Arriva per la prima volta in Italia “Moshkele il ladro”, trascinante romanzo di Sholem Aleichem (uscito a puntate nel 1903), uno dei padri fondatori della letteratura yiddish (la lingua di comunità povere e fantasiose, di persone ai margini), spesso accostato a Mark Twain per la vena giocosa e irriverente. Una magnifica scoperta, per l’umorismo e la compenetrazione immediata, non intellettualistica, con la cultura popolare degli ebrei nell’Europa orientale, di cui il prolifico Aleichem è stato il cantore…

“Non voglio giustificarmi, mio caro lettore, e dimostrarti, guardandoti dritto negli occhi, che la storia che sto narrando è realmente accaduta, esattamente come l’ho narrata in questo romanzo. Ti sto solo dicendo che è così, e ora la scelta tocca a te. O prendi la mia parola per vera o non la prendi”.

È certo una memorabile apostrofe al lettore, ma anche una sorridente dichiarazione di poetica, che non precede ma fa parte integrante della narrazione di Moshkele il ladro, romanzo di Sholem Aleichem ora proposto da Giuntina (nella traduzione di Daniel Vogelmann); e a quanto si legge nella prefazione, a lungo trascurato se non dimenticato.

Sholem Aleichem

L’autore è uno dei grandi padri fondatori della letteratura yiddish; ebbe da inizio Novecento un enorme successo, il suo nome venne spesso accostato a quello di Mark Twain, per la vena giocosa e irriverente, la sua opera omnia è sterminata. Ma questo libro si era, per così dire, perso.

Fu pubblicato a puntate nel 1903 (titolo originale Moshkele ganev) per un giornale di Varsavia, poi in volume tre volte nei decenni successivi: nel 1913 (a Varsavia), nel 1927 (a Kiev) e nel 1941 (a Mosca), come ricostruisce nella puntuale introduzione Curt Leviant, studioso americano di origine viennese e ovviamente specialista in cultura yiddish.

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Per l’Italia, dove l’autore soggiornò periodicamente ed è anzi ricordato da una lapide sul mare a Genova Nervi – e dove è stato nel tempo tradotto da vari editori (il primo fu Formiggini, poco dopo la sua morte) –  si tratta di un inedito assoluto, una magnifica scoperta almeno per la trascinante gioia narrativa, l’umorismo e la compenetrazione immediata, non intellettualistica, con la cultura popolare degli ebrei nell’Europa orientale, di cui Aleichem è il cantore.

Nato in Ucraina nel 1859, all’anagrafe Solomon Naumovič Rabinovič (scelse proprio come Mark Twain uno pseudonimo cordiale e scherzoso, che nel suo caso è una forma cordiale e amichevole di saluto) ebbe un’esistenza avventurosa. Tentò la fortuna alla borsa di Odessa, senza riuscirci, e ricco forse non diventò mai, nella sua breve vita (morì a New York nel 1916, a due anni dal definitivo trasferimento in America, dopo aver lasciato Kiev già nel 1905 per sfuggire a un pogrom), ma popolarissimo sì: il suo funerale venne seguito da 150 mila persone, che non sono i due milioni, forse tre, di Parigi per quello di Victor Hugo, ma va ricordato che l’yiddish, la lingua degli ebrei dell’Europa centrale e della Russia, era pur sempre minoritaria e ignorata.

Sholem Aleichem ne fece una grande lingua letteraria, quella che poi troveremo ad esempio in Isaac Bashevis Singer (ma anche nel fratello maggiore, Israel Joshua, e nella sorella Esther Kreitman). E se per il Nobel del 1978, dopo la Shoah era ormai popolata ormai “di fantasmi, di ombre, di angeli”; per Aleichem è ancora tutta, per così dire, in carne e ossa, la lingua di comunità povere e fantasiose, dei piccoli criminali, dei vagabondi, delle prostitute, insomma di una fascia sottoproletaria della popolazione israelita fino ad allora assai poco frequentata dalla letteratura: è la sua dirompente originalità, come è stato più volte sottolineato.

In questo libro il protagonista è, appunto, un ladro: di cavalli, e in quanto tale vive ai margini del suo stesso ambiente, anche se è un giovanotto ardito e robustissimo (ha ereditato il mestiere dal padre, ladro di cavalli anche lui ma soprannominato il Profeta), che qualche volta può venire utile.

