"Siamo schiavi di noi stessi molto più di quanto lo siamo della cosiddetta società, che spesso è solo un alibi. Attilio sente il bisogno di prendere le distanze dalla propria arroganza e dalla propria smania di avere sempre ragione, tipica dei maschi in carriera”. In occasione dell’uscita del romanzo “Le cose che bruciano”, ilLibraio.it ha intervistato Michele Serra. Che ha parlato, tra le altre cose, delle scelte narrative del libro, della visibilità nell’epoca dei social network e dell'importanza della vena comica. Quanto agli scrittori italiani che lo hanno colpito di più in questo periodo, cita Nadia Terranova, Giulio Angioni e Francesco Pecoraro...

Nel nuovo romanzo, Le cose che bruciano, da pochi giorni in libreria per Feltrinelli, è possibile ritrovare il piglio critico, lo sguardo comico e aguzzo sul mondo e l’ecclettismo che da sempre rendono Michele Serra (foto di Adolfo Frediani, ndr) uno scrittore e un giornalista dalla penna brillante.

Fin dalle prime pagine satiriche degli anni Ottanta su Tango, l’inserto dell’Unità diretto da Sergio Staino, fino ai recenti contributi nella sua rubrica L’amaca sulla Repubblica e agli interventi di Satira preventiva sull’Espresso, Michele Serra non si è mai sottratto a esprimere la propria posizione, politica e non, talvolta suscitando dibattiti. E così anche nei romanzi ha sempre narrato di personaggi in grado di provocare reazioni forti nel lettore e una discussione tra i critici (si pensi almeno a Gli sdraiati o a Ognuno potrebbe).

Anche il nuovo protagonista, Attilio Campi, con le sue idee politiche e la sua scelta di ritirarsi a vivere lontano dalla città, si presenta fin dalle prime pagine come un personaggio originalissimo, materialista e legato all’oggi, per quanto gravato dal peso dei ricordi e dei rancori, di cui farebbe volentieri a meno. Per approfondire le scelte narrative, e non solo, che gravitano attorno a Le cose che bruciano, ilLibraio.it ha intervistato l’autore. 

michele serra le cose che bruciano

Il suo protagonista, Attilio Campi, si ritira dopo un fallimento nella carriera politica, dovuto a una proposta azzardata: reintrodurre le uniformi nelle scuole, poiché a suo parere potersi omologare qualche volta è tutt’altro che negativo. D’altra parte, pensa che oggi si possa invece essere davvero anticonformisti? Se sì, come?
“Facendosi notare il meno possibile, per esempio. Nell’epoca del narcisismo di massa mi sembra più che anticonformista. Mi sembra rivoluzionario”.

Attilio lascia la politica e si dedica letteralmente a “zappare la terra”, ma il suo non è affatto un ripiego: anzi, nel romanzo ribadisce più volte come avere “le mani che lavorano” e “lo sguardo che le sorveglia” sia un toccasana. Se Attilio si è ritirato in montagna sostanzialmente da solo, anche lei e sua moglie avete scelto di godere dei benefici della campagna e di sperimentare con i profumi. Come avete preso questa decisione?
“Tenderei a non sovrapporre vita e romanzo. Anche per difendere il romanzo dalla mia figura pubblica, che mio malgrado è un po’ invadente. In ogni modo è vero che se c’è un dato autobiografico, nelle Cose che bruciano, è proprio il mio rapporto molto intenso con la natura e con la vita nei campi. Invidio ad Attilio i suoi 48 anni e la sua vigoria fisica. Non riuscirei a stargli dietro. Quanto ai profumi e alla produzione di olii essenziali, quello è il lavoro di mia moglie. Sono suo tifoso e sodale, non suo socio, ho già troppo da fare per mio conto”.

