I libri di Valerio Mattioli sfuggono alle classificazioni perché si fondano su un gesto ricorrente: l’inversione del mondo ufficiale. Da questo rovesciamento nasce una geografia negativa dove i valori, le immagini e le gerarchie del mondo di sopra si specchiano nel loro opposto. In “Novanta” l’autore applica lo stesso procedimento a un luogo nel tempo: gli anni Novanta italiani. Mostra così come un’intera cultura fosse impegnata a opporre all’immaginario dominante del decennio – quello della fine della storia – il suo contrario a partire da quei luoghi in cui diventava prassi concreta e quotidiana: la “nazione parallela” dei centri sociali italiani. Una geografia reale capace di invertire le gerarchie del tessuto urbano e di esprimere qualcosa come un altro mondo…

C’è una specie di strano imbarazzo classificatorio che accompagna la pubblicazione dei libri di Valerio Mattioli, scrittore e editor di Nero.

Molti li considerano libri straordinari (come Simon Reynolds) o letteratura (come Francesco Pacifico), ma è difficile, o addirittura impossibile, dire che libri siano, individuare una qualche natura a questi oggetti inclassificabili prodotti da questo autore pur bravissimo – c’è tutta una topica, che emerge qua e là, sui librai che non sanno in quale scaffale mettere questi benedetti libri oppure la retorica per cui il libro in questione è questo, ma anche questo, e questo o forse no, questo no.

E allora di che parliamo? Insomma, che roba è?

Novanta, fresco di stampa per la collana Maverick di Einaudi, ci aiuta a navigare in queste acque perigliose. Non tanto perché stia comodamente in una gabbia definitoria (non ci sta), quanto perché qui un procedimento che è fondamento di tutti i libri di Mattioli diventa forse origine, concrezione, summa o ritratto di un panorama più ampio.

Mattioli

Se consideriamo un mondo come un ordine di senso che imponiamo – dimentichi, complici, violenti per pigrizia – sulla natura inconoscibile della materia, oppure, se consideriamo un mondo, da un punto di vista culturale, come un pezzo di immaginario solidificato, una storia che impone se stessa e i suoi valori contro ogni altra storia e ogni altro valore, l’obiettivo – esplicito – di tutti i libri di Mattioli è quello di evocare, tramare, in buona sostanza, dare testimonianza di un altro mondo. Non di un mondo alternativo, laterale, ma precisamente qualcosa di simile a un antimondo, il contrario del mondo ufficiale. Quello in cui le gerarchie, le idee, i valori del mondo diurno si specchiano nel loro opposto. Siamo nei territori della controcultura o dell’utopia o della gnosi o dell’avanguardia o dell’occulto, o perché no, di tutte queste cose insieme: comprensibili le perplessità delle scaffalature di sopra.

Le categorie che ordinano le cose e il sapere (che dal caos disegnano il cosmo) sono sempre spaziali. Definiamo limiti per cavarne concetti, tracciamo aree o campi del sapere, seguiamo un filo rosso, stiamo in superficie o andiamo in profondità: per questo tutti questi libri partono da una mossa concettuale che è in qualche modo primaria, cioè da un identico procedimento topologico: quello del doppio e del negativo.

Per capirci meglio: Mattioli prende un oggetto e lo ribalta, osserva il suo negativo, che è sempre anche l’inversione di tutta una rete di significati, di valori, di estetiche, di immaginari del mondo di sopra e delle manifestazioni di questo spazio inverso traccia una controcartografia.

In Superonda è la melodia italiana, il suo “doppio deforme” lo “spaghetti-sound”.

Poi è Roma: Remoria è il suo “negativo occulto”, la città invertita. Mattioli la chiama antitopia: un’intera geografia parallela, occultata alla vista.

In Exmachina l’oggetto da invertire è un rapporto: quello tra uomo e macchina, la direzione che va dal dentro (l’uomo) al fuori (la macchina), di cui leggiamo ancora il doppio e il negativo.

Mattioli

da Luther Blissett. Rivista di guerra psichica e adunate sediziose, n. 0, 1995 (via archivio grafton9)

Mondo di sopra e mondo di sotto non solo si specchiano, ma lo fanno anche tutti i loro significati. E la realtà, il luogo in cui i mondi convivono, diventa il perimetro di una serie infinita di inversioni (città|periferia, umano|non umano, culturale|controculturale, utile|inutile, e così via) che rendono questo contenitore vasto, impraticabile, ipercomplesso, in qualche modo percorribile, leggibile, financo manipolabile, secondo l’eterno dettame che se niente è vero, tutto è permesso.

