“La conoscenza è l’unica via che porta fuori dall’oscurità della violenza, l’ignoranza è il veleno più distruttivo che esista e significa ignorare l’altro e noi stessi”. Chandra Candiani si racconta in occasione dell’uscita della sua nuova raccolta di poesie, “Essere nuvola” (in cui tocca temi come il sogno, la natura, il tempo, l’infanzia negata e la guerra): “Vivere in natura insegna la convivenza, l’etica della condivisione, il non abbellirsi, il sentire la propria ferocia, la precarietà, il costante rischio di perdere e di mancare. E soprattutto fa sentire il Pianeta e il desiderio di custodirlo”. E ancora: “In tempi tragici spuntano messaggi consolatori, inni alla luce, alla pace, alla bellezza della vita. Credo che invece sia nostro dovere conoscere l’oscurità che ci abita, il male che esiste in chiunque e la possibilità di trasformazione che porta con sé”. L’autrice confida: “Non sentivo di appartenere a Milano, alle città in genere. Nel bosco mi sento in comunità e le persone che scelgo di vedere sono spesso outsider”. Quanto alla poesia, “resta la mia voce misteriosa e la misteriosa voce di altri. Ne ho bisogno…”. Spazio anche al passato: “La mia infanzia ha determinato quasi tutta la mia esistenza, è stata difficilissima” – L’intervista

Chandra Candiani torna in libreria con una nuova raccolta di poesie, Essere nuvola (Einaudi), che raccoglie testi scritti nell’arco di tre anni, tra il 2023 e il 2026, organizzati in tre sezioni che potremmo definire, come racconta la stessa autrice nell’intervista qui di seguito, “tematiche”: “Il sogno delle parole”, “Terre oltre il tempo”, e “Il mestiere delle briciole”. Sogno, comunione con la natura – intesa come animali ma anche alberi – tempo, infanzia negata e guerra sono i macrotemi che emergono in questa raccolta, ma a cui le poesie non possono essere esclusivamente ridotte.

Candiani, poeta dalla voce gentile, ha saputo raccogliere attorno a sé, nel corso degli anni, un nutrito numero di lettrici e lettori che si sono riconosciuti nei suoi versi e nella sua richiesta di condivisione umana e naturale, una richiesta che riesce a essere tanto ferma quanto delicata. La scrittura di Candiani procede per immagini essenziali che formano piccoli racconti di vita, inviti al ripiegamento interiore come mezzo per potersi poi aprire al mondo.

la poetessa Chandra Candiani

Chandra Candiani nella foto di Salvatore Marrazzo. Nata a Milano nel 1952, l’autrice con Einaudi ha pubblicato nella “Collezione di poesia”: “La bambina pugile” (2014), “Fatti vivo” (2017), “La domanda della sete” (2020) e “Pane del bosco” (2023). Nelle “Vele”, “Il silenzio è cosa viva” (2018), “Questo immenso non sapere” (2021) e “I visitatori celesti” (2024). Negli “ET”, le favole di “Sogni del fiume” (2022). Altri suoi libri di poesia sono “Bevendo il tè con i morti” (Interlinea, nuova edizione 2022) e “Vista dalla luna” (Salani 2019). Ha curato inoltre, con Andrea Cirolla, “Ma dove sono le parole?” (Effigie 2015).

Essere nuvola, come raccolta, è caratterizzata dal continuo ripresentarsi di animali ed elementi naturali in cui la sua voce si identifica e si trasforma. La cultura occidentale riduce spesso animali e natura a strumenti che, invece, nella sua scrittura diventano voce dell’anima, entità, oracoli che permettono, attraverso l’identificazione, di raccontare diverse parti del sé. Mi parlerebbe di questo aspetto?
“In realtà sono proprio animali, quelli che incontro qui, ogni giorno e ogni notte. Vivendo a stretto contatto con loro, ho sentito quanto apparteniamo a un coro, a una comunità oltre le specie e le definizioni. E ho riconosciuto in me la mosca, la lepre, il tasso, il moscerino, come pure il faggio, il larice, la comunità d’alberi di cui faccio parte. Una visione non più antropocentrica, in cui sono entrata non solo senza sforzo, ma con sollievo. Poi, certo, sono anche vite simboliche, arcani del mazzo di tarocchi che ogni vita si gioca”.

