Cosa succede quando la distanza, durante una relazione, è sia fisica sia linguistica? Come si può amare se si ha difficoltà a comunicare? Sociologa, critica letteraria e autrice cilena, Andrea Jeftanovic, nel suo romanzo “Geografia della lingua”, esplora le dinamiche di una relazione separata dalla linea equatoriale e da regole grammaticali completamente opposte, ambientandolo nei primi anni 2000, attanagliati da catastrofi mondiali…
Come possono funzionare le relazioni tra persone che non condividono la lingua madre?
A scegliere di comunicare tramite una delle due parlate, si rischia di sbilanciare la coppia, mentre nel decidere di parlarsi tramite una terza, una lingua franca, ci si può esporre alla perdita dell’autenticità, di navigare sempre nel mare dell’ambiguità, di rischiare il lost in translation: confondersi nei meandri delle grammatica, delle intonazioni, degli accenti, con il rischio di lasciare sempre qualcosa indietro.

Andrea Jeftanovic, autrice cilena classe ’70, pone al centro di Geografia della lingua, edito da gran vía con la traduzione di Maria Cristina Secci, proprio questo argomento. Il romanzo, il primo della scrittrice a essere pubblicato in Italia (mentre in patria è in libreria con sette titoli, tra romanzi e racconti), narra di una storia d’amore alla vigilia del nuovo millennio, tra globalizzazione e catastrofi moderne.
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Ma la vera protagonista di questo libro è proprio la lingua. Una lingua che accarezza, che cerca, che immagina. Una lingua che divide, che allontana. È la lingua dei protagonisti, quella fatta di muscoli, di nervi, che si muove a scatti, che ne cerca un’altra con cui sfiorarsi, carezzarsi. Ma è anche una lingua fatta di suoni, di regole grammaticali e di coniugazioni.
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I protagonisti sono separati da oceani, fusi orari e da due emisferi diversi: lei, Sara, è del profondo sud, lui, Alex, è, invece del profondo nord. Si incontrano per caso su un volo, scalo per entrambi, a metà di un percorso che prosegue in due direzioni opposte. Mentre continuano il loro viaggio, lui a nord-est, lei a sud-ovest, una delle Torri Gemelle subisce il primo attacco.
Appena atterrano si chiamano, si cercano, si assicurano di stare bene. E da lì comincia la loro relazione, prima battuta sulle tastiere di computer, fatta di parole d’amore che compaiono su schermi piatti, scritte a volte in una e a volte in un’altra lingua, altre volte ancora in quella franca, “che non appartiene né a me né a te. Anche se cercavamo di essere precisi, comunicare in una lingua diversa dalla nostra aveva un effetto liberatorio. Ci consentiva di parlare spensieratamente senza la pressione di accenti e intonazioni. Ci muovevamo in mezzo a una viscosità di parole, naufraghi dell’alfabeto”.
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E poi cominciamo i viaggi. Prima lei, su al nord e poi lui, giù al sud, dispersi in città che non conoscono, con suoni nelle orecchie che faticano a distinguere. Gli spostamenti continuano. I protagonisti imparano a condensare i sentimenti in pochi giorni, a ridurre le domande allo stretto necessario; e poi il computer a colmare la distanza, quando è arrivato il momento di separarsi. Attraverso i viaggi, creano una loro personalissima mappa, fatta di visite fugaci, dieci, quindici giorni, in posti diversi negli emisferi opposti, è la loro “globalizzazione intima”.
Accanto alla storia di Sara e Alex scorre la Storia dei primi anni del ventunesimo secolo: l’attentato terroristico alle Torri Gemelle, alla stazione Atocha di Madrid, la strage di Beslan e quelle alla metropolitana di Londra. Il prezzo del petrolio sale, per poi crollare precipitosamente e, nel mentre, i due risalgono e discendono per le rotte aeree, tracciando lungo il globo una mappa personale, percorrendo le tappe di una relazione costantemente minacciata: dalla distanza, dalla lingua, dalle vicende mondiali, dalla malattia, che trova ampio spazio nella seconda parte del libro.
“Continuando a passare da una lingua all’altra abbiamo creato un linguaggio personale, una terza lingua […], al di fuori della violenza del mondo, uno spazio segreto che eluda la sorveglianza della polizia. Sappiamo che nella lingua madre si dice la verità. In una lingua straniera si mente. Quindi stabiliamo un punto intermedio”.
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Alla fine del romanzo restano impresse nella mente le stesse domande che sorgono spontanee quando si comincia a leggere: quando la distanza è sia fisica sia linguistica, come può fiorire una relazione?
I protagonisti di Geografia della lingua non danno una risposta, ma portano avanti un tentativo intimo e ostinato di creazione di una propria geografia, fisica e linguistica. Perché, forse, laddove la lingua non riesce ad arrivare, può farlo un bacio.
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Fotografia header: Andrea Jeftanovic nella foto di Julia Toro