Monica Acito, dopo l’esordio con “Uvaspina”, torna con “La carità carnale”, in cui racconta la storia di Marianeve e Giulia Di Marco che, anche se separate da 2000 anni, condividono il dono di guarire gli altri attraverso il proprio corpo. In questa sua riflessione, l’autrice campana spiega come il suo immaginario sia stato fortemente influenzato dall’iconografia religiosa cristiana: “Ho sempre avuto un’ossessione inspiegabile per le processioni, per le statue dei santi e i miracoli […] mi affascinava la devozione carnale che, nella terra in cui sono cresciuta, si provava per i santi…”

Scrivere questo romanzo è stata l’esperienza più bella e infernale della mia vita. Ogni mio momento libero, ogni mio piacere, ogni mia esperienza, sono stati cannibalizzati dal pensiero de La carità carnale. Questo romanzo mi ha occupato la mente, mi ha resa spesso intrattabile, mi ha fatto venire voglia di chiudere tutti fuori e isolarmi nella scrittura. Che era proprio quello che volevo. Volevo stare da sola e affrontare il mostro di questo libro.

In questo libro c’è la foga di raccontare questa storia e non un’altra, c’è una simbiosi totale con Marianeve e Giulia Di Marco, la carnalità disperata di averle conosciute. Questa storia me l’hanno indicata loro, con i loro occhi di brace che mi fissavano nel buio. Questa storia l’hanno tracciata loro, come se Giulia Di Marco e Marianeve si riconoscessero attraverso una memoria oscura, prelinguistica, animale.

“Ho sempre avuto un’ossessione inspiegabile per le processioni, per le statue dei santi e i miracoli”

Ho sempre avuto un’ossessione inspiegabile per le processioni, per le statue dei santi e i miracoli: da piccola mi faceva paura Santa Lucia con i suoi occhi strappati, con le sue orbite riposte in un piattino. Ho smesso presto di andare in chiesa, ma mi affascinava la devozione carnale che, nella terra in cui sono cresciuta, si provava per i santi: i santi non erano sagome evanescenti, ma figure in carne e ossa sedute a tavola, e i bicchieri erano pieni del loro sangue rosso rubino e le loro labbra prendevano vita.

Tanti anni fa, non so nemmeno per quale motivo, stavo cercando informazioni su Santa Teresa D’Avila e la sua estasi, quando mi sono imbattuta in articoli che parlavano di una “santa viva” vissuta a Napoli nel Seicento: Giulia Di Marco.

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“La figura della santa mistica mi ha sempre affascinata”

La figura della santa mistica mi ha sempre affascinata, al di là della religione: l’idea che un essere umano possa cadere in una possessione di piacere, sentire la preghiera come un fremito che parte del corpo e dai sensi, mi faceva pensare al delirio dell’arte e della scrittura in particolare. Essere abitati da qualcosa che scorre sotto la pelle, che rompe tutto il detto e il non detto, che si materializza nel miracolo d’inchiostro della creazione: scrivere è sempre un miracolo, è sempre creare qualcosa che non esiste.

Ho trovato Giulia Di Marco e ho cominciato a leggere di lei e della setta che aveva fondato nella Napoli del Seicento, chiamata la setta della Carità Carnale.

Non riuscivo a pensare ad altro, Giulia Di Marco ha iniziato ad abitare la mia mente. Giulia Di Marco aveva il dono di guarire gli altri attraverso l’erotismo del suo corpo, come una santa: è partita dal Molise, ha conosciuto la gloria e la rovina, è stata lacerata da una società sessuofoba e misogina e ha finito i suoi giorni a Castel Sant’Angelo, condannata come eretica dalla Santa Inquisizione. Ho cominciato a consultare un po’ di bibliografia su Giulia Di Marco per avere un quadro storico e per mettere a fuoco la sua figura, ma le informazioni erano poche: ho comunque indicato tutti i testi che ho consultato nella nota alla fine del romanzo.

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“Non mi interessava scrivere un romanzo storico”

Non mi interessava scrivere un romanzo storico: volevo partire dalla figura di Giulia Di Marco per raccontare una storia contemporanea, volevo riempire le lacune del passato con la finzione e l’affabulazione, desideravo manipolare il dono carnale di Giulia Di Marco per farla dialogare con una ragazza del presente. Allora è arrivata lei, Marianeve.

