Lo scrittore Marco Balzano, Premio Campiello 2015, interviene su ilLibraio.it per raccontare com'è nato il suo nuovo romanzo: "Resto qui" è la storia di una caparbia resistenza al Ventennio fascista nel paese di Curon Venosta, e della diga che ha sommerso il villaggio, dando vita al Lago di Resia...

A Curon, un borgo della val Venosta distrutto nel 1950 per costruire una diga, ci sono arrivato un giorno d’estate. Quando ci siamo avvicinati al lago mia figlia ha iniziato a tirarmi il braccio e a chiedermi spiegazioni. Ma nemmeno io capivo. Non capivo cosa ci facesse un campanile sullo specchio del lago. L’acqua era piena di cerchi di luce, la spiaggia era affollata di gente che prendeva il sole, giocava a racchettoni, nuotava vicino alla riva. Come nella pittura metafisica, ho pensato. Come in De Chirico: un elemento improprio calato in un contesto reale. Ma quella non era metafisica. Sotto l’acqua ci doveva essere la base della chiesa, e attorno i campi, le macerie, le fondamenta di un paese cancellato. Non è facile spiegare a una bambina di tre anni cos’è la distruzione, e così mi sono difeso dalla sequela infinita dei suoi «perché?» farfugliando qualcosa, provando a distrarla. Finché lei mi ha lasciato la mano.

Non credo ai colpi di fulmine, né in amore né nella scrittura. Però quando ho visto quel paese sommerso ho subito avuto la certezza che avevo davanti una storia, e non desideravo altro che capire se avrei saputo raccontarla. Così ho iniziato a studiare, sono andato a parlare coi pochi testimoni di quella vicenda e più imparavo, più mi rendevo conto che l’Alto Adige è come lo specchio di quel lago: sotto la calma apparente ribolle il tumulto. La distruzione del paese è stato l’ultimo atto di un lungo periodo violento che ha riguardato non solo Curon, ma tutta la regione. Lì, nel 1921, con la marcia su Bolzano, è iniziato il Ventennio, lì dopo l’8 settembre è arrivato Hitler, lì è scoppiato il primo terrorismo. Ed è lì che dovremmo andare a fare i conti per riflettere su cosa sono il fascismo, l’identità, l’unità d’Italia, il progresso e ciò che di drammatico quasi sempre implica per il paesaggio e le persone: tutto questo – sotto le montagne verdeggianti, i vasi di gerani in bella mostra sui balconi, l’ordine dei borghi – è l’Alto Adige. È un posto che ci riguarda e che parla di noi.

La questione della diga è così diventata una parte del romanzo, perché la storia comincia proprio nel 1921, quando i fascisti irrompono e impediscono agli abitanti del Sudtirolo di parlare la loro lingua, di lavorare, di vestirsi come gli pare. I fatti che racconto, dunque, sono veri. Non lo sono invece i protagonisti di questa storia. Trina è una maestra elementare che non può insegnare perché Mussolini glielo impedisce. Allora lo fa di nascosto, rischiando il confino, nelle katakombenschulen, le scuole clandestine dove i bambini di allora imparavano il tedesco, la lingua che d’improvviso non potevano più parlare. È una ragazza svagata ma tenace, che s’innamora e si sposa con Erich, il cui orizzonte è tutto compreso dentro le sue montagne. Diventerà una donna e una madre a cui, all’inizio della guerra, porteranno via la figlia. È a lei che Trina parla. È per lei che racconta. Quando iniziano davvero a costruire la diga Erich vestirà i panni del capopopolo, e ogni volta che gli mancheranno le parole per farsi ascoltare le chiederà a sua moglie. Questa resistenza a difesa del paese – questo Don Chisciotte di montagna che combatte insieme alla moglie contro una multinazionale e contro l’indifferenza dello Stato – non sono mai esistiti. Non come li racconto io. E siccome si scrive non solo per fare i conti con la Storia, ma anche per riscattarne il cinismo e la sua violenza insensata, mi è piaciuto immaginare qualcuno che avesse il coraggio di puntare i piedi, di scendere in strada a gridare le sue ragioni: di restare anche quando gli altri scappano. Proprio come non è successo allora e come non succede la maggior parte delle volte che ci sottraggono, ci espropriano o ci distruggono uno spazio che ci appartiene. Erich e Trina invece lo fanno. Anche quando le parole non bastano. Anche quando la sorte ha già deciso.

Adesso che questa storia l’ho scritta mi capita spesso di ripensare a quel giorno d’estate in cui sono capitato per caso a Curon. Sono sicuro che se quella mattina, guardando il lago, fossi già stato capace d’immaginarmi Erich e Trina, avrei saputo rispondere ai «perché?» di mia figlia. E spiegarle cos’è la distruzione non mi avrebbe spaventato poi tanto.

resto qui marco balzano einaudi copertina

L’AUTORE E IL LIBRO – Marco Balzano, milanese classe ’78, è insegnate e scrittore, autore del romanzo L’ultimo arrivato (Sellerio), con il quale si è aggiudicato il Premio Campiello 2015. Il suo nuovo romanzo, Resto qui (Einaudi), prende vita in Sudtirolo, terra di confine, al tempo del fascismo, quando Mussolini tolse agli abitanti di Curon Venosta anche il diritto alla loro lingua, mettendo al bando il tedesco e facendo cambiare perfino i nomi sulle lapidi nei cimiteri. Ma Trina non si arrende: la protagonista del romanzo, madre prostrata dalla scomparsa della figlia e insegnante determinata, è una donna forte e caparbia, che non esita a fuggire sulle montagne assieme al marito disertore. Nella fuga dalla guerra, l’unica arma di difesa che Trina ha a sua disposizione sono le parole: parole scelte con cure per scrivere alla figlia scomparsa, nella speranza che un giorno ritorni, parole per dare voce al suo dolore, e a quello collettivo, raccontando pagina dopo pagina la tragica storia di Curion Venosta, il villaggio sommerso dalla diga che unificò i tre laghi del territorio. Ancora oggi, dal lago artificiale di Resia, emerge il campanile del villaggio che fu.

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