“Oggi più che mai abbiamo bisogno di vivere nel sogno…”. Ad esempio, come quello del “Medioevo remoto, nel quale affondano le radici della nostra lingua, delle nostre usanze e del nostro modo di pensare…”. In occasione dell’uscita di “L’eredità dei gattopardi”, il seguito della saga della dinastia perduta, ambientato nella Sicilia del XII secolo, lo scrittore Marcello Simoni su ilLibraio.it riflette sul destino di molte nobili famiglie, scomparse nel corso dei secoli, e sull’importanza di ricostruire la storia di quegli antichi casati, senza domandarsi se sia la verità, perché, a volte, questa “è ancora più sfuggente della Storia…”

Se i loro spiriti potessero parlare attraverso una sfera di cristallo, i Romanov avrebbero molto da dire sulla sfortunata scomparsa del loro casato, e così pure gli Stark di Grande Inverno, che sotto la penna di Martin se la sono cavata per il rotto della cuffia. Perduta o quasi, secondo Dan Brown, sarebbe invece la linea di sangue che, attraverso i Merovingi, discenderebbe dall’unione tra Gesù e Maria Maddalena.

Ma se, sulla scia dei Romanov, ci allontaniamo dalla fiction per seguire gli intrighi della storia, vediamo che a scomparire furono pure le grandi schiatte dei Malatesta, dei Gonzaga e dei dal Verme. Una lista nera dalla quale non posso escludere neppure gli Este, signori degli antichi ducati di Ferrara, di Mantova e di Reggio, dal momento che il loro ultimo erede maschio, dopo oltre ottocento anni di continuità, fu Francesco V d’Austria-Este, morto a Vienna nel 1875.

Marcello Simoni, L'eredità dei Gattopardi

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Il Medioevo, più di qualsiasi altra epoca, detiene d’altro canto il primato delle grandi dinastie perdute o smarrite sotto spessi strati di polvere e di cenere. Casati leggendari come i Carolingi (estinti nel 1122 con la contessa Adelaide di Vermandois) o a stento riconoscibili sulla pergamena ammuffita di qualche albero genealogico. Pensiamo, per esempio, all’ultimo normanno degli Altavilla che regnò sulla Sicilia, Guglielmo III, bisnipote di re Ruggero II, condannato – probabilmente a seguito di un tradimento – a finire accecato e castrato per volere dell’imperatore Enrico VI. E sempre parlando di Normanni, riflettiamo pure sui rami del delta in cui, erede dopo erede, si annacqua un po’ per volta il sangue vichingo di Rollone fino a diluirsi tra i Plantageneti e i Tudor.

Tutto finisce, direte voi.

Eppure infonde un inevitabile senso di tristezza assistere al tramonto di queste pachidermiche dinastie. Pilastri della storia, matrici di infinite leggende e artefici di truci cospirazioni svanite nella nebbia dei secoli, a volte senza lasciare nemmeno una stele o un sarcofago! In molti mi capiranno, quindi, se nello scrivere L’eredità dei gattopardi ho tentato di infondere nuova linfa in uno di questi rami rinsecchiti, riportando in vita i cavalieri di marmo scolpiti nel chiostro del duomo di Monreale e quelli ricamati sugli arazzi di Bayeux.

Ebbene sì! Per vedere di nuovo all’opera gli ultimi eredi del ducato di Normandia, ho addirittura riedificato qualche castello e riportato a galla i relitti navali che riposano nei fondali al largo di Palermo o in qualche inesplorato abisso tra il Mediterraneo e il mare Britannicum.

Del resto, oggi più che mai abbiamo bisogno di vivere nel sogno. In un genere di sogno, intendo, capace di immergerci nella realtà di altri tempi, e di farci provare nostalgia per ciò che fu. Il sogno del Medioevo remoto, nel quale affondano le radici della nostra lingua, delle nostre usanze e del nostro modo di pensare. Un sogno che a volte rosseggia come la lama di una spada insanguinata e altre volte s’insinua nelle nostre orecchie come lo strascicare di una tonaca su un pavimento mosaicato.

Bastano poche parole per far riemergere dall’oblio i guerrieri siculi-normanni e le loro dame. Poche parole per immaginarci le loro imprese, magari accompagnate dalle note di Who Wants To Live Forever dei Queen, o per inseguire gli amori impossibili e gli odi indomabili che contraddistinsero queste generazioni di ex mercenari giunti, per una carambola non del tutto chiara di eventi, a dominare per un secolo il Mezzogiorno italiano.

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Eppure scrivere romanzi sui grandi casati perduti nel passato non è facile. Si tratta di tradurre in musica una voce che esce da una tomba, proprio come ha fatto Bernard Cornwell con Le storie dei re sassoni. Mi riferisco al saper intrecciare il vero storico con il vero poetico, così da riempire gli spazi vuoti lasciati nei libri di storia e dalle ricerche degli archeologi. Spazi bianchi che si trasformano in grandi interrogativi, ma anche in preziose opportunità per tingere di giallo le vicende che un narratore riversa nelle proprie pagine.

Ecco il modo in cui le dinastie perdute acquisiscono ancora maggior fascino. Grazie a chi, riscrivendo le righe degli antichi cronisti, soffia sulla brace del mistero, dell’irrisolto, addirittura del bizzarro, fino a far divampare un incendio che ci pungola nel profondo. Spingendoci a chiederci: sarà vero o sarà falso?

Il mio consiglio è di non soffermarsi troppo su un simile quesito. Perché la Verità, a volte, è ancora più sfuggente della Storia.

L’AUTOREMarcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975 ed è laureato in lettere. Ex archeologo e bibliotecario, autore di diversi saggi storici, con il suo romanzo d’esordio Il mercante di libri maledetti,  ha vinto il 60esimo Premio Bancarella. Sempre con Newton Compton ha pubblicato diversi thriller storici, tra cui La taverna degli assassini, Il teatro dei delitti, la trilogia Codice Millenarius Saga.

Adesso lo scrittore bestseller, vincitore di diversi riconoscimenti (e che ha scritto diverse riflessioni per il nostro sito), torna in libreria con L’eredità dei gattopardi, il secondo volume della saga “della dinastia perduta”, cominciata con La torre segreta delle aquile (Newton Compton).

Il nuovo libro porta nell’Anno Domini 1130, nel giorno di Natale, quando il granconte Ruggero II di Altavilla viene incoronato re di Sicilia dall’antipapa Anacleto II. Proprio in questo contesto il giovane Folco di Évreux apprende una notizia terribile: per poter liberare sua moglie Altruda e suo figlio appena nato dal principe di Bari, che li tiene in ostaggio, dovrà assassinare il monarca. Ma anche sul regno incombe un destino cupo: Ruggero II è pronto alla guerra contro il Meridione, una marcia di conquista alla quale Folco non potrà sottrarsi…

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