Tra le mura di un convento vicino a dove è cresciuta, una donna va alla ricerca della pace interiore: con “Devozione”, finalista al Booker Prize, l’autrice australiana Charlotte Wood propone un percorso introspettivo alternativo, che sfida i ritmi concitati della vita (e dell’editoria) contemporanea…

“Da qualche parte ho letto che per i cattolici la perdita di speranza è il peccato più imperdonabile. Credo abbiano ragione: è maligna, sanguigna e si espande. Una volta che l’hai persa, non so se la speranza – o la fede: sono forse la stessa cosa? – possa mai tornare” (p. 147).

È proprio una donna senza speranza, quella che incontriamo nelle prima pagine di Devozione, romanzo finalista al Booker Prize dell’acclamata autrice australiana Charlotte Wood.

Ora edito da Fazi con la traduzione di Manuela Francescon, Devozione trasporta immediatamente in un tempo piuttosto imprecisato – ma vagamente ricostruibile, vista la pandemia di Covid a un certo punto della narrazione – in un convento del New South Wales.

Alla ricerca di una nuova vita

L’io narrante si è spogliata della sua vita a Sydney, lasciando il marito e il lavoro come ambientalista, alla ricerca di una nuova vita. Più autentica, più introspettiva, meno legata agli impegni stressanti della sua quotidianità familiare e professionale.

Benché non sia religiosa, vivere tra le mura del convento come ospite, offrendo il proprio contributo nel preparare i pasti, gestire l’orto, partecipare alle preghiere negli orari stabiliti dà il via a una rivoluzione interiore. Il tempo è quello scandito dalle devozioni, non è legato alle lancette dell’orologio ma ai rintocchi delle campane. È impossibile non concordare con la protagonista: “Nel mondo contemporaneo, tutta questa quiete ha un che di radicale. È illecita” (p. 22).

Il convento è un microcosmo rivoluzionario

Il convento è un microcosmo rivoluzionario: sconnesso o quasi dal mondo, si autogestisce, le abitudini danno conforto, le sfide sono quelle quotidiane, tutto sommato facili da tenere sotto controllo. Qui la protagonista può finalmente avere tempo e quiete per confrontarsi con il lutto dei genitori, ripensare al proprio passato e provare a trovare serenità.

«Non sarei mai in grado di spiegare a qualcuno della mia vecchia vita perché o in che modo questo – come chiamarlo: servizio? – mi riempia di pace» (p. 81).

Il suo percorso sembra essersi bene avviato, nessuno la cerca e disinteressarsi di ciò che accade fuori – pandemia compresa – concede alla protagonista tempo per indagarsi.

copertina di Devozione, libri ultime uscite primavera 2026

Almeno finché il mondo esterno non irrompe. Innanzitutto, la minaccia evidente, ancora più urgente della pandemia per chi abita al convento, è l’invasione di topi (che ha davvero vessato l’Australia in seguito alla siccità). Gli animali, quasi una piaga biblica, si insinuano ovunque, nelle cucine del convento, nelle stanze, devastano gli orti e intaccano qualsiasi senso di sicurezza. Nonostante le trappole disseminate qui e là, i topi si moltiplicano, e le suore resistono, giorno per giorno, cercando di gestire le trappole e l’accumularsi di corpi da seppellire.

Se queste scene sono crude, talvolta al limite del disgusto, la morte si insinua nel convento anche in un altro modo, ancor più pervasivo: qualcuno riporterà a breve le ossa di suor Jenny, morta in Thailandia, ma il funerale non potrà avere luogo fino all’arrivo dei permessi.

Si apre quindi un periodo di preghiera, di veglia accanto alle ossa della consorella, e inevitabilmente ci si confronta su temi centrali quali la morte, la vita nell’aldilà e il dramma che può sempre abbattersi su chi è vivo.

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Alla minaccia del Covid, dei topi e al tema della morte si aggiunge il quarto elemento che scuote le fondamenta del convento (e della protagonista): l’arrivo lì di suor Helen Parry, colei che ha portato le ossa di suor Jenny.

Tra sensi di colpa e il desiderio di perdono

Suor Helen è un’attivista molto nota, un volto pubblico, e per questo criticata ferocemente dalle altre suore. Quanto alla protagonista, per lei Helen è una figura più sfaccettata, perché in anni lontani ha frequentato la sua stessa scuola e le due hanno condiviso momenti delicati. Non erano amiche, e anzi in un’ora di sartoria è accaduto un episodio che tormenta ancora la protagonista. E i sensi di colpa e il desiderio di perdono serpeggiano attraverso i tanti frammenti diaristici (privi di data) che compongono questo romanzo. Non di rado, affiorano anche dai sogni notturni, appuntati qui e là.

Helen non è la sola compagna di scuola lì al convento: c’è anche Richard Gittens, un uomo che entra ed esce portando spesso aiuto alle suore. Quel che sconvolge – ma è molto significativo per capire più da vicino i rapporti sociali – è che né Richard né Helen riconoscono immediatamente l’io narrante, né si interessano alla sua vita o attribuiscono pari importanza ai ricordi condivisi. La comunicazione non si realizza facilmente, e soprattutto la concezione del mondo è sghemba: quando la protagonista prova a proiettare la sua visione sugli altri o prova a prevedere i loro pensieri, fallisce.

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La solitudine che aiuta a conoscersi

Ne emerge una forte solitudine, tuttavia non del tutto negativa: è finalizzata a conoscersi più da vicino, per quanto spesso la donna si senta “sulla soglia di una comprensione, ma non riesca mai a fare il salto” (p. 141). Talvolta l’ambiente circostante è respingente e la compagnia non fa sentire accolti: “Il disagio pareva gocciolare lungo i muri insieme alla temuta insinuazione che dovremmo essere qualcosa di diverso da quel che siamo” (p. 99). Ma, dal momento che siamo davanti a una narratrice in prima persona, e dunque inaffidabile, è difficile capire se la comunità effettivamente la giudichi o se invece non sia lei a proiettare il proprio senso di inadeguatezza.

In questo romanzo in cui non è tanto l’avvicendarsi degli eventi a contare quanto l’introspezione, colpisce il cammino della protagonista. Non un cammino di fede in senso tradizionale, ma il suo imparare a conoscersi dentro una nuova quotidianità, finalmente scelta, non imposta. E non pare fuori luogo rintracciare una libertà simile nella scelta di Charlotte Wood di uscire dai confini editoriali più invalsi e sperimentare la ricerca di una pace che procede per tentativi, errori e traguardi, lasciando che sia chi legge a rintracciare punti di continuità, contrapposizioni e scene volutamente iterate.

Devozione si legge quindi con calma, tornandoci più volte, come si fa con un libro devozionale, per l’appunto: cercando il rintocco, la meditazione, la crescita personale.

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Fotografia header: Charlotte Wood nella foto di Carly Earl

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