovani  hanno, e gli adulti non sanno più ritrovare.

Invece le notti di Guido sono insonni, ore lunghissime accolte dal calore di Ottavio, all’Osteria del Caffellatte, la libreria notturna, che riserva sempre incontri resi più profondi dalla comunanza e dal silenzio; le mattine poi sono luminose passeggiate sul lungomare, riflessioni non lineari perché il tempo è incomprensibile, nessuno lo capisce davvero. E’ una Bari paziente quella che Carofiglio descrive, empatica dei sentimenti e della coscienza:

“Col passare del tempo alcuni luoghi della città – la pineta e uno di questi – mi ricordano sempre più intensamente sensazioni e fantasticherie del passato remoto. Un’epoca di stupore. Ecco, certi luoghi della città mi fanno sentire nostalgia per lo stupore. Essere storditi dalla forza di qualcosa. Mi piacerebbe tanto, se capitasse di nuovo”.

Bilanciando la sfida processuale dell’appello in aula, nel tentativo di far assolvere Iacopo, e l’incontro con il ricordo di un sé più giovane, nel nuovo libro di Carofiglio Guerrieri fa i conti con il tempo che semina piccoli e grandi cataclismi in un percorso discontinuo ma inesorabile nel ridurre le scelte possibili, anno dopo anno.

Mettere punti interrogativi ad affermazioni che abbiamo sempre dato per scontate è l’unico modo per fare passi avanti, in un’aula di tribunale come nella vita, tra tinte sbiadite e volti diventati opachi. Per diventare adulti, decisamente adulti, senza verità, ma pieni di ragionevoli dubbi.

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