È di grande potenza, soprattutto guardando all’attualità, questo continuo rivendicare di “essere natura” che unisce le poesie della raccolta. La natura che trasmettono le sue parole non è addomesticata, bensì feroce. Forse sta proprio in questa ferocia un’ipotesi di salvezza?
“La ferocia non manca nel nostro mondo, ma manca la consapevolezza che la ferocia appartiene a tutti e c’è chi la disconosce e la agisce e chi vedendola e sentendola dentro di sé sceglie di non negarla, ma nemmeno di agirla. Conoscere la ferocia della natura insegna a vederla non come pittoresco sfondo di una fotografia o di una passeggiata, ma come vivente, dunque con le sue difese, i suoi attacchi, le sue inclusioni ed esclusioni. Gli alberi lottano per la luce, per lo spazio. Gli animali si mangiano a vicenda. Ma c’è sempre una necessità, un bisogno vitale. E ci sono regole scritte nel sangue ed ereditate da cui nessun essere, tranne noi, devia. Vivere in natura insegna la convivenza, l’etica della condivisione, il non abbellirsi, il sentire la propria ferocia, la precarietà, il costante rischio di perdere e di mancare. E soprattutto fa sentire il Pianeta e il desiderio di custodirlo”.

Essere nuvola Chandra Candiani

Lascia grande spazio anche al buio. Un buio senza accezioni spaventose (di nuovo viene da pensare all’interpretazione tipica dei pensieri occidentali), che viene presentato come un compagno che, al pari della luce, cammina al fianco. Sembra ci sia da parte sua un invito ad abitare l’oscurità, ad accoglierla. Cosa può trasmettere questo buio?
“’Il buio è la vita interiore della luce’, dice un mio verso in Essere nuvola. In tempi tragici spuntano messaggi consolatori, inni alla luce, alla pace, alla bellezza della vita. Credo che invece sia nostro dovere conoscere l’oscurità che ci abita, il male che esiste in chiunque e la possibilità di trasformazione che porta con sé. La conoscenza è l’unica via che porta fuori dall’oscurità della violenza, l’ignoranza è il veleno più distruttivo che esista e significa ignorare l’altro e noi stessi, non riconoscerci fatti della stessa materia, ma con altra forma, detestare e temere le differenze, anziché comprendere quanto siano creative e il rispetto della biodiversità, anche umana, è il primo passo verso una possibile pace saggia”.

L’oscurità, la percezione dell’essere animale, sono tutti aspetti legati a un altro, importante, fil rouge di questa raccolta: il sogno. Sogno come manifestazione, come guida, come radicamento. Da cosa deriva questa riflessione sui sogni?
“I sogni, come la poesia, non sono programmabili, non sono fatti ‘apposta’, sono semmai loro che fanno noi. Ci conosciamo nei sogni, ci conosciamo nei versi, conosciamo quel che non sappiamo. C’è sempre un salto, uno scarto, tra la razionalità e il sogno o l’arte, c’è un vuoto che fa trasalire. Il sogno è una forma d’arte. Quando non ricordo i sogni mi sento più povera, più sola, una grande parte di me mi sta lontana, cosa ho combinato? Torna a casa, Chandra”.

In queste poesie risuona sia una forte consapevolezza individuale, sia una forte consapevolezza di “essere mondo”. Come si è svolta la costruzione di questo radicamento nel suo percorso poetico e spirituale?
“Credo che la consapevolezza individuale porti di conseguenza a quella di essere comunità, di essere mondo. Se non ci sei, non puoi esserci nemmeno per gli altri. Quando c’è un io conosciuto, intimo, c’è anche il tu. Non sentivo di appartenere a Milano, alle città in genere. Nel bosco mi sento in comunità e le persone che scelgo di vedere sono spesso outsider, stanno stretti nelle convenzioni e cercano altro. Così, la poesia riflette questo passaggio. I mondi sono tanti, in città crediamo di essere gli unici che abitano e socializzano, ma non è così. Qui imparo la solitudine da cui partire per incontrare, senza ignorare l’altro e senza cadere dentro di lui o di lei, senza confondermi. Qui imparo la biodiversità umana nel bel mezzo di quella vegetale e animale”.

I visitatori celesti Candiani

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In che relazione si pone oggi con la poesia?
“La poesia resta la mia voce misteriosa e la misteriosa voce di altri. Ne ho bisogno: di leggerla, di scriverla, per orientarmi senza adeguarmi, per lasciare che arrivi, per imparare a essere attivamente passiva, consapevole e sveglia, in attesa di un dono. Un dono di parole che fanno trasalire, leggendole, scrivendole”.

