È appena uscito, a sorpresa, l’ultimo disco di Marracash, “È finita la pace”, che continua il percorso iniziato con “Persona” e “Noi, loro, gli altri”. Ci si è chiesti se il rapper della Barona fosse l’ultimo degli intellettuali: per questo abbiamo letto la sua ultima opera come fosse un libro, e ne abbiamo compilato le note a pie’ pagina. Un gioco, ma anche un percorso di letture e di approfondimenti…
La storia dovrebbe essere più o meno questa: all’inizio dei Duemila in tutto il mondo il rap va forte coi numeri, in Italia no. Marracash sta per esordire con Badabum cha cha.
Arriva in Italia il presidente di Universal che alla particolarità del caso italiano non ci crede. Investire, bisogna. Listen to the boy. Le sfere si allineano: Marracash passeggia in Barona con due elefanti. Ecco uno che non sa accontentarsi, ecco il conquistatore, ecco un Annibale sceso a menare le mani, uno che plana sulle cose, inevitabile come un futuro. I giorni sono giorni, sono mesi e poi sono anni, il tempo diventa un fatto di orologi, stadi, premi, contratti.
Il King del Rap è un Re Mida, si prende tutto: solo una cosa non gli è riuscita, o non del tutto. E prova a farla dal primo giorno, mischiare le lingue, entrare dalla porta di chi gioca alla cultura con la maiuscola. Non gli zeri, non i Rolex, gli difetta il convegno, la giornata di studi, la biografia non autorizzata. Despota sì, ma despota illuminato.
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Da Persona (2019) si è ispessito: Targa Tenco, incontra le istituzioni, entra nei dibattiti, cita Mark Fisher; gli elefanti cingono l’Accademia della Crusca? È mai possibile? Scioglieranno la questione filologi digitali, carteggi di Whatsapp pubblicati in brossura, una borsa di studio all’uopo dedicata promossa da una fondazione internazionale.
A noi non interessa. Non ne abbiamo il tempo: è finita la pace. Facciamo dunque un gioco: leggiamolo come si legge un libro di poesie: fiocchino i riferimenti; si citino i santi, i filosofi, i grandi; si veda il destino generale colare da una rima; che conti ogni sillaba. Si cerchi il segreto nelle parole; si compilino glosse per sciogliere il mistero, del testo, del mondo. Sovrainterpretare non solo è un rischio, è lo scopo preciso di queste note a pie’ pagina. Siamo in guerra, nessuna cautela.
- «Canto la droga pensando a Dostoevskij» (Andrea Laffranchi, Corriere della sera, 31 luglio 2008)
- «Marracash è l’ultimo intellettuale?» (Giovanni Robertini, Rivista studio, 22 novembre 2021)
- « […] In sostanza, il sistema di opere, figure intellettuali e generi che la comunicazione di massa ha prodotto funziona come una nuova cultura umanistica, cioè come un corpus di testi e discorsi che ambiscono a spiegare e a raccontare la vita umana in forme divertenti e istruttive, proprio come cercano di fare gli intellettuali e le opere della cultura tradizionale» (Guido Mazzoni, Sulla poesia moderna)
- Rap è il nome di un genere ad alto tasso di formalizzazione: certi elementi fissi sono obbligati a ritornare, li diamo per scontati; non li cogliamo più. Le rime, i quattro quarti, i calembour, ma anche la spacconeria, il machismo in questo contenitore sono legittimi.
- Forme del contenuto: le origini sociali di chi canta, il suo ruolo di sineddoche di una comunità; la vita vera, contro la vita falsa; la lingua della violenza che è la lingua dei soldi; la realtà come giungla; la vita come guerra di tutti contro tutti.
- Trame: giovane dei margini si ribella alla realtà e vuole conquistare lo status quo per proteggersi; conquistato il capitale, accede invece al dominio del falso. Anche gli affetti ora sono mossi dall’utile, dai soldi. È la solitudine, l’ascesa è invece uno schianto: il mondo, invariato, è violenza.
- «There is no Gucci I can buy […] To get my heart out of this hell […] There is no vacation spot I could fly | That could bring back a piece of real life | Real life, what does it feel like? | I ask you tonight, I ask you tonight | What does it feel like? I ask you tonight | To live a real life» (Heartbroken, Kanye West).
- Chi sa stare in questa gabbia formale, costruirci dentro un immaginario e dire, vince: è la storia del genere. Gli N.W.A. condannano il mondo dei padri senza appelli, il Wu Tang Clan dice la guerra tra bande figurando arti marziali oniriche, Illmatic ricava tragedia e lirismo da un labirinto, Eminen vince la lotteria dell’appropriazione culturale e dà voce al white trash, eccetera; chi ripete solo elementi fissi, oppure chi tradisce la gabbia non standoci dentro, non solo perde, ma è falso, inautentico.
