Finalista al Booker Prize, “Il resto della nostra vita” è il racconto di un uomo che, dopo aver accompagnato la figlia al college, invece di tornare a casa continua a guidare. Ne nasce un viaggio attraverso gli Stati Uniti che è più un bilancio, che una fuga: quello di un matrimonio sopravvissuto a un tradimento e di una paternità ormai conclusa. Benjamin Markovits segue così il percorso di tanti uomini – e donne – che, giunti a metà della propria esistenza, cercano di capire se sia ancora possibile ricominciare. E, soprattutto, se lo desiderino davvero…
Questa recensione comincia con un titolo volutamente provocatorio. A dispetto del nome, il longseller firmato da Hanya Yanagihara, Una vita come tante, racconta di esistenze tutt’altro che ordinarie. Il protagonista, Jude St. Francis, non vive una vita come tante. E per fortuna. Il cinquantacinquenne Tom Layward, di cui si racconta in Il resto della nostra vita (Einaudi, traduzione di Federica Oddera), invece, sì.
Tom è un uomo di mezza età con un matrimonio che si è raffreddato negli anni e due figli ormai indipendenti, che si ritrova senza il ruolo che aveva scandito le sue giornate per quasi tutta la sua vita adulta. Insomma, la condizione di molte persone a cinquantacinque anni.
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Dodici anni prima Amy, sua moglie, aveva avuto una relazione con un uomo conosciuto alla sinagoga.
Tom aveva deciso di rimanere per i figli, facendosi però una promessa: quando Miriam, la più giovane, fosse andata al college, avrebbe potuto andarsene anche lui.
Ora Miriam ha diciotto anni. Il fratello maggiore Michael vive già lontano da casa e Tom, professore universitario, è temporaneamente sospeso dal suo incarico. Persino il suo corpo ha cominciato a tradirlo con vertigini, gonfiori e mancamenti che lui continua a liquidare come inconvenienti della mezza età.
Così accompagna Miriam a Pittsburgh. Sette ore di macchina dopo le quali dovrebbe lasciarla al dormitorio e tornare da Amy. E invece continua a guidare.

Il resto della nostra vita è stato finalista al Booker Prize 2025
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Il viaggio che segue ha poco della fuga on the road che ci si aspetterebbe, quella in cui ritrovare sé stessi surfando nel Pacifico, ballando fino all’alba o prendendo un volo solo andata per l’altra parte del mondo senza rendere conto a nessuno. Tom non ha preparato una valigia e non sembra nemmeno cercare sé stesso: gioca a basket con sconosciuti, dorme nei motel, va a far visita al fratello e a vecchie conoscenze. E lo fa solo per una manciata di giorni.
Niente di spettacolare, quindi, e nessuna ricerca attiva di una nuova vita in cui ricominciare da zero.
Per quanto Tom, nei dodici anni trascorsi dalla scoperta del tradimento, abbia inconsciamente atteso quel momento immaginandolo forse come l’inizio di qualcosa di nuovo, ora non riesce a fare altro che passare in rassegna la vita che avrebbe potuto vivere e quella che ha vissuto.

Benjamin Markovits, attraverso dialoghi dinamici e rapidi flashback, racconta così una parte meno evidente non solo di un matrimonio ormai tiepido, ma di una vita in cui si è stati genitori per tanti anni e che ora, con i figli fuori di casa, si alleggerisce un po’ di quel ruolo.
Insomma, la vita di tante persone. Si desidera a lungo cambiare, dare un taglio o una svolta; si immaginano futuri possibili e realizzabili. Si attende il momento giusto, ma quando questo finalmente si presenta spesso non lo si riconosce più come tale.
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A vent’anni il resto della vita è quasi tutto. A cinquantacinque comincia ad avere un peso diverso. Che non significa che a cinquant’anni non si possa né si debba dare una svolta alla propria vita, se infelici o insoddisfatti. Questo è un sacrosanto diritto di chiunque, a qualsiasi età. E sicuramente nessuno stabilisce che si debba aspettare, tollerare e mandar giù per anni, pensando che quello sia il bene dei figli (che forse starebbero meglio a non respirare tutti i giorni il rancore dei genitori e li preferirebbero separati).
Markovits non giudica chi resta e nemmeno chi se ne va. Guarda piuttosto con una certa indulgenza chi si accorge che la vita immaginata per anni non coincide necessariamente con quella che si finisce per scegliere. E con Il resto della nostra vita vuole forse mostrare solo un po’ di comprensione anche nei confronti di chi pensava di voler dare un taglio netto alla propria vita e non lo fa – per impossibilità, quieto vivere o abitudine.
Oppure perché, dopo aver aspettato uno spiraglio per dodici anni, scopre soltanto allora che ciò da cui voleva uscire è diventato, nel frattempo, anche casa.
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