"L'esercizio del distacco" di Mary B. Tolusso è il primo libro scelto da Andrea Bajani, scrittore che ha cominciato una collaborazione con la Bollati Boringhieri. L'autrice, poetessa, racconta le vite di tre personaggi, inizialmente intrecciate, e che finiranno per dividersi... - Su ilLibraio.it un capitolo

L’esercizio del distacco di Mary B. Tolusso (nella foto in alto di Dino Ignani, ndr) è il primo libro scelto da Andrea Bajani, scrittore che ha cominciato da qualche mese una collaborazione con la Bollati Boringhieri.

L’autrice, che vive fra Trieste e Milano, nel 2009 ha pubblicato il romanzo L’imbalsamatrice, oltre ad alcune raccolte poetiche, tra cui Il freddo e il crudele (2012). Tra le altre cose, ha vinto il Premio Pasolini (2004) e il Premio Fogazzaro (2012).  

L’esercizio del distacco ha una storia breve, ma che non lascia mai il lettore. E una volta chiuso, l’eco resta a lungo. Sono in tre: Emma, David e la protagonista che narra la storia. Vivono in un collegio a pochi passi da un confine immerso nei boschi e nel vento. Fuori c’è una Trieste segreta, mai nominata.

Lontani dai propri genitori, i ragazzi crescono educati all’ordine e al controllo delle passioni. Il loro è un triangolo elettivo: un’amicizia più facile con l’esuberante Emma, una seducente competizione con David, il ragazzo dal cuore appuntito. I tre si amano con lo slancio incondizionato dell’adolescenza e con il terrore di abbandonarsi all’amore vero.

 Mary Barbara Tolusso - (c) Chiara Tomasi 8
Mary Barbara Tolusso – (c) Chiara Tomasi 8

Finché crescono tra le mura protette della scuola la vita scorre disarmante tra lo studio, lo sport e le passeggiate nei viali del parco, sotto i pochi rami dei lecci e molti sguardi. Non s’interrogano troppo sul loro futuro, né sul perché la loro educazione sia concepita per fronteggiare destini interminabili. Non immaginano che le loro vite, un tempo così intrecciate, si divideranno.

Anni dopo a legarli rimane solo una fotografia e il mistero delle loro esistenze. Della grande amicizia con Emma, dell’amore per David e della passione per Nicolas, il giovane anarchico incontrato oltreconfine, non è rimasto quasi nulla. Eppure non si può fare a meno di inseguire quel tempo perduto, chiedendosi: a cosa erano destinati loro?

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, pubblichiamo un capitolo:

La signorina Stein vestiva sempre di nero o di blu e favoriva le amicizie prive di troppi ardori, monocrome come i suoi abiti. Era sempre in ordine, con una crocchia di capelli biondi alla base della nuca e lo smalto laccato di fresco.

Gli alunni del collegio erano divisi in due categorie: i facili e i difficili. Lei invece rappresentava la forza perché un collegio si fonda sulla sottomissione. Io facevo credere di rispettare le regole, ma Emma otteneva risultati migliori. Alla signorina Stein piaceva la gente allegra e la nostra amicizia era favorita. Non siamo mai stati davvero ostacolati, anche se David mostrava tutto il suo disagio isolandosi più di quanto tendessi a fare io. In quel periodo mi ero messa a leggere libri che parlavano dell’energia nucleare, delle particelle elementari. Tutte le forze che regolano i fenomeni naturali. Per noi era difficile ragionare in termini di fenomeni naturali con tutti quegli obblighi, l’ora della levata, l’ora del pranzo, l’ora della ricreazione e della cena, l’ora delle pillole per il rinforzo immunitario, l’ora dello studio, mai un minuto di ritardo o di anticipo.

Sarebbe bello sentirsi un granellino sulla spiaggia. Un puntino nell’universo. Per noi il problema non era l’origine della vita ma ciò che di questa vita, una volta fuori dalla nostra prigione dorata, dovevamo fare. Come impiegarla?

Il collegio non reprimeva i nostri sentimenti, purché facili. Niente ardori cavallereschi. Niente passioni tragiche. Il modello ideale era Ivan che si invaghiva dell’una o dell’altra senza esitazione, per lui erano tutte uguali, tutte deliziose. La signorina Stein approvava: «Con tutta la vita che avete davanti, non vale la pena bruciare tutto e subito». Diceva di vivere, ma vivere con disciplina, che per il grande amore era meglio accumulare un po’ più di esperienza, dal momento che eravamo dei novellini: «I fenomeni complicati vanno affrontati con cautela», diceva «viviamo in un mondo che si sta modificando».

A volte David e Emma se ne andavano a passeggiare per conto loro. Lei camminava con passo sportivo, lui era altrettanto atletico. Andavano insieme fino alla Grotta della Madonna, spesso senza avere nulla da dirsi. Un giorno mi misi in testa di raggiungerli, deviai anch’io dal sentiero della platz. Era un pomeriggio di settembre. Vidi entrambi i corpi distesi sull’erba, per poggiatesta i sedili di roccia. La loro bocca non aveva nulla davanti a sé, se non l’altra bocca. Basta che un esiguo bacio voli nell’aria senza diventare nostro, che ci si sente ancora più soli. Per un attimo ho pensato di vendicarmi dei loro sogni. Ora ne conoscevo il percorso. In quel momento non avevo più nulla davanti a me, né il futuro, né il sogno del futuro. Contava solo il presente. Tutto ciò che regola i fenomeni naturali. Non me ne importava niente che il mondo si stesse modificando. Ma come si fa a modificare l’amore?

