“Essere o non essere, questo è il problema”. Il dubbio di Amleto è stato per molti secoli anche il nostro. Ma se tornasse oggi, con il suo specchio in mano (cioè il teschio che siamo noi), esprimerebbe un altro tipo di dubbio: è quello che mette in scena Natasha Brown nell’attualissimo romanzo “Universality”, fra thriller e critica sociologica. Dai collettivi anarchici all’élite finanziaria, dai giornalisti agli influencer, il libro, nella longlist del Booker Prize 2025, è un’esplorazione delle dinamiche del controllo e del potere…

Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte”.

Difficile citare versi più famosi in un monologo. Il dubbio di Amleto è stato per molti secoli anche il nostro. Essere soggetti ai capricci della fortuna, della natura matrigna, di un Dio o un destino, o più semplicemente dell’avvicendarsi di fenomeni entropici, oppure ribellarsi e porre fine a questa incessante fatica senza senso, facendo il salto nel vuoto, cioè andando incontro alla morte che è la scommessa di senso più grande?

Se Amleto tornasse oggi, con il suo specchio in mano…

Oggi, se Amleto tornasse, con il suo specchio in mano, cioè il teschio che siamo noi, esprimerebbe un altro tipo di dubbio. Ed è esattamente questo che mette in scena Natasha Brown nel romanzo Universality, edito da NN editore con la traduzione di Martina Testa.

Universality, oltre a essere stato inserito nella longlist del Booker Prize nel 2025, è stato tra i migliori libri dell’anno per molte testate prestigiose, tra cui il Guardian.

Tornando al nostro Amleto e al suo dubbio, se vivesse oggi e facesse parte del mondo della comunicazione e, o dell’intrattenimento, esporrebbe forse il suo dubbio con la stessa, famosa frase, Essere o non essere. Ma in un senso diverso da quello che siamo abituati ad assegnargli.

Fra thriller e critica sociologica

Natasha Brown scrive un romanzo che è un po’ un thriller, un po’ critica sociologica. Orientandosi decisamente verso il secondo aspetto.

In Universality siamo in pieno periodo pandemico, 2021. In una tenuta dello Yorkshire, di proprietà di un banchiere, va in scena un rave illegale (sono vietati assembramenti). Il rave è organizzato da una comunità di attivisti, gli Universalisti, un po’ hippie, un po’ millenaristi laici, sicuramente anticapitalisti caduti in pieno nella trappola del tentare di rovesciare il sistema con i suoi stessi mezzi.

Il leader di questo gruppo, guru fuori tempo massimo, viene colpito alla testa con un lingotto d’oro e rischia la morte, mentre l’arma, che vale quasi mezzo milione di sterline, scompare misteriosamente.

Questa ghiotta storia viene portata alla luce dall’inchiesta giornalistica di Hannah, che raggiunge un successo inaspettato, anche grazie a un adattamento televisivo.

Parallelamente al successo dell’inchiesta, Richard, il banchiere proprietario della tenuta e del lingotto scomparso, cade in disgrazia presso l’opinione pubblica, mentre Lenny, editorialista con il gusto della provocazione, assurge a nuova lucida analista sociopolitica, sfruttando l’eco mediatica della storia del lingotto a suo vantaggio.

Ed è proprio da Lenny che partiremo per analizzare questo romanzo, talmente denso da poter essere definito uno dei più contemporanei e notevoli letti negli ultimi anni.

Lenny è una donna di mezza età, una giornalista che senza dubbio ha fatto la gavetta, e si è guadagnata un posto in società. Negli ultimi anni ha individuato nella lotta al privilegio del maschio bianco, di media o bassa estrazione sociale, il problema della stagnazione economica in Inghilterra, dell’instabilità politica all’interno del consesso internazionale (Lenny è contraria alla Brexit) e della perdita di voti per il partito labourista.

Ha pubblicato un pamphlet dal titolo Basta con ‘sti woke, ma non ha avuto il successo commerciale sperato.

Copertina di Universality di Natasha Brown libri da leggere 2026

Nel frattempo ha avuto difficoltà coniugali e si è temporaneamente separata dal marito, docente di Storia all’Università, per poi tornare sui suoi passi. In questo lasso di tempo ha avuto una relazione sessuale con Richard, il banchiere. Ha carpito informazioni. Ha scritto un secondo libro: Capitalismo woke, Come la grande impresa ha svenduto la classe lavoratrice, divenuto questo sì finalmente un successo commerciale. Ha cavalcato la sua fama dopo l’uscita dell’inchiesta di Hannah, facendosi paladina della morale pubblica.

Un argomento, il wokismo, di facile presa su quella audience che lei stessa definisce ormai minoritaria, e che invece minoritaria non è, dato che, come è nell’evidenza delle cose, è in grado di dirottare massivamente consumi e orientamento politico.

Lenny nasconde molte cose del suo passato, persino di essere madre di un soggetto che si scoprirà cruciale nell’economia della storia.

Se mantiene l’apparenza di una donna senza figli, ormai è solo per motivi di branding, dice Lenny. “Il mio pubblico è fatto soprattutto di uomini dai quaranta in su. Quando leggono i giornali del weekend non vogliono sentir parlare una mamma”. E poi, Lenny ha altri argomenti, più importanti, a cui dedicarsi. «I miei lettori vogliono battute, non bebè. Vogliono idee ambiziose e analisi penetranti» dice. “Ed è esattamente ciò che gli offro. A palate”.