- Grazie ai suoi meccanismi interni, Rap oggi è anche un macrogenere capace di includere dentro di sé ogni estetica partorita dalla cultura di massa, recandole il dono della rilevanza: mumble rap, punk rap, hardcore rap, metal rap, indie rap, emo rap. Il manierismo universale fa funzionare per magia pure gli accostamenti impossibili: cosa fa Lil Nas X? Country queer rap?
- C’è abbastanza spazio per farci entrare anche la cultura tradizionale? Il Nobel a Bob Dylan, il Pulitzer a Kendrick Lamar sono il lento processo di accettazione della lingua di una nuova cultura umanistica da quella vecchia, ma è un effetto di superficie. Sono momenti di scambio isolati di culture che restano separate. È storia della cultura, non bravura dei singoli: Marracash percepisce di muoversi contro la Storia.
- Chiunque abbia meno di trent’anni sperimenta per la prima volta il potere che hanno le parole di dire gli anfratti invisibili dell’esistenza attraverso i testi dei rapper: se esistono due culture, cronologicamente, quella nuova viene prima. Come fu già per il rock.
- L’Hip Hop è una cultura la cui somma di elementi fissi dice di più delle sue singole manifestazioni: qualcosa nel modo con cui una minoranza reclusa nei ghetti ha cantato la sua condizione e ne ha formalizzato in elementi fissi il modo, oggi risuona come una verità più vasta. Il suo successo planetario è il riconoscimento di una grammatica e di un’analitica dell’esistenza.
- «Se la tonalità emotiva del gangsta rap era la rabbia per la mancanza di alternative alla vita gangsta, quella di cui si nutriva, e si sarebbe nutrita a lungo, latrap era una cinica disillusione circa l’esistenza stessa di alternative» (Cesare Alemanni, Una storia due Americhe)
- «Fabio Rizzo da Barona | lo scolpisco nella Storia» (Daytona, Marracash e Guè)
- «La zone», è più di una geografia mentale, «la rue, le vrai» è già un’intera filosofia.
- La Barona è Milano, ma Marracash non dice da Milano. Da Barona, la contiene. La linea sociale che separa le periferie dai centri è un confine assoluto, taglia in due anche i comuni. Sono mondi diversi, vite diverse, culture diverse, non si incontrano. La verità della periferia è valida anche per i centri; non viceversa. È una filosofia della frammentazione.
- “Libro di poesia” non è concetto semplice. Cosa rende un libro, libro, e non raccolta di materiali? La questione è stata a lungo dibattuta. Niccolò Scaffai lo definisce «una raccolta di liriche composta dall’autore secondo criteri riconoscibili, in modo che l’accostamento dei singoli testi non risulti casuale ma, al contrario, adeguato al progetto ideato dallo stesso autore in una fase generalmente successiva alla stesura delle varie liriche». (Niccolò Scaffai, Il poeta e il suo libro)
- Persona (2019) dice che l’individuo è internamente frammentato: il cuore, i polmoni, l’anima, le ossa, i muscoli, i nervi si cantano ognuno la propria canzone.
- Noi, loro, gli altri (2021) dice che la società è internamente frammentata. È un lamento per la perdita della visione di insieme dei pezzi che la compongono. Dubbi, il pezzo migliore di Noi, loro, gli altri, non dimentica Persona e dice un individuo frammentato in un mondo frammentato.
- È finita la pace (2024) dice la frammentazione del mondo in mondi, del linguaggio in linguaggi, della verità nelle verità. È finita la pace non dimentica né Noi, loro, gli altri, né Persona: una società frammentata, composta di individui frammentati, popola mondi frammentati. Dal sociale si passa all’universale. Da Mark Fisher a Nietzsche è un attimo.
- Il passaggio è esplicito: «Vertice e base divisi da una bisettrice, yeah […] “Umano, troppo umano”, lo scriveva Nietzsche». (Mi sono innamorato di un AI)
- Nietzsche: bolle in guerra: «In quanto la parola “conoscenza” abbia senso, il mondo è conoscibile; ma esso è interpretabile in modi diversi, e non ha dietro di sé un senso, ma innumerevoli sensi. “Prospettivismo”. Sono i nostri bisogni, che interpretano il mondo: i nostri istinti e i loro pro e contro. Ogni istinto è una specie di sete di dominio, ciascuno ha la sua prospettiva, che esso vorrebbe imporre come norma a tutti gli altri istinti» (Friedrich Nietzsche, Frammenti Postumi)
- La bolla è l’immagine con cui parla della frammentazione. «Le mille bolle di Mina | La bolla finanziaria, la bolla speculativa | Profeti dei profitti, la bolla matta del clima | Finto naturale, una bolla di chirurgia | Quella immobiliare, quella della pandemia. […] I morti con due scrolling te li scrolli di dosso | La bolla del presente non vissuto | Paura del futuro, passato come rifugio» (Crash). Quali di questi discorsi parlano l’uno all’altro? Come si integrano? Non si integrano, sono bolle.
