Lui, Louis, è uno che al termine della notte fa un viaggio: quello di ritorno a casa della fidanzata. Con l’amante appena abbandonata se la cava cinguettando qualche parola dolce per posta: «Ti amo troppo, a modo mio – non tanto simpatico, non tanto tenero, ma molto egoistico, e perciò davvero assoluto, fedele e che sfida il tempo». Le "Lettere alle amiche" di Louis-Ferdinand Céline svelano tutte le contraddizioni (anche politiche) del grande scrittore francese, che si consola con le amanti, con cui è autoritario e paternalistico, e a cui dispensa buoni consigli dopo aver dato il cattivo esempio... - La recensione

Lui, Louis, è uno che al termine della notte fa un viaggio: quello di ritorno a casa della fidanzata. Con l’amante appena abbandonata se la cava cinguettando qualche parola dolce per posta: «Ti amo troppo, a modo mio – non tanto simpatico, non tanto tenero, ma molto egoistico, e perciò davvero assoluto, fedele e che sfida il tempo». In effetti, la sua spasimante ha avuto la pazienza di aspettarlo per molto tempo, quindici anni circa: dal primo incontro nel 1933 alle ultime missive datate 1948.

Lui, Louis, è il medico della mutua Destouches che, negli anni Trenta del Novecento, sta per travestirsi da scrittore, alias Louis-Ferdinand Céline; lei, Évelyne Pollet, è una letterata belga, una delle moltissime («quasi tutte») donne attraenti con cui lui è andato a letto. Il catalogo è lungo, benché nell’epistolario recentemente pubblicato da Adelphi, Lettere alle amiche  (a cura di Colin W. Nettelbeck, traduzione di Nicola Muschitiello), le favorite siano solo sei: oltre alla Pollet, Erika Irrgang, brillante studentessa tedesca destinata alla scrittura; N., insegnante di ginnastica viennese, di origini ebraiche e frequentazioni altolocate; Èlisabeth Porquerol, giornalista francese, l’unica con cui la liaison non si è fisicamente consumata; Karen Marie Jensen, ballerina danese e giramondo; Lucienne Delforge, pianista francese di belle speranze.

In apertura, inoltre, è riportata una letterina spuria all’amica d’infanzia Simone Saintu, con cui Céline si lamenta della débâcle di Viaggio al termine della notte, scippato all’ultimo del premio più prestigioso di Francia: «Che intrallazzo il Goncourt! Hachette ci ha fregati!». E altrove: «Il Premio è perso. È una faccenda tra editori». Sono anni quelli, tra il 1932 e il 1935, di radicale metamorfosi: il «periodo critico», si legge nell’introduzione, della trasformazione del dottore in letterato, «ma pure un interregno tra le due guerre» e i due grandi amori: Elizabeth Craig e Lucette Almanzor, la prima additata come fedifraga (lo tradisce con un ebreo americano, cosa che, pare, fomenta il suo odio antisemita), l’altra svilita come «povera disgraziata».

Lui, Louis, si consola nel frattempo con le sue numerose amanti, per brevità chiamate «amiche»: con loro è autoritario e paternalistico; dispensa buoni consigli dopo aver dato il cattivo esempio. Le raccomandazioni sono perlopiù di natura economica o medica – denaro e salute essendo le sue principali ossessioni: «Badi alla sua salute, alle sue cosce, alla sua intelligenza» oppure «Usi tutte le sue armi, tutt’insieme, tutte, il sesso, il teatro, la cultura, il lavoro. Ma niente amore senza preservativo, ALTRIMENTI DA DIETRO… ATTENZIONE AI BAMBINI E ALLE MALATTIE». Alle corteggiate suggerisce di sfruttare gli uomini (tutti tranne lui) «per il piacere e per i soldi», di trovarsi un «buon partito» da maritare e cornificare (con lui), di fare sport, di mantenere una «sana e robusta costituzione», di rimanere «rigorosamente positivi».

Dice di non lamentarsi, intanto continua a parlare di acciacchi, debiti, vecchiaia e depressione («Sono un malato, cronico. Vecchio, depravato, non ricco, malmesso. Battona e malfido. Sempre noioso, depresso e forse insopportabile»). Dice di «non fare le cose apposta» per lui, perché Louis «detesta il disturbo e gli fanno orrore le amicizie che alla fine tornano utili», intanto ringrazia per una recensione marchetta. Dice di non amare le smancerie e gli «sbaciucchioni complimentosi», intanto si definisce un «sentimentale» e continuava a scodellare baci e abbracci, vezzeggiativi e moine, complimenti e lusinghe e perfino promesse di matrimonio («Ti avrei volentieri anche sposata se fossi stato ricco… Il prossimo figlio sarò io a fartelo»). Dice di essere un uomo solo, «non un marpione», intanto flirta con più donne contemporaneamente, sparlando a tutte della fidanzata ufficiale o, più spesso, della madre e della figlia. È libertino ma anche «geloso», coriaceo e virile ma anche «sensibile», «porco» ma anche «atrocemente fedele».

Pure politicamente è contraddittorio e qualunquista: una volta se la prende con l’America, l’altra con la Russia; una volta con gli ebrei, l’altra con i comunisti, oppure i «negri» e i massoni, le star di Hollywood e gli alcolizzati, i «culattoni» e le ballerine, «la sua rovina». Aderisce al nazionalsocialismo in modo conformista e acritico (qui compaiono i raccapriccianti «Heil Hitler! Heil Goering!»), eppure è abbastanza furbo, o totalmente naif, da recitare, con la spasimante ebrea, la parte del «poor pacifist» e dell’antinazista: «Andrà tutto bene, a parte Hitler… Se l’hitlerismo dovesse mai invadervi, che angoscia spaventosa!».

Tra una chiacchiera da bar e un monito salutista, Céline infila anche qualche perla sulla letteratura, la sua croce e delizia: «Badi di non prendersi una polmonite. E di non lasciare troppo presto il letto. FLEBITI. Il resto è letteratura. Purtroppo!». Le Belle Lettere, per lui, sono sempre mortifere: «La Letteratura è Morte… Il mio disprezzo per la letteratura è grande. Per me non è più importante dello yoyo. Io la pratico come fosse uno yoyo. Perché devo pure passare il tempo e perché con lo yoyo non so giocare». Odia lo sport e qualsiasi forma di svago; alle amiche, viceversa, raccomanda di fare tanta ginnastica per rassodare il «popò». Che po’ po’ di amico, il dottor Louis.

A proposito delle accuse di antisemitismo rivolte a Céline, LEGGI ANCHE questo articolo apparso sul Guardian (in inglese, ndr): Céline: French literary genius or repellent antisemite? New film rekindles an old conflict

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