Controcultura, geografie parallele e immaginari, per così dire, artificiali si intrecciano in Novanta, che la copertina annuncia come una controstoria culturale degli anni Novanta italiani. E cosa potevano essere questi se non, appunto, quel luogo, nel tempo, dove questa dinamica si manifesta ovunque, solidificandosi in opere, esperienze, persone, riti – insomma, in una cosa viva.

Superonda. Storia segreta della musica italiana Valerio Mattioli
In apertura, la solita inversione fondativa.

Mattioli tratta il tempo come uno spazio e lo ribalta. Gli anni Novanta hanno una sorta di cronologia ufficiale: iniziano nell’89, con la caduta del Muro di Berlino, e finiscono nel 2001, con l’attacco alle Torri Gemelle. Sono il decennio della fine della storia e la fine delle ideologie; del “Trionfo dell’Occidente” che, fallita ogni utopia, non ammette alternative; del presente eterno della sua forma di vita ideale. E, invece no, non solo. Eccolo il raddoppiamento e il negativo di questa storia ufficiale: “è singolare”, nota Mattioli, che “in Italia, proprio tra il 1989 e il 2001 si dipani la storia alternativa del decennio”.

Le controdate sono quelle del fallito sgombero del Leoncavallo e dell’uccisione di Carlo Giuliani durante il G8 di Genova.

Mattioli

Cyberpunk. Antologia di scritti politici, a cura di Raf Valvola Scelsi, Shake, Milano, 1990

Gli anni Novanta raccontati qui sono precisamente il contrario di quell’immaginario: cinti da un riflusso tragico e da un riflusso malinconico, sono un decennio che riattiva invece quel continuum interrotto nel Settantasette: “dieci anni di lotte, battaglie, occupazioni, sgomberi…Ma anche – Soprattutto? – dieci anni di festa, sperimentazioni, musiche nuove, parole nuove, tanti concerti e poi be’, infinite canne”.

Il punto di osservazione è l’architrave di Novanta: nei centri sociali, di cui l’Italia è stata l’avanguardia o l’anomalia europea. Novanta è la storia di tutte le scene che si originano a partire dai centri sociali italiani, scritte con l’attitudine etica del completista.

Si capisce che Mattioli vorrebbe dire di più. Citare ogni esperienza, ogni idea, ogni nome dimenticato, scrivere la cronaca minuta del Forte Prenestino, dell’Isola nel Kantiere, del Cox18, dell’Officina 99, di chiunque ci sia entrato. Qui l’ambizione del cartografo è evidentemente di far coincidere la mappa con il territorio.

Il Vento del sud, la Pantera, le posse, il rap (il ritratto di Militant A, la ferocia di Lou X, l’ineluttabilità e irripetibilità, diciamo, culturale di SxM sono pagine stupende), il cyberpunk, la musica delle macchine e il rave; la scena queer; tutte le riviste, tutte le fanzine, tutte le case editrici; il teatro; le radio; la guerra psichica di Luther Blissett; le tute bianche; gli squat torinesi: il libro parla di questo e l’elenco è drammaticamente incompleto.

da Decoder, n.10, 1995 (via archivio grafton9)

Questi fenomeni sono letti sempre come antitopie. La loro logica è sempre quella di un’inversione di tutti i significati del mondo di sopra, di cui costituiscono il polo opposto, la geografia negativa.

Quello che altrove poteva sembrare frutto di idiosincrasie o ossessioni (Mattioli ha la capacità “iper-esegetica” di far colare finanche il destino della specie da prodotti di nicchie controculturali e mai, neanche per sbaglio, dalla Grande Opera), qui è una geografia concreta.

La rete dei centri sociali è una geografia invertita: “una nazione parallela e autosufficiente capace di imporsi con la forza della sua presenza”, “un’immensa maglia centrifuga” capace di invertire “le polarità del tessuto urbano”, un’enorme periferia che delegittima il concetto stesso di centro.

Il rap è il suono con cui a “prendersi la scena”, il suo centro, “sono i quartieri disastrati” ed esce dagli stereo di una “città parallela e alternativa a quella ufficiale”. Palermo è il negativo di Milano, che a sua volta è il negativo di Roma, che è il negativo di Bologna. Il Salento inverte la sua immagine (da “pianeta lunare fuori dalla storia” a “landa tropicale in incognito”) nelle dancehall; Napoli lo fa nelle canzoni degli Almamegretta.