Nelle sue poesie ha sempre accordato una grande dignità all’infanzia e a quella “parte bambina” che permane anche nell’adulto. Le bambine e i bambini tornano anche nelle poesie di Essere nuvola, e assumono la voce di antichi saggi, di messaggeri. Cosa rappresentano?
“La mia infanzia ha determinato quasi tutta la mia esistenza, è stata difficilissima, gli adulti erano un pericolo, e ho deciso allora di preservarla per tutta la vita, di custodirne il modo di conoscere in punta di piedi, inciampando nel buio, sbirciando l’arrivo della luce. In Essere nuvola i bambini sono il futuro che non vuole più essere massacrato, che vuole vivere, parlare, contare. Sono gli eredi del sogno. Sognano la non-guerra, la non-morte annegati perché non attesi, rifiutati, la sparizione, non sorridono più, sono scrigni di valori in via di estinzione”.

L’essere umano che traspare da questi testi sembra essere un umano in qualche modo “unificato”, in cui maschile e femminile, infanzia ed età adulta, risultano un tutt’uno inscindibile. Cos’è per lei questo umano?
“È la fatica di ogni giorno e di ogni notte per non disperare, per non soccombere, per coltivare la fiducia a qualunque costo. In cosa? Non lo so. Pura fiducia d’essere, nella nostra vera natura, di non essere nati per distruggere, di poter essere ancora contadini della terra e dell’anima, di conoscere che c’è un oltre-io, uno spazio dove guardarsi negli occhi, ascoltarsi, dire parole vere, non divisive, condividere differenze senza colonizzarsi, sapere che l’umano è solo una tessera tra tante in un cosmo non finito, sconfinato”.

Vista dalla luna di Chandra Livia Candiani

A cosa risponde la tripartizione del libro?
“Non parto mai da un progetto. Le poesie di Essere nuvola, nate in tre anni, sono quelle che mi sono più misteriose e libere da intenzioni. Quando sento che la fase di scrittura è conclusa (e si sente), dopo averle lette e rilette, tagliate, buttate, se non suonavano più, lavate, scrutate nei particolari per sentire se ogni parola è fedele all’insieme, spesso scopro che ci sono dei fili, dei temi, come i temi musicali, che si ripetono, che collegano alcune poesie e non altre. Allora raccolgo le poesie non più in ordine cronologico, ma seguendo il loro tema più o meno evidente. Sono mesi di lavoro. In questo libro, ho notato che c’erano le parole come tema, ma parole come creature che sognano, di raggiungere, di dire nonostante la deriva umana in cui sono, di non ferire ma di non tacere il male e le ho raccolte nella sezione ‘Il sogno delle parole’. Ci sono sogni nati dalle parole stesse che cercano di abitare il nuovo ambiente del bosco, ci sono parole che si ammalano e tacciono, ci sono parole che si sentono poverissime di fronte al dolore del mondo, come pure davanti all’erba di primavera e cercano di parlare lo stesso”.

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La seconda sezione è “Terre oltre il tempo”.
“In ‘Terre oltre il tempo’ ci sono le mie metamorfosi negli animali e negli alberi, il tentativo di incontrarli fino in fondo al cuore senza l’aiuto delle parole. E c’è un tempo arcaico in cui esistono, una terra che non appartiene a nessun tempo, una soglia che apre all’origine e da cui si vede anche il limite, la fine del tempo. La terza sezione, ‘Il mestiere delle briciole’, parla della guerra, dei bambini e delle bambine uccise, della loro collettività dispersa, frantumata nella rottura di un patto che ci precede: non uccidere, non uccidere prima di tutto gli innocenti. C’è il non potersi fidare più nemmeno di quel che si vede, tanto più di quel si dice. Come fidarti dello sguardo quando la tua casa in pochi secondi si trasforma in un cumulo di macerie? Scrivo dei mestieri che i bambini e le bambine non potranno mai fare, possono solo camminare in punta di piedi sulla lama dei secondi, attendere a un tempo che sta andando in briciole. Essere briciole è il loro unico mestiere. E naturalmente c’è anche la mia ‘briciolitudine’, il sentirmi, senza pane intero, eppure sapere che c’è”.

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Fotografia header: Chandra Candiani, nella foto di Salvatore Marrazzo

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