- Continua: «Tutti zitti in un luogo chiuso | La bolla di ciascuno al sicuro nel suo pertugio» (Crash). Ogni bolla è un isolamento, ciascuna di queste bolle ha dei suoi criteri di verità, nessuna di queste bolle è un linguaggio che prevale; che sta sopra alle altre. Ciascuno è la propria bolla, ed è nella propria bolla.
- Come stanno insieme questi mondi separati? Il rap è una grammatica, ha degli elementi fissi: la descrizione della guerra tra bande dice sé stessa, dice lo scontro sociale tra noi, loro e gli altri e dice la guerra di un mondo con l’altro, di una verità con l’altra, di un linguaggio con un linguaggio: ancora, «ciascuno ha la sua prospettiva, che esso vorrebbe imporre come norma a tutti gli altri istinti». «Quartieri a terra chе fanno zona contro zona | Giochi di guerra, bro, vince solo chi non gioca | C’è un unico inferno» (Power Slap).
- La guerra invece è l’immagine con cui Marracash parla, bè, della guerra. È finita la pace tra:
26.1. Le possibilità di vita: «Chi dice in giro che sta bene, ma soltanto non lo fa vedere | Chi si ubriaca di lavoro | Chi torna e prende un altro volo | Chi è prigioniero del suo ruolo […] Chi fa i reati dopo scuola, sì per essere almeno qualcosa» (Gli sbandati hanno perso)
26.2. Le ideologie: «Tutti quelli che conosco in fondo sono fuori di testa? | Come se una guerra l’abbiamo già persa […] Avevamo solamente il sogno di una vita diversa | Tanto noi la pace l’abbiamo già persa» (Gli sbandati hanno perso); «Woke contro alt-right, propaganda, gaslight | Tutto crusha, sembra Attack On Titans» (È finita la pace)
26.3. Tra gli stati e le nazioni e tra gli attori del conflitto sociale; la guerra tra stati essendo sempre anche guerra di ricchi contro poveri: «Dalle base ai vertici, tutti i poveri si assomigliano | Tutti i ricchi sono identici, chi potrà proteggervi | Se quei pochi si moltiplicano e si girano gli eserciti?» (Crash); «Chi finanzia il genocidio a Gaza? Chi comanda? | Siamo solo una colonia e basta» (È finita la pace)
26.4. Contro sé stessi, le proprie giustificazioni: «Se guardi indietro, lo sai che non sei di vetro | Hai retto di peggio, eppure temi di cedere sotto il peso | Che farai adesso? A chi darai la colpa? Alla tua zona? Agli istituti? | A una famiglia storta? Tu vuoi raccontarti che sei stato vittima | Che rispetto agli altri la tua rabbia è più legittima | Quante volte hai pensato di farla pagare a tutti | Sei solo riuscito a farti pagare, non li hai distrutti» (Vittima)
26.5. Contro gli altri, contro il peso degli altri in una vita, detto altrimenti contro l’amore: contro le forme, le bolle, in cui lo si può vivere, nel trittico di canzoni in vario modo d’amore della seconda parte del disco, Troi*, sul desiderio, Penthotal, sul dolore e la verità di una relazione che non funziona, Lei, descrizione di un amore perfetto che sfuma in un miraggio. - La bolla e la guerra sono immagini dialettiche: l’una implica l’altra in un sistema di scambi. Sono i due tentativi di fuga che abbiamo, modi per cercare un fuori:
27.1. Da questa continua guerra di tutti viene voglia di scappare, di rifugiarsi nell’isolamento, chi se ne frega di questo gioco al massacro che chiamiamo mondo: «Ma alla finе mi dà una bella scusa per sparire | Scoppi il mondo, ti giuro, vеdo un altro meme e sbocco | Il pusher che mi scrive per sapere, tutto a posto […] Un pianeta in cui mi sono perso: me stesso» (Detox/Rehab)
27.2 Sconfiggere l’isolamento, superare i confini, bucare la bolla è sempre muovere guerra: ai confini che ti delimitano: come quelli dell’industria musicale (Power Slap); evitare l’isolamento è «ributtarsi in mezzo» e «per vincere la guerra devi perdere la pace» (Detox/Rehab) - «Il problema non è starne fuori | Ma trovare vera alternativa» (Soli)
- Vere alternative, infatti, non sono: buttarsi in mezzo è partecipare a una finzione tragica «Là fuori è solo. Là fuori è solo CGI. […] E mi innamoro di un AI»; chiudersi dentro, isolarsi, non partecipare, è accettare una vita di merda, anche quando la coscienza non la accetta «In pausa stecchiti dormiamo in cartoni imbottiti di lana di vetro | La vita è “produci-consuma-crepa”, chiunque di noi prima o poi lo accetta […] Produco il meno possibile, rubo il rubabile pеr ritardare che mi crepi l’anima | Poi fuori fa scuro е ognuno va nel formicaio in cui abita» (Factotum)
- Quello che su un piano individuale è negato, non è precluso alla società «Si allarga la forbice | Non si chiuderà senza qualche collo da torcere» (Crash), «Non l’hai imparato? | Senza materialismo sei come smaterializzato» (Soli), ma «Nessuno reagisce, mentre parte il countdown» (Crash); sarebbe magari bello, sarebbe giusto, ma il tracollo farà bene agli affari.
