Maria Teresa Rovitto, all’esordio con “L’aneddoto dei cachi”, qui riflette su come il contatto con l’arte, nel suo caso un’installazione ambientale, le abbia permesso di trovare un punto di svolta nella stesura del suo primo romanzo: “L’opera di Baldassarri […] mi ha dato la chiave per un finale che lascia aperto il processo di trasformazione dei personaggi, sul quale si fonda la narrazione”. Un elemento, questo, che si riflette, in maniera speculare anche all’interno della trama del suo libro, in cui le protagoniste, grazie alla partecipazione di una performance “esperiscono la (rappresentazione della) morte che causa una riflessione sulle loro stesse piccole morti quotidiane”

Numerosi studi in ambito cognitivo dimostrano come a una maggiore esposizione a forme di espressione artistica corrisponda una più intensa attivazione dell’empatia e, quindi, della capacità di confrontarsi con stati mentali complessi e di interpretare, prevedere e comprendere il comportamento umano; in altre parole, non solo di riflettere sui propri funzionamenti, ma anche di riconoscere l’alterità.

Alcuni studiosi sostengono che ciò sia possibile proprio grazie al fatto che la fruizione di un’opera d’arte avviene da una zona protetta, quindi a partire dalla consapevolezza che la scena è agita su un piano finzionale. Questa condizione ci permette di riflettere senza la pressione che spesso sentiamo, invece, nella realtà.

copertina di L'aneddoto dei calchi

Credo che, in fin dei conti, uno degli aspetti più importanti dell’esposizione all’arte, in ultima istanza e da un punto di vista delle sue funzioni sociali, sia proprio quella di allenarci a mettere uno spazio tra la situazione in cui siamo di volta in volta coinvolti nella vita e i tempi della nostra reazione che spesso può essere violenta. Mi piace pensare che l’arte crei una distanza tra noi e la violenza che è in noi stessi, come appartenenti al genere umano, e questa è in estrema sintesi anche il meccanismo della catarsi e della cosiddetta empatia negativa.

Grazie alla partecipazione alla performance VB66 di Vanessa Beecroft, le stesse protagoniste del romanzo, Livia e Zoa, esperiscono la (rappresentazione della) morte che causa una riflessione sulle loro stesse piccole morti quotidiane insite al processo di trasformazione che è la vita.

Io stessa, come autrice, sono stata mossa a una riflessione e diciamo pure ispirata, sì, nella scrittura del romanzo e, in particolar modo del finale, da un’opera d’arte e precisamente da una installazione ambientale dell’artista Clarissa Baldassarri, Ausiliare, esposta nel 2022 nel complesso di San Michele a Salerno, città nella quale all’epoca vivevo.

Dal momento che il romanzo affronta la nostra capacità di accettare la vita come processo di trasformazione e dal momento che questo processo è continuo e dura fino a quando respiriamo, non riuscivo a dare un esito alla trasformazione dei personaggi sul piano narrativo, anche perché mettendo un punto alla storia mi sembrava di interrompere quel processo; in altre parole, non riuscivo più a uscire dalla finzione che io stessa avevo creato.

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L’opera di Baldassari che da sempre concentra la sua ricerca sui limiti della percezione, sul concetto di trasparenza, sulla relazione tra visibile e invisibile, sulle possibilità di oltrepassare i confini fra l’individuo e lo spazio-tempo attraversato, grazie all’utilizzo di diversi media spesso messi in dialogo in installazioni ambientali, mi ha dato la chiave per un finale che lascia aperto il processo di trasformazione dei personaggi, sul quale si fonda la narrazione.

Nell’installazione Ausiliare l’opera è creata dallo stesso fruitore: il suono del suo movimento, del suo respiro, della sua voce vengono assorbiti da un fonometro che traduce in segni grafici la traccia del suo passaggio tangibile, fisico, ma mutato di forma. Nel caso del romanzo, ho provato con la parola scritta a generare nel lettore e nella lettrice un cortocircuito concettuale che lascia fluire il movimento vitale dei personaggi lasciando intuire i loro cambiamenti nonostante la fine del romanzo.

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L’AUTRICE – Maria Teresa Rovitto esordisce in libreria con L’aneddoto dei calchi (Terrarossa), un romanzo preceduto da diverse pubblicazioni su riviste come Nazione Indiana e In allarmata radura, e in antologie come L’ordine sostituito (déclic edizioni) e L’ora senza ombre (Pidgin Edizioni). L’autrice ha anche vinto il concorso Esordi di Pordenonelegge con la silloge Beautiful feet – أقدام جميلة (La Gialla – Samuele Editore).

Il suo primo romanzo si presenta come una riflessione sull’arte e sulla sua incidenza nella vita delle persone, ma anche come una “ricerca del proprio sé in relazione alle aspettative proprie e altrui”.

La protagonista, Livia, vede la sua vita sfaldarsi a seguito di una performance nella quale vengono simulati i corpi carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Trovandosi in un punto di svolta della sua vita – la ragazza ha perso il lavoro e viene fuori da una relazione – la performance segnerà uno spartiacque non solo per lei, ma anche per la sua amica Zoa. Per le due ragazze, infatti, nulla sarà come prima: Zoa radicalizzerà il suo modo di stare al mondo, Livia ridefinirà il rapporto con il proprio corpo e con la malattia del padre.

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