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Mattioli

dall’editoriale di apertura di Decoder, n. 1, 1987, (via archivio grafton9)

I luoghi sedimentano qualcosa che circola a un livello diverso nell’astrazione che ordina le cose. Tra le pennellate del grande affresco c’è qualcosa come una vicenda teorica che emerge con una continuità impressionante in qualsiasi testo del periodo.

Quello che è interessante delle logiche dell’antitopia nei libri di Mattioli non è solo il procedimento in sé, né solo la mappa che ordina i mondi, ma quanto ne risulta, che dimostra come i fenomeni ordinati nella stessa serie in qualche modo si contagino anche solo per il fatto di trovarsi dallo stesso lato.

Ora: ciò che è straordinario della cultura degli anni Novanta è il grado di commistione di tutti i fenomeni qui letti come antitopie, la porosità dei loro confini. Il rifiuto dei centri sociali della geografia di centri e periferie si mescola al rifiuto della cultura ufficiale, si contagia con l’idea del cyberspazio, questo doppio del mondo in codice, che a sua volta si intreccia con tutte le idee, tutte le pratiche, tutte le parole chiave di tutte le controculture.

Mattioni

da Luther Blissett. Rivista di guerra psichica e adunate sediziose, 0, 1995 (via archivio grafton9)

Tanto nelle opere quanto nelle riflessioni è praticamente impossibile sciogliere un continuum organico di urbanesimo unitario mischiato alla matrice, deterritorializzazione dei rave, DIY delle reti informatiche, sabotaggio “dell’ordine virtuale”, “attacco al codice”, hacking psichedelico della mente oppure del corpo, ma anche delle strade, dello spettacolo, della realtà.

Ne risulta qualcosa che può essere anche visto come una delle grandi tappe del secolo delle avanguardie e costituisce in qualche modo anche una lettura “organica” del presente. Di quel presente in cui avveniva quel monumentale processo di ristrutturazione di quasi tutto (vale a dire, del capitalismo) per mezzo della rivoluzione informatica, lettura peraltro motivata dal caro e vecchio sogno di invertire il mondo, reinventare la vita.

Mattioli

da Luther Blissett. Rivista di guerra psichica e adunate sediziose, n. 0, 1995 (via archivio grafton9)

Semplifico, molto. Nonostante fosse impossibile riprendere da dove la spinta del movimento controculturale degli anni Sessanta-Settanta si era interrotta, una qualche eredità dell’Autonomia e da lì della controcultura tutta era stata raccolta dall’irrecuperabile rifiuto del punk. Un rifiuto così feroce, così totalizzante da invocare sogni di secessione dalla cultura, dal tempo e l’irruzione dell’artificiale dentro il corpo per sovvertire l’intera biologia umana (in Remoria Mattioli cita la spilla da balia conficcata in faccia). Questa nobilissima tradizione in Italia precipita nella scena dei centri sociali (dove potevano stare i punk? Al Virus, al Cox18, eccetera) al tempo delle autostrade dell’informazione.

Per Bruce Sterling, i cyberpunk di Decoder non erano fan di Neuromante, si comportavano davvero come quei personaggi. Vedendo davanti a loro il futuro, volevano appropriarsene. E il futuro era ovviamente il computer. I pirati dei Navigli (così Marco Philopat) pensano a un’uscita dal basso attraverso la tecnologia. Vogliono creare una rete informatica alternativa, hackerare l’uomo e la realtà consensuale: con loro per davvero “la strada” – chiosava Edmund Berger in Accelerazione con le parole di William Gibson – “trovava il modo di usare le cose”.

In area femminista, queer e trans, il cyborg si imponeva come metafora di liberazione: con la sola forza della sua presenza rendeva insensate le dicotomie uomo/donna, naturale/artificiale.

Remoria. La città invertita

La techno rendeva sottocultura di massa quel futurismo. Ne ribaltava l’utopia verso un’accelerazione post-umana: non è l’uomo a usare la macchina, ma è la macchina a piegarne il corpo ai suoi ritmi, in una specie di possessione artificiale. Suggerisce un programma politico “ancora più radicale del cyberpunk”: un’emancipazione “di specie” verso un mondo fatto di silicio: un’aliena geografia futura agisce sul presente (siamo verso Torazine, verso la CCRU) e condanna quel contenitore di “soprusi, violenza, sfruttamento”, cioè, il passato: tutto.

