Nel suo nuovo libro, “Di chi è questo cuore”, Mauro Covacich si fa protagonista di un intreccio ruvido di cronaca e romanzo, in una Roma che non ha nessuna grande bellezza, ma vive pulsando i battiti di un cuore malato. La storia è popolata da vite umane che che vivono nel loro spazio, sole, ripiegate su se stesse. È un testo, questo, che non è possibile catalogare, perché nasce dalla vita stessa e da un presente alienante...

Mauro Covacich si muove correndo in una Roma abitata da solitudini. Fermato nell’attività agonistica da una disfunzione cardiaca, gli rimane l’abitudine alla corsa mattutina, che diventa attraversamento e riflessione, per lui che tende a rimuginare pensieri.

Le vite umane che popolano Di chi è questo cuore (La nave di Teseo) sono anime che vivono nel loro spazio, sole, ripiegate su se stesse: dalla casa, con la compagna Susanna, tra assenze, mancanze e malintesi, agli amici, ognuno alle prese con le proprie scelte, cicatrici per tutti, cuori in isolamento, alla mamma, vedova, che trova in un account Facebook un modo per evadere, incontrare, condividendo quadri e momenti di vita, vicinanze almeno possibili, nelle quali svagarsi.

mauro covacich

“Pensi che non sappia che è tutto un gioco?”, dice asciugandosi le lacrime con un kleenex. “È solo un modo per combattere la solitudine. Papà lo sa”.

Le corse mattutine attraversano una città estranea, di uomini e di topi, di lavavetri, di zingari, di figure simili a quadri di Arcimboldo buttate in strada dalla vita, un cartone da cui sorseggiare con metodo e lentezza, per stordirsi, una catatonia da regalarsi per il resto della giornata. 

Ci sono vite che consumano le ore fino a sera senza sentire nemmeno la propria voce, la tecnologia efficiente a creare isole e silenzi, messaggi per incontrarsi, amarsi, perdersi. Il mondo è così: abitato da uomini albero, fissi e immobili ognuno nella sua solitudine, ognuno nella propria Città Interiore. Derelitti in attesa, senza amici, piantati uno accanto all’altro.

C’è un senso costante di estraneazione nel racconto, nelle interviste dell’autore, nei suoi tanti appuntamenti da personaggio riconosciuto, nelle serate passate nei locali di Roma Nord, nella vasca della piscina, che accoglie bracciate che sono colloqui con se stesso, in corsie affollate di gambe che si urtano. 

Covacich fruga nel suo bagaglio di cultura e di vita e raccoglie momenti presenti, li appunta su un taccuino per farne storie, riflessioni che sono pervase da un senso di malinconica accettazione, e diventano articoli per raccontare un’esistenza fatta di distanze.

Di chi è questo cuore?, si interroga l’autore di fronte a un’installazione artistica, una cella d’isolamento e un cuore di plastica. E mentre il suo cuore è un’immagine restituita da un monitor, da indagare con fredda brutalità attraverso un ecografo, da ascoltare alla ricerca di uno sbandamento, la mente torna ossessiva alla morte di un ragazzo, una caduta nel vuoto, un mistero venato di umiliazione, dove la vergogna prevale sulla brutalità. 

Coi cattivi non si sbaglia mai”. Si è stati tutti bruti, prima o poi, quando il gruppo ha nascosto le responsabilità, branchi e aguzzini tra i banchi di scuola, burocrati kafkiani da adulti, bloccati nelle loro barriere e nelle loro celle. Cuori strappati e buttati nel cesso, o in un tombino.

Covacich si fa protagonista, molto umano e molto nudo, di un intreccio ruvido di cronaca e di romanzo, in una Roma che non ha nessuna grande bellezza ma vive pulsando anche lei con i battiti di un cuore malato. Un libro, Di chi è questo cuore, che non è possibile catalogare, perché nasce dalla vita stessa e da un presente alienante che rende fragili e inermi.

“Cammino come un marziano, / come un malato, come un mascalzone, / per le strade di Roma. / Vedo passare persone e cani / e pretoriani con la sirena. / E mi va l’anima in pena”. 

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