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- Anche il frammentarsi delle morali è guerra: la morale è un’illusione: non esiste morale condivisa se elaborata da linguaggi isolati, né esiste morale in guerra. Il rap lo ha sempre saputo bene, da cui la topica fissa contro un politicamente corretto più percepito come finzione, risciacquo di coscienze, che pericolo per i confini del genere o attaccato nelle sue istanze progressiste: «dammi un incarico e lì sto, coi disertori, gli ammutinati, lavori saltuari […] siamo delle popolari, facciamo di tutto, legali e illegali. Prendiamo di tutto, legali e illegali» (Factotum)
- La frammentazione è la legge: di tutti i mondi, di tutti i linguaggi, di tutte le verità. Il punto che tocchiamo è ancora più in alto sulla catena della cultura tradizionale, lasciamo perdere il fare, si può almeno dire qualcosa sul mondo? Non senza mentire, perché non c’è un fuori e perché ogni linguaggio dice la sua verità.
- «Io non so dire mai la verità | senza mentire | devi somministrarmi il Penthotal | Bla Bla» (Penthotal); «Il linguaggio ha perso proprio la capacità di dire la verità […] nella prosa di Kafka, nella poesia di Celan o di Mandesltam […] è come se l’elemento quintessenziale dell’uomo, il Logos, l’organo del linguaggio, ci si fosse spezzato in bocca». (George Steiner – Nessuna passione spenta)
- «In un primo senso nichilismo è ciò che si può definire, con un termine di largo uso nella tradizione filosofica che si richiama a Heidegger e a Nietzsche, la teoria dell’oltrepassamento: «[…] Noi non possediamo la verità», scrive per esempio Nietzsche, e tale consapevolezza è ciò che più ci caratterizza: ma naturalmente questa è una verità, la quale però dice l’assenza di qualsivoglia verità, e la dice pretendendo di essere considerata a tutti gli effetti una verità […] la radice del tema è in tutti quei passi delle opere dei pensatori tardo-moderni (dopo Kant) in cui si parla del “non poter uscire” da qualche tipo di istanza concettuale (linguaggio, pensiero, mondo, storia, ragione, ecc.) e insieme della difficoltà di “starci dentro”» (Franca D’Agostini, Logica del nichilismo)
- «In un secondo senso nichilismo indica il primato della differenza: l’idea che non esistono ordini né gerarchie di valore e di senso, ma la singolarità ha un primato sulla totalità, il particolare si emancipa dall’insieme, la parte balza fuori dal tutto, e, come scrive Nietzsche, “il tutto non è più tutto”. […] è soprattutto Deleuze ad aver accentuato l’immagine del nichilismo come pluralismo». (Franca D’Agostini, Logica del nichilismo)
- Non sono cose nuove, han duecento anni, va bene, ma è finita la pace: sono false? Sono vere? E chi lo sa. Marra sfonda i bianchi bastioni della Crusca e lì sta, come un dio indifferente, o queste cose oggi per qualche ragione si fanno meno astratte, più concrete, specchio e oggetto delle nostre vite, fosse anche solo di questa concretissima voglia di chiudersi dentro o mollare pugni? Ogni piano, ogni livello di questa immensa finzione è una lunga guerre tra bande? Happy End. “Happy” non sapremmo, il principe della Barona non canta, parla lento, la musica si abbassa, non risolve, si abbeverano gli elefanti, dice di una consapevolezza. Di cosa, il compilatore di queste note non lo sa, lo dica il lettore.
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