Si parla tanto di Jobs Act (e le polemiche non mancano), ma la verità è che su 100 persone in età lavorativa, in Italia lavorano solo in 56. E nel resto del mondo non va particolarmente meglio: ache se PIL mondiale sale, ciò non si traduce in più lavoro, anzi (non a caso, gli economisti da tempo hanno coniato l’espressione “jobless society”). Ecco perché, secondo Lorenzo Cavalieri, andrebbe forse abbandonata la bandiera del lavoro come diritto: "In concreto cosa significa? Smettere di protestare per il 'posto' a tutti i costi, smettere di aspettare passivamente il 'posto', smettere di 'vendere' il proprio voto in cambio della promessa di un 'posto'...". Al contrario, a suo avviso, sarebbe meglio indignarsi se il sistema e la politica non offrono buona formazione, orientamento e incrocio di domanda e offerta... - Su ilLibraio.it il punto di vista dell'autore de "Il lavoro non è un posto"

ISTAT, INPS e Ministero del lavoro hanno pubblicato quest’estate centinaia di dati statistici sull’evoluzione del mercato del lavoro, dati spesso incongruenti tra loro e molto spesso di difficile interpretazione.

La stampa ha cercato nei numeri la conferma della bontà o della non bontà del Jobs Act e ha spesso e volentieri dimenticato di rendere conto di un dato impressionante: In Italia lavorano 22 milioni e mezzo di persone. Su 100 persone in età lavorativa (15-64 anni) lavorano solo in 56.

Non è un problema solamente italiano. L’ILO (l’Organizzazione mondiale del lavoro) certifica che la disoccupazione mondiale continuerà a crescere nei prossimi 5 anni nonostante la crescita del PIL mondiale. Il PIL mondiale sale, ma ciò non si traduce in più lavoro, anzi. Ne emerge un’indicazione amara: al di là del ciclo economico, degli stimoli fiscali e della congiuntura, le economie sviluppate del ventunesimo secolo non sono capaci di offrire “il posto”, neanche quando sono “drogate”. Gli economisti da tempo hanno coniato l’espressione “jobless society” e in molti paesi sviluppati le opinioni pubbliche dibattono sui rischi e le opportunità dell’istituzione di un “reddito di cittadinanza”. E’ come se economisti e politici si fossero arresi all’evidenza. La società non produce lavoro sufficiente per tutti.

Ma noi non avevamo scritto da qualche parte che il lavoro è un diritto? Non l’avevamo promesso ai nostri figli? Non l’avevamo preteso dalla politica? Nel ‘900 i paesi sviluppati hanno fatto di tutto (politiche fiscali, monetarie, protezionistiche) per dare concreta attuazione al principio “il lavoro è un diritto”. Col tempo, però, il mix di rivoluzioni tecnologiche e globalizzazione ha spuntato le armi degli stati nazionali. Il lavoro oggi c’è, ma non c’è per tutti.

Del resto, con il passare degli anni, nell’Occidente si spegne il vigore ideologico e si impone il pragmatismo. Solo 15 anni fa in Italia reputavamo intollerabile il concetto di lavoro precario. Oggi, invece, nel sentire comune è scontato che tanta parte del lavoro che offriamo ai nostri figli sia lavoro precario. I dibattiti su “jobless society” e reddito di cittadinanza ci dicono che stiamo già accettando un alto livello di disoccupazione come una condizione strutturale e non patologica della nuova società. Più passa il tempo più accettiamo la dura realtà.

Forse, il livello di consapevolezza in Italia è tale per cui si può pensare di riformulare il problema del lavoro come diritto. Abbandoniamo questa bandiera. Bandiera meravigliosa (il lavoro è e sarà sempre il cuore delle nostre vite) ma che è stata spesso utilizzata come alibi, nelle famiglie, nella scuola, nell’università, in politica: “Il lavoro mi spetta per diritto quindi non studio/non mi aggiorno/non mi sacrifico/non emigro/non mi metto in discussione….”.

Come riformulare il concetto “il lavoro è un diritto” in modo più pragmatico e costruttivo? Con la metafora del pesce e della canna da pesca. Rinunciamo al diritto al pesce (il lavoro), rivendichiamo invece il diritto alla canna da pesca (gli strumenti educativi, formativi e di orientamento necessari ad affermarsi professionalmente).

In concreto cosa significa? Significa smettere di protestare per il “posto” a tutti i costi, smettere di aspettare passivamente il “posto”, smettere di “vendere” il proprio voto in cambio della promessa di un “posto”. Significa cominciare a indignarsi per la qualità della canna da pesca: il sistema mi offre buona formazione? Mi garantisce un buon sistema di orientamento e di incrocio di domanda e offerta? Mi permette di studiare in scuole e università di eccellenza se ho davvero voglia di farlo?

La politica non ha ancora capito. Recentemente ha dato dei soldi agli imprenditori (sgravi fiscali/contributivi) perché offrissero ai lavoratori nuovi contratti, invece di investire questi soldi in politiche di sviluppo del capitale umano. E’ come se continuassimo a illuderci che c’è e ci deve essere pesce per tutti (il lavoro è un diritto) e che dunque non è così importante avere una buona canna da pesca.

Dobbiamo invece rivendicare il diritto ad una splendida “canna da pesca”, da usare con tutto il nostro coraggio, il nostro talento, la nostra forza.

L’AUTORE – Lorenzo Cavalieri è laureato in Scienze Politiche e ha conseguito l’MBA presso il Politecnico di Milano. Dopo aver ricoperto il ruolo di responsabile commerciale in due prestigiose multinazionali, si occupa dal 2008 di selezione, formazione e sviluppo delle risorse umane. Attualmente dirige Sparring, società di formazione manageriale e consulenza organizzativa.
www.lorenzocavalieri.it è il blog in cui raccoglie i suoi articoli ed interventi.
Dal 15 ottobre è in libreria per Vallardi  Il lavoro non è un posto

 

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