Il rave esibisce quel nesso tra spazio, macchina e città. Le feste si fanno in “buchi neri” urbani, che diventano un “esperimento psicogeografico di massa” e ancora una “geografia alternativa” che contempla solo periferie dimenticate, dimentiche, a loro volta, dell’ombra lunga con cui la città struttura le persone e le cose. 

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Il Luther Blissett Project dimostra l’ubiquità della commistione. “La vecchia città è morta”, scrive Roberto Bui (Wu Ming 1), “il territorio implode”. La nuova città è un luogo popolato da esseri frantumati da un “bombardamento di informazioni sovrapposte”. Le derive psicogeografiche, le leggendarie beffe ai media, gli “attacchi psichici”, la stessa ragione del nome multiplo, la mitopoiesi, possono stare insieme solo grazie a un’enorme lettura delle “trasformazioni” in corso. Lettura che, chiaramente, non è solo del condividuo, ma di una folla di scene ossessivamente intente a decodificare come flussi di capitale, codice, informazioni e immagini riorganizzino le geografie, quindi la “vita quotidiana”, quindi “comportamenti e percezioni”.

mattioli

da Transgressions, 1, 1995 (via libcom)

L’impressione è che Novanta sia al tempo stesso un’enorme geografia e un ribollire di geografie che nascono, si contaminano, si mescolano e si addensano; un’unica rete che è anche un’unica storia: un altro mondo fatto di altri mondi, fatti di altri mondi. Qui doppio, inversione, negativo giganteggiano, ma sono anche cunicoli, strade buie, limacciosi pertugi e corridoi dove continuamente avvengono dei contatti. Moltissimi dei luoghi, delle persone, delle scene, delle riflessioni citate in Novanta ovviamente hanno continuato i loro percorsi, ma in modo diverso da prima.

Quelle strade sono interrotte? Quel panorama, e il campo che presidiava, è stato rimosso? Si potrebbero fare infinite considerazioni tra lo spericolato e il nostalgico su una mancata continuità: sugli enormi fenomeni di segregazione ed espulsione delle città contemporanee; sul potere assoluto dell’algoritmo e la vibe controculturale di chi lo detiene; sulla proliferazione di spazi senza uscita, trappole o universi concentrazionari negli immaginari oppure su quell’intera era geologica, quella degli umani, poi definita, trent’anni dentro il futuro, quella che “per compiere la sua razzia e dirottarne i costi ha ridotto allo stremo la periferia” (lo scrive Kohei Saito).

da Banlieues, numero unico, 1997 (via archivio grafton9)

Il finale lascia intravedere un’ipotesi. Il tutto, già da tempo, mostrava una data di scadenza: per ragioni interne, differenti visioni sul dialogo con le istituzioni, divisioni politiche, antipatie private. Come quegli Imperi enormi, preda del loro stesso incedere, vittime delle spinte identitarie di tutte le geografie sufficientemente vaste: “ognuno si faceva la sua cosa”, Mattioli cita il Duka, memoria storica dei movimenti romani, “cominciò a mancare solidarietà”. Ma, ancora, nelle migliaia di sigle che vanno verso la zona rossa a Genova è esplicita l’idea di un’unica grande storia, caricata, secondo Mattioli, di significati “poco meno che millenaristi”, che elabora il mito di una gargantuesca geografia periferica che preme contro il centro dell’Impero.

Finirà “nell’incubo di una sconfitta crudele e disumana”, di cui l’unica cosa davvero chiara è che qualcosa sia finito per sempre. Parte della rimozione di questo gigantesco panorama dipende forse “da un lutto mai elaborato”. Qui finisce la cronologia di Novanta.

Qualche mese dopo, i due Boeing che si schiantano sulle Torri Gemelle annunciano il cosiddetto ritorno della realtà (che tiene banco il decennio dopo) e contemporaneamente sono il più grande spettacolo a cui l’Occidente abbia assistito davanti alla televisione. Due poli da sempre opposti – realtà e immagine: mondo vero, mondo falso – stanno dallo stesso lato, e nessuna inversione, mi sembra, viene percepita come plausibile: comincia a collassare qualcosa; è una logica diversa, forse strana, forse aliena, imprevista, con cui continuiamo a fare questi nostri conti che non tornano mai. “Fine del decennio, fine della festa”, è la frase che chiude il libro. Altrove però leggiamo: “è una della lezioni di Remoria”, dunque dell’antitopia, “se non sarà la festa, allora sarà la vendetta”.

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