E Hannah? Giornalista mai riuscita ad affermarsi del tutto, aveva gettato la spugna cercando e trovando un impiego da dipendente presso una catena di negozi bio. Poi la grazia. È stata contattata direttamente da Lenny per raccogliere informazioni e scrivere l’inchiesta denominata Oro matto. Questo le ha dato una fama insperata e, soprattutto, l’occasione per tornare nel giro, per ritrovare gli amici e colleghi giornalisti che avevano smesso di frequentarla da un po’.

Ma poi qualcosa è andato storto. L’inchiesta aveva giovato alla fama di Lenny, sicuramente, e anche alla sua, all’inizio. Poi le notizie si erano succedute con la consueta foga del granello di sabbia su un piano inclinato, e tutti si erano dimenticati di lei. Era tornata a fare la freelance, con qualche soldo in più sul conto in banca.

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“Un ritorno alla classe indistinta di persone a cui le notizie del telegiornale accadono, non quelle che fanno notizia o che come minimo le notizie le commentano”.

E qui torniamo ad Amleto. Tra essere e non essere sia Hannah che Lenny scelgono di essere, ma Lenny lo vuole di più, con più foga, con meno scrupoli, con un capitale sociale diverso.

Iniziamo dunque ora a capire quale potrebbe essere il senso della domanda esistenziale del nostro ideale Amleto contemporaneo, e di cosa parla davvero il romanzo di Natasha Brown.

Cos’è “essere” per noi, oggi?

La conquista dell'infelicità. Come siamo diventati classe disagiata

Cos’è “essere” per noi, oggi?

Lo spiega un recente saggio di Raffaele Alberto Ventura, La conquista dell’infelicità (Einaudi, 2025). Tramontato il sogno di accumulare sufficiente capitale economico per tutti, l’idea che il capitalismo liberista possa creare condizioni favorevoli alla meritocrazia, ci siamo tutti svegliati all’improvviso. E ci siamo accorti non solo che il poco capitale accumulato può essere rapidamente eroso da crisi finanziarie e da lunghi periodi inflattivi ma, soprattutto, che la classe media o medio bassa non è mai davvero stata in partita.

E allora quale speranza rimane ai figli di questa classe media, quelli a cui è stato detto che il loro impegno nello studio o nel lavoro sarebbe stato ricompensato da una adeguata posizione socio-economica? Rimane l’illusione del capitale sociale. Quell’essere a tutti i costi che oggi farebbe dire ad Amleto che è preferibile la notorietà alla stabilità economica. L’essere riconosciuti come individui valenti, come qualcuno che ha realizzato autenticamente se stesso. Avere il giusto giro di amicizie, simili che condividono i nostri interessi e che possono rispecchiarci come persone che hanno un senso. Essere riconosciuti sui social come influenti.

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Hannah, una vittima della rincorsa al capitale sociale

Questa in fondo è Hannah. Una vittima della rincorsa al capitale sociale. Una persona a cui è stato spiegato che l’intera sua identità ruota intorno al lavoro che si è scelta, e conseguentemente alle amicizie che si è trovata a frequentare. Una persona che non è capace di barattare la sua autorealizzazione (un bisogno indotto) con una certa stabilità (un bisogno effettivo).

Chi vince in questo gioco crudele dunque? Naturalmente Lenny, capace di capire che l’identità può essere invece sostituita di volta in volta, la meritocrazia non esiste e che tutti hanno un prezzo, e questo prezzo è anche piuttosto esiguo da pagare per raggiungere i propri scopi, rispetto a un tempo, intendiamo, in cui il capitale sociale era tutto sommato deferibile rispetto a quello economico.

Il cuore del romanzo di Natasha Brown è qui, ed è stupefacente come riesca a condensare tutto in un libro abbastanza breve. Segno di una intensa riflessione sui tempi che viviamo, che tocca anche il cuore della “post verità” nelle amare parole di Lenny:

“L’idea che una persona giovane scegliesse quel settore mi sembrava assurdo. Non si rendeva conto che la festa stava finendo? Ormai, se non eri la figlia di un barone travestita da ragazza medioborghese alla mano, il nostro mestiere aveva ben poco da offrire. Immaginate di veder distruggere una fetta enorme del vostro settore da un tizio chiamato Craig e della sua cazzo di lista*. Era roba da non credere. Le zone di pregio della carta stampata si erano svalutate in un ghetto di pubblicità online e beceri contenuti sponsorizzati. Non c’era più richiesta per quei pochi, sobri centimetri di slogan pubblicitari. Adesso intascavamo frazioni di centesimo da coloratissimi banner che lampeggiavano pacchiani sopra il nome dell’autore. Qualunque cosa volesse dire, “nome dell’autore”, nella distopia digitale in cui vivevamo”.

*Il riferimento è a Craigslist, il portale di annunci online che nei primi anni Duemila ha fatto crollare il mercato degli annunci sui quotidiani.

E allora, cosa rimane del racconto pubblico dentro il quale siamo universalmente immersi?

“Noi vi diciamo quello che volete sentire, convincendovi che è la verità, raccontata nella maniera più obiettiva possibile”.

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