Una parabola americana di avidità, invincibili desideri e smodato senso di sé, ambientata negli anni della Grande Depressione; una tragedia elisabettiana, dove i simboli sembrano prevalere sulla vicenda stessa; una protagonista che si rivela una “Lady Macbeth dei boschi”: alla scoperta di “Serena” di Ron Rash, scrittore “del Sud” e della natura selvaggia (benché stuprata dalla modernità)

È un’epica della forza e della violenza, che comincia con un duello mortale fra due uomini, una scena non inusuale in Ron Rash. È la stessa architettura che inaugura in Il custode, il romanzo precedente: là si trattava di due soldati durante la guerra di Corea, che si affrontano sul fiume gelato, qui siamo a una remota stazione ferroviaria sulle montane della Carolina del Nord, dove un imprenditore arriva da Boston per presentare la moglie ai soci e raggiungere i terreni boscosi che la loro impresa sta tagliando.

Siamo negli anni della Grande Depressione, ma questo tipo di commercio è florido.

Pemberton è molto soddisfatto di sé. Si è appena spostato con una donna per certi aspetti misteriosa, bella, sensuale, decisa, preparata, che fra le altre cose sembra saper tutto anche sull’industria del legname: Serena. Che, vedremo ben presto, serena non è affatto, anzi si rivelerà una Lady Macbeth dei boschi.

Serena di Ron Rash (La Nuova Frontiera, traduzione di Valentina Daniele)

In questo caso, alla stazione, già si eccita per l’odore del sangue, perché c’è un montanaro mezzo ubriaco in attesa, armato di pugnale per vendicare la figlia diciottenne che aspetta un figlio dall’imprenditore. Anche Pemberton ha un coltello, e non ci metterà molto ad aver ragione di quel poveraccio, “per legittima difesa”, sventrandolo.

Serena raccoglie l’arma della vittima e la consegna alla ragazza, dicendole spietatamente: “È tutto quello che avrai da noi”. Poi si getta nell’avventura del legname, quella che farà dire all’imprenditore, verso la fine del romanzo, “Dateci una vita e mia moglie e io taglieremo ogni singolo albero, non solo in Brasile, ma in tutto il mondo”.

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Quello di Rash, nonostante l’ambientazione storica, è un libro sull’ubris e sull’invitabile vendetta del destino, la storia di una coppia feroce e spietata che si autodistrugge, di un mondo dove la vita di un uomo, in questo caso di un operaio ma solo, non vale nulla.

“Pare che gli uomini muoiano a un ritmo prodigioso nelle ultime settimane”, dice a un certo punto il dottor Cheney, che è il medico del cantiere. Toccherà anche a lui, non per un incidente; verrà assassinato in modo crudele e brutale, come del resto i soci in affari della coppia e tutti coloro che cercheranno di interporsi sul loro cammino.

Serena è la mente di questa corsa verso l’annientamento, che fa di lei anche una sorta di terribile icona quando cavalca per le montagne su uno stallone bianco tenendo sul braccio un’aquila personalmente addomesticata per la cattura dei serpenti a sonagli.

È una presenza che incute nello stesso tempo ammirazione e timore, ed è spietata. Non scopriamo mai esattamente perché sia ​​così spinta dall’avidità, anche se diamo per scontato che lo sia. Ha accanto a sé un operaio cui ha salvato la vita ed è divenuto una sorta di schiavo volontario – e di terribile killer. È una dea della morte, creatura leggendaria più che persona reale: un simbolo più che un personaggio.

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Il cantiere di taglio è minacciato dalla creazione di un parco naturale, quindi dalla possibilità di espropri, e contro questa eventualità la terribile coppia lotta strenuamente, liberandosi di volta in volta dei soci che presume infedeli o troppo deboli, con delitti di cui lo sceriffo locale non riesce a venire a capo.

Ma c’è un altro nemico all’orizzonte, il bambino nato dalla diciottenne e ignorato fino a quando Serena scopre di non poter diventare madre a sua volta, a causa di un aborto spontaneo e un intervento devastante all’utero. Ne fa le spesse il medico, ma non solo. Da quel momento la ragazza Rachel e il suo piccolo sono in pericolo, sono condannati a morte anche perché Pemberton, per una volta, comincia se non a intenerirsi a lasciarsi sorprendere da qualche dubbio.

Il libro è costruito per scenari, come gli atti di una rappresentazione teatrale, e molte delle informazioni su quanto accade ci vengono da una sorta di coro, le chiacchiere tra gli operai. Di scena in scena assistiamo alla caccia spietata di Rachel e del figlio, in fuga disperata per l’America. “Non amarlo – scrive Rash – si era detta Rachel al momento del parto, di quel bambino con gli occhi castani. Non amare niente che ti possano portare via”.

È la regola di un mondo di sfruttamento spietato. Ma quando le faranno osservare che in realtà ha amato il bambino più della sua vita, risponderà: “Ci ho provato a non volergli bene. Ma non ci sono riuscita”. Sarà il piccolo innocente, scampato grazie all’aiuto dello sceriffo e diventato uomo (identico a suo padre, per altro) a sciogliere la trama riservandoci un finale sorprendente.

Ora, che la trama si muove con precisone e sia ben costruita, anche attraverso il rincorrersi di temi, uno per tutti quello del pugnale, è indubitabile. La consonanza dell’autore con i luoghi che descrive è evidente a ogni pagina, i quadri della natura molto toccanti, in una cornice di solennità amara e nello stesso tempo icastica che caratterizza anche, poniamo, i dialoghi. Ron Rash è uno di quei tipici scrittori “del Sud” e della natura selvaggia benché stuprata dalla modernità, e in questo può ricordare senz’altro un Cormac McCarthy, magari quello di Non è un paese per vecchi (per via delle lunghe cacce all’uomo) o di La strada, per via di un certo sentore d’apocalisse – ma anche il da noi meno noto James Lee Burke.

Il suo romanzo offre innanzi tutto una “bella storia”. Ma è anche una parabola americana di avidità, invincibili desideri e smodato senso di sé; e una tragedia elisabettiana dove, però, i simboli alla fine sembrano prevalere sulla vicenda stessa. La sua Lady Macbeth rivestita di pantaloni in cuoio resta un personaggio, per così dire, in sospeso.

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