Il cambiamento climatico, la pervasività della tecnologia e dell’Intelligenza Artificiale, le manovre politiche per dividere la popolazione e creare una gerarchia sociale sempre più rigida e basata sulla ricchezza: questi e tanti altri temi rendono “Il mondo senza inverno” di Bruno Arpaia un esempio di speculative fiction in grado di parlare dei rischi e delle paure nostro presente, pur ambientando la vicenda nel futuro prossimo…
Sono passati dieci anni dall’uscita di Qualcosa, là fuori (Guanda, 2016), in cui Bruno Arpaia aveva creato un mondo distopico dove non avvenivano guerre apocalittiche o catastrofi naturali improvvise; la sua storia narrava di un futuro prossimo in cui erano i cambiamenti dovuti all’aumento delle temperature globali a trasformare tante persone – compresi i protagonisti del libro – in migranti climatici.
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Riparte da qui, dalla fuga alla ricerca della salvezza, Il mondo senza inverno (Guanda), in cui ritroviamo alcuni personaggi, come Marta, sua figlia Sara, il giovane Miguel, mentre Livio, il professore protagonista del romanzo precedente, è deceduto (si precisa che si può leggere questo nuovo libro anche slegato dal precedente, dal momento che l’autore presta attenzione a raccordare i romanzi e a rendere ben presto note le peculiarità caratteriali e i ruoli dei personaggi).

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Quando le persone in fuga arrivano a Trondheim, in Svezia, si illudono di trovare un luogo sicuro, ma il mondo che si presenta loro è diverso da quanto si sarebbero aspettati.
Sono passati dieci anni, si diceva, dalla pubblicazione del primo romanzo, e non stupisce che Bruno Arpaia abbia nutrito questa nuova opera dei recenti passi avanti in ambito tecnologico nonché dei timori e degli interrogativi sempre più assillanti su quali siano i limiti della scienza.
L’innovazione tecnologica, già presente nel primo romanzo, si intreccia all’imperversare dell’Intelligenza Artificiale, di cui può beneficiare solo un’élite. Si crea così un enorme divario sociale: i ricchi possono ad esempio godere dei benefici portati dalla genetica più avanzata, e dunque ottenere menti e arti iper-potenziati. Se non sono ancora arrivati a sconfiggere la morte, l’invecchiamento è almeno rallentato in modo evidente.
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Non solo: questi cittadini potenziati rientrano nella categoria A, mentre nella B troviamo i lavoratori ritenuti ancora utili per lo stato, che lottano ogni giorno per non essere retrocessi alla categoria C. Questi ultimi, considerati inferiori, vengono emarginati e costretti a vivere in luoghi simili a ghetti, coltivando quel poco che possono per sfamarsi e non hanno beni di prima necessità. A questa realtà appartengono coloro che hanno perso la loro professione, perché le loro competenze sono state sostituite dall’IA, ma anche i malati (o anche solo chi ha dei geni con predisposizione a gravi patologie).
Non sorprende che siano soprattutto i cittadini C ad aver messo in piedi una Resistenza armata, per combattere contro le discriminazioni. Eppure non sono gli unici a lottare, e i protagonisti stessi dovranno decidere da che parte stare. Ogni aiuto è gradito, tantopiù da parte di novellini non ancora schedati a dovere.
Sì, perché nel futuro raccontato da Arpaia la tecnologia onnipresente ha sostituito anche i documenti di identità: tutte le informazioni stanno in un chip installato nelle persone, i droni per le strade schedano velocemente chi passa, GPS monitorano ogni spostamento… Un controllo governativo massiccio è il prezzo da pagare per ottenere maggiore sicurezza. Non meraviglia che tanti cittadini affondino le proprie ansie giocando con visori che li astraggono completamente dalla realtà.
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Persino l’istruzione non è più come una volta, e le lezioni in presenza sono spesso sostituite da ore davanti a una propria console che personalizza l’apprendimento. Rassicura che un’adolescente come Sara non si lasci affascinare da questo impiego pervasivo della tecnologia; anzi, quando un suo compagno, Erik, prova a spiegarle come funziona la scuola nella Svezia del futuro, la ragazza inorridisce.
E c’è da stupirsi – o forse no, analizzando il nostro presente – per quanto accade al mondo dell’informazione: le notizie dagli altri Paesi sono schermate, ma «la vera censura è inondare la gente di informazioni irrilevanti, inutili» (p. 121).
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Chi appartiene alla Resistenza sa bene qual è il gioco del governo e rivela una triste ma condivisibile verità:
«L’idea […] è che quanto più una società si affida alla tecnologia, tanto più è fragile, tanto più è vulnerabile: basta un evento inaspettato, anche minimo, oppure un nemico con i mezzi adatti per colpirla. È sufficiente intervenire nel punto giusto dei sistemi per bloccare interi settori vitali…». (p. 142)
Eppure non bisogna disperare: Il mondo senza inverno racconta anche di lealtà, di amore, di unione di intenti: è determinante sostenersi l’un l’altro per realizzare un ideale comune. I piani dei ribelli per opporsi al governo non sono vaniloqui utopistici; puntano invece a salvaguardare la libertà, a ripristinare l’uguaglianza e a difendere il diritto di condurre una vita dignitosa.
La relazione tra scienza, avanzamento tecnologico e potere appare nettamente potenziata rispetto a Qualcosa, là fuori; d’altra parte, ogni speculative fiction muove da istanze urgenti nel presente di chi scrive. Le disuguaglianze sociali alimentate ed esasperate dal governo, la volontà di dividere la popolazione in gruppi in conflitto gli uni con gli altri sono solo alcuni aspetti della critica alla politica e alla psicologia delle masse presenti nel romanzo.
Come contraltare, Arpaia pone valori immortali come la solidarietà, la tolleranza e l’humanitas (già presenti in Qualcosa, là fuori), che possono infondere ancora la speranza in un cambiamento. Perché, come dice un personaggio del libro, la minaccia peggiore a cui non bisogna mai cedere è «credere che il futuro sia già determinato» (p. 198).
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