È un “genio delle scazzottate”, come sottolinea la voce del narratore. Si innamora, senza quasi rendersene conto, di Tsirele, una delle figlie, quella “dagli occhi sognanti”, dell’agiato oste Chaim; ma lei, poco incline a fare la mamma ebrea e covare per tutta la vita infinite nidiate di figli come una chioccia, fugge di casa proprio la notte della festività di Pesach per seguire un “gentile”, (il nuovo esattore delle tasse) e rifugiarsi in un convento in attesa della conversione e del matrimonio.

È una scena rapidissima, come è nello stile di Sholem Aleichem. Protagonista è l’ambiente, più che non la ragazza: “Era una notte calda e buia. Le stelle erano nascoste dietro grosse nuvole. Non volevano assistere all’abbandono della casa paterna da parte di una ragazza ebrea in una notte così santa. Una pioggerellina cadeva, calde lacrime scendevano dal cielo, piangendo la tragedia che aveva colpito Chaim Chosid e la sua famiglia”.

Per Moskele, in quanto furfante di talento, è finalmente l’occasione buona; escogita infatti, su invito indiretto della famiglia, una sorta di rapimento, e la libera grazie a un piano astuto, fingendo di volersi convertire anche lui, riuscendo così a intrufolarsi nel convento; poi, senza chiederle il permesso, se la porta via scavalcando il muro verso un destino peraltro incerto. Anni dopo, un povero cantore di Sinagoga in viaggio alla ricerca di un incarico, lo riconoscerà in una fila di prigionieri in partenza per la Siberia, seguiti peraltro dalle mogli, e riceverà dalla sposa, con in grembo un bambino, la raccomandazione di salutarle i genitori e dir loro che stanno andando a Irkutsk.

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Che storia, che storia, dirà il cantore che non riesce neppure a raccontarla ai compagni di viaggio, perché “è il tipo di storia che può accadere solo una volta ogni cento anni. Che storia! Che storia! Le cose incredibili che possono accadere in questo mondo!”; e non sa neppure “da dove cominciare”, incerto fra “gli eventi accaduti in seguito o con quelli che avevano avuto luogo all’inizio”.

Che storia, che storia, insisterà l’autore, nella sua lunga chiacchierata col lettore, l’insistente apostrofe che serpeggia in tutto il breve romanzo, per esplodere retoricamente nel finale. La “fabula” è molto semplice. L’intreccio invece è incalzante, organizza come in una tela di ragno le vite dei personaggi tra digressioni e sorprese; e pur nella estrema chiarezza, con una scansione all’insegna della suspence.

Racconto nel racconto, Moshkele il ladro potrebbe essere descritto a partire da un osservazione che fa Milan Kundera in Praga, la poesia che scompare (da poco tradotto per Adelphi) riprendendo una frase dal diario di Kafka, quasi un grido di battaglia: “Basta psicologia”.

Kundera vede nello scrittore boemo una sorta di primogenitore rispetto agli americani di vent’anni dopo, quelli che “hanno respinto i procedimenti introspettivi a vantaggio dell’azione cercando di comprendere il mondo dall’esterno”. Lo stesso si può dire di Sholem Aleichem, che compie questo passo sul declinare dell’Ottocento. I personaggi si raccontano da sé, e non solo in questo libro. Accade per esempio in una delle sue opere più note, Tewje il lattaio (Bollati Boringhieri, in tascabile per Feltrinelli) da cui venne tratto un musical e un film di enorme successo nel 1972, Il violinista sul tetto. Quando iniziò a elaborarlo, nel 1894, sottolineò che si sarebbe limitato a “trascrivere”, lasciando al protagonista l’onere di descriversi da sé: con le sue azioni e, appunto, senza introspezione psicologica.

Moshkele il ladro, romanzo di azioni anche minime, spesso fulminee, conserva la struttura del feuilleton, e dunque si sviluppa per brevi puntate, ognuna delle quali ha una sua autonomia ma anche si chiude con un momento di attesa; lo stile svaria dal lirico, all’ironico, al comico, lo scrittore ama i suoi personaggi, li sente per così dire amici, è nella sua apparente naturalezza indulgente e distaccato a un tempo. Quella del protagonista potrebbe essere (è) una esistenza tragica, con momenti picareschi; ma è al lettore che spetta la decisione. L’autore non prende posizione.

Lascia che sia l’incontenibile vitalità dei suoi caratteri a parlare per lui. Se poi a un lettore insistente venisse in mente di verificare la verità della storia, suggerisce, potrebbe benissimo andare nel villaggio dove è accaduta, a chiedere notizie. Avverte però che secondo lui sarebbe fatica sprecata: perché si verrebbe talmente sommersi di chiacchiere e di domande da rimpiangere per sempre l’inutile impresa.

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Fotografia header: Sholem Aleichem, via Getty Editorial

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