Marianeve è una ragazza dei nostri giorni, una ragazza che parte da un paesino del Cilento e si scopre donna a Napoli. Marianeve si riflette nello specchio maestoso di Giulia Di Marco, perché anche lei capisce di avere il dono di guarire gli altri col suo corpo, e lo scopre da piccola nello sgabuzzino del negozio di suo padre, in cui si chiudeva da bambina con le sue compagnelle. Proprio lì, guarisce per caso una sua compagna di classe, Lucrezia, la figlia del sindaco.

copertina di Uvaspina di Monica Acito

La copertina del romanzo d’esordio di Monica Acito, pubblicato nel 2023

Un Cilento bruciato dal sole e pieno di paesi spopolati

Marianeve nasce in un Cilento bruciato dal sole e pieno di paesi spopolati, cresce nella bottega di alimentari di suo padre Sarchiapone, che la ama di un amore purissimo e crede che Marianeve sia destinata a grandi cose. Sarchiapone si toglie il pane da bocca e compie immensi sacrifici per farla studiare, perché è convinto che sua figlia sia “un’artista”: Marianeve si trasferisce presto a Napoli per l’università, anche per riscattare suo padre da una vita faticosa e stentata. Lì, tra case arrangiate da fuorisede, coinquiline crudeli, professori discutibili e statue di sirene, Marianeve scopre che l’episodio di guarigione che aveva sperimentato da piccola nello sgabuzzino non era un caso isolato: compie altri miracoli, tra i vicoli e le strade di una Napoli contemporanea e allucinata. Tutti cominciano a farle credere che è una “santa viva”, e proprio così Marianeve scoprirà la figura di Giulia Di Marco, suora eretica vissuta nel Seicento, che aveva il suo stesso potere.

Da quando ho incontrato Marianeve sulla pagina, lei è stata il mio fantasma, la mia lente, la mia grazia.

Marianeve è stata la mia luce, è stata la mia bambina venuta dal Cilento, la mia colomba e la mia coniglia selvatica. E con lei c’era suo padre Sarchiapone, che credo sia il personaggio maschile che ho amato di più, tra quelli creati: lui è sacrificio e vergogna, scuorno e senso di colpa, campagna e sudore, lui è l’amore eccessivo e smisurato in purezza.

La finzione e la realtà si sono mescolate per aderire soltanto a quella che è la mia verità, il mio personale spaesamento, la brutalità dolcissima che ho provato scrivendo ogni singola riga di questo romanzo.

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I paesi del Cilento che ho citato, tutti i luoghi della provincia a sud di Salerno, sono spine e ricordi d’infanzia. Tra le altre cose, questo libro vuole raccontare anche una zona d’Italia dimenticata, il Cilento, e le sue aree interne, devastate da uno spopolamento e da un isolamento spaventoso. Vuole provare a raccontare la dignità dei suoi abitanti, la dignità di un Mezzogiorno d’Italia ancora oggi ridotto a luogo esotico, a meta per le vacanze, a caricatura perenne. Agli uomini e alle donne che lavorano fino alla fine della loro vita, ai loro sacrifici, ai giovani che non riescono a trovare la propria strada e sono costretti a lasciare il Cilento, perché si è deciso di lasciar morire questo luogo. A quelle camerette d’infanzia rimaste spoglie, a quei paesi che si illuminano solo in estate, a quelle panchine vuote tutto l’anno. Al pari di Napoli, a questa terra devo tutto.

Nelle piccolissime ossa di Marianeve, in controluce, risplendono le ossa di un’altra criatura che scriveva i suoi racconti in un Cilento dei primi anni Duemila. Forse Marianeve da qualche parte mi sta guardando, accucciata nello sgabuzzino di un negozio di alimentari. So che mi sta aspettando nella penombra. So che la troverò sempre là. Spero che troverò anche voi.

copertina di La carità carnale di Monica Acito

L’AUTRICE – Monica Acito (qui i suoi articoli per ilLibraio.it, ndr) È cresciuta in Cilento, tra le gole del Calore e i templi di Paestum. Ha iniziato a scrivere da bambina. Nel 2019 è approdata a Torino, dove ha frequentato la Scuola Holden e oggi insegna Lettere nei licei. Nel 2021 ha vinto, tra gli altri, il premio Calvino per la narrativa breve e e nel 2023 ha esordito con il romanzo Uvaspina, tradotto in molti paesi e vincitore dei premi letterari Fiesole, Massarosa, Fondazione Uspidalet e Kihlgren.

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Bompiani propone ora il suo nuovo romanzo, La carità carnale: Marianeve ha i capelli bianchissimi, ma trascorre le sue giornate nella penombra del retrobottega di suo padre Sarchiapone, che gestisce una pizzicheria nel cuore del Cilento. Marianeve è disprezzata dalle compagne per via del mestiere di suo padre, ma lo ama di un amore purissimo che lui ricambia come se quella figlia speciale fosse un dono del cielo.

Marianeve cresce tra la luce e l’ombra, fino al momento di trasferirsi per l’università: sarà Napoli, meravigliosa e fatiscente, a metterla di fronte a sé stessa come uno specchio rivelatore.

Proprio qui, infatti, si consumò l’esistenza terrena di suor Giulia Di Marco, protagonista di un grande scandalo all’inizio Seicento. E come suor Giulia predicava “in lode della carità carnale”, così Marianeve scoprirà le virtù segrete del proprio stesso corpo e dovrà decidere cosa fare del suo immenso, impudico potere…

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Fotografia header: Monica Acito, foto di Studio Dispari

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