Quella sera ero decisa a intraprendere una delle mie fughe, anche se l’americana stentava ad addormentarsi. Nell’oscurità della camera il ricordo del bacio di Emma e David defluiva nelle mie vene raggiungendo tutto il corpo, portando con sé dei piccoli aghi.

Quando oltrepassai il confine, le luci dei night club mi apparvero come una liberazione. Avevo dimenticato di legare i capelli sotto il tabarro e qualche ciocca bionda fuoriusciva dal cappuccio. Non ci pensai, volevo raggiungere il mio club preferito, si chiamava Lady Rouge, girava sempre gente strana lì intorno, gente che sembrava scappata da una guerra. Niente di più lontano dal nostro collegio e io avevo bisogno di dimenticare il nostro parco e i suoi baci cortesi. Sopra l’entrata del locale c’era il disegno di una donna bellissima che si illuminava dipingendosi di nero e di rosso. A volte mi fermavo nei pressi osservando chi entrava e chi usciva, ma quella notte mi spinsi oltre, quasi vicino all’entrata. Ero talmente triste da non accorgermi dell’improvviso trambusto, dei corpi che si accalcavano davanti al locale come se dentro fosse successo qualcosa. Poi un uomo grasso uscì violentemente dalla porta trascinandone un altro, gli graffiò la faccia e iniziò a prenderlo a pugni sulla bocca. Si creò subito un tumulto e in quella piccola apocalisse qualcuno sollevò il mio cappuccio. Era un uomo quasi vecchio, alto, barbuto, mi afferrò per il braccio tentando di trascinarmi da qualche parte finché comparve un ragazzo, urlò parole straniere che arrestarono il gigante. Io tremavo, non riuscivo a staccare i piedi da terra.

«Muoviti», il ragazzo mi aveva preso la mano per invitarmi a seguirlo. Girammo intorno all’edificio seguendo un viottolo fino a una porta bianca dall’aria domestica. Si fermò un attimo per assicurarsi che nessuno ci seguisse, mentre controllava il sentiero mi ordinò di spingere forte il portone. Mi trovai davanti a una rampa di scale in una sorta di caverna buia. Salii e entrai in un soggiorno rischiarato solo dai riflessi dell’insegna al neon del locale. Riuscivo a distinguere un divano, un tavolo cosparso di giornali, carte, indumenti vari, gonne piene di paillette, reggiseni abbandonati sulle sedie. «Io abito qui», disse il ragazzo «il locale è di mio padre». Forse aveva diciotto o diciannove anni. La finestra si affacciava sull’entrata del night, guardai il piccolo tumulto della folla dabbasso che si stava calmando, si riusciva a scorgere anche il bosco.

Quando mi voltai si presentò: «Sono Nicolas. E tu devi essere pazza». Assomigliava a David, i suoi occhi un po’ appannati avevano lo stesso colore del ghiaccio. Le luci al neon che si riflettevano sulle pareti gli davano un’aria ancora più impassibile. Poi si tolse il maglione, rimase in t-shirt e si distese sul divano. Mi chiese che ci facevo davanti a un night club per uomini nel cuore della notte. «Chi cercavi? Il tuo ragazzo?». Nel silenzio che seguì Nicolas mi appariva del tutto simile al mio amico. Il torace magro e scolpito, le braccia bianche e i fianchi stretti. Alzò un dito e se lo portò alla bocca facendo il gesto del silenzio: «Sei muta oltre che pazza?». Mi misi a ridere. «Dai, siediti», lo disse venendo alla finestra dove mi ero fermata e mi sfiorò la schiena per spingermi verso il divano. «Non ti mangio mica. Il night club è al piano terra, lì la gente si tocca e fa un sacco di altre cose».

Mi tornò in mente il bacio che avevo spiato nel pomeriggio e le spine del mio cuore desideravano un riscatto, ma non riuscivo a dire nulla. La lite di quegli uomini, l’aggressore barbuto, il salotto disordinato, i riflessi intermittenti del neon, quel viso tanto simile a quello di David mi scoraggiavano dal parlare. Iniziai a dire banalità, cose inutili sul tempo, sul paesaggio, sulla bora.

«Ma tu vai in giro con un cappotto medioevale e poi parli del clima?». Era vero, mi misi a ridere di nuovo e mi tolsi il tabarro. Lui mi propose un tè. Mi sentii sollevata e riconoscente, avevo freddo. Iniziò a dirmi che lavorava con suo padre, ma appena terminati gli studi di sociologia voleva andarsene. «Magari in America Latina. Magari nello Yucatan, in Messico». Conosceva tutto del Messico, la città Maya più famosa, le piscine sacre, il tempio di Ek Balam, la vastità brillante delle spiagge: «Hai mai visto quanto è bianca la sabbia?». Io ascoltavo senza sentire.

«Senti, è meglio che vada», dissi.

«Resta».

Si alzò senza accendere la luce che si sarebbe vista attraverso le finestre. Era chiaro che non voleva far sapere che c’era qualcuno in casa. Si spostò velocemente nel caos del salotto, alzò qualche vestito, qualche carta in mezzo alle altre carte e infine trovò il pacchetto di sigarette che cercava. Ne accese una e tornò a sedersi sul divano, accanto a me.

Mary B. Tolusso
© 2018 Bollati Boringhieri editore, Torino

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