Nel romanzo, scopriamo che nei suoi quasi cinquant’anni Attilio ha vissuto più volte il fallimento per aver voluto fare il piccolo editore di “libri pretenziosi”, aver aperto poi un ristorante “pretenzioso” e infine essere stato un politico “pretenzioso”. Siamo schiavi delle nostre ambizioni e del desiderio di volerci distinguere a tutti i costi?
“Siamo schiavi di noi stessi molto più di quanto lo siamo della cosiddetta società, che spesso è solo un alibi. Attilio sente il bisogno di prendere le distanze dalla propria arroganza e dalla propria smania di avere sempre ragione, tipica dei maschi in carriera. Ma prendere le distanze da se stessi e dalla propria vita è molto più difficile che prendere le distanze dalla società”.

Nelle prime pagine, Attilio fa una conoscenza stramba: alla sua porta, bussa il vecchio predicatore Beppe Carradine, che si presenta solo per parlargli dello Spirito Santo e si congeda con un “Lei, signore, non ha nessuna umiltà”. In effetti, dalla discussione animata e divertentissima il lettore comprende bene il carattere del protagonista. Come mai ha pensato di creare questo incontro?
Perché mi serviva chiarire da subito che l’eroe del mio libro non è un tipo metafisico. È un tipo fisico. Gli interessa più il nome degli alberi che il nome di Dio”. 

Il fardello della memoria torna più volte, sotto forma di oggetti del parentado che ossessionano il presente di Attilio. Ecco perché il protagonista medita di appiccare dei roghi tanto al ciarpame quanto alle lettere private di sua madre. Secondo lei siamo anche oggi schiavi del “ricatto della memoria”?
“Nel caso di Attilio la memoria è un’ombra che non si stacca mai, una zavorra. Lui prova a liberarsene con le cattive maniere, riducendo in cenere gli oggetti di famiglia. Non si può dire che sia un successo. Quanto alla memoria collettiva, ovvero alla coscienza della Storia e dei suoi orrori, è tutt’altra cosa. Attilio infierisce solamente su se stesso”.

Più volte nel romanzo la scelta di Attilio di ritirarsi a vita privata viene ostacolata dai media e dalla tecnologia. Anche lei spesso ha espresso forti critiche sull’utilizzo dei social e sul nostro essere perennemente connessi. È possibile oggigiorno congedarsi da sé stessi o perlomeno diventare invisibili agli altri?
“È il sogno di Attilio, diventare invisibile a se stesso e agli altri. Quanto a me, sono rassegnato alla visibilità, cerco solo di contenerla entro limiti gestibili, anche se non è facile”.

Tuttavia, sebbene accanto ad Attilio ci siano gli amici della montagna, Severino e la moglie chiamata semplicemente la Bulgara, Attilio non parla molto, è anzi piuttosto solo. Pensa che sia una sorta di contrappasso dopo aver trascorso gli ultimi anni a lavorare sulle parole in politica?
“La solitudine di Attilio è un privilegio. Lavora, pensa, fa una vita a suo modo monacale, silenziosa e immersa nella natura. Se mi sono inventato un personaggio del genere è perché lo invidio”. 

La vena ironica, spesso sarcastica, è presente in tutto Le cose che bruciano. Trova che sia un mezzo per commentare il reale, per prenderne le distanze o…?
“La vena ironica, meglio ancora la vena comica, per me è inestirpabile. La vedo ovunque, è un tratto del mio carattere prima ancora che un tratto della mia scrittura”. 

A proposito invece del nostro panorama letterario: ci sono romanzi di scrittori emergenti italiani che ci consiglia e che persino Attilio Campi non aggiungerebbe al suo falò delle cose inutili?
“Sto leggendo Addio fantasmi di Nadia Terranova, voglio arrivare alla fine e dunque vuol dire che mi piace. Mi ha molto colpito, tre le letture recenti, un giallo Sellerio di qualche anno fa, Gabbiani sul Carso di Giulio Angioni. E ho curiosità di leggere Francesco Pecoraro, Lo stradone. Non so se siano emergenti. Per me lo sono perché non li avevo mai letti prima”. 

Se dovesse incontrare Attilio al bar di Roccapane, cosa gli direbbe?
“Che mi piacerebbe essere come lui: coraggioso e fuggiasco”.

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