Nel libro “Le avventure di un innovatore” (prefazione di Giorgio Armani), Federico Marchetti, affiancato dalla giornalista Daniela Hamaui, ripercorre la sua storia personale, quella di un ragazzo di provincia che va a studiare in America, si innamora del web e torna in Italia per fondare la sua azienda: YOOX,  società che viene prima quotata alla Borsa di Milano e che nel 2015 il manager guida alla fusione con NET-A-PORTER, creando così il leader globale della moda di lusso online. Un volume in cui non mancano i suggerimenti per le imprenditrici e gli imprenditori di domani… – Su ilLibraio.it un estratto dal capitolo “Chi non rischia perde in partenza”

Nell’anno 2000, per molti Internet è solo una novità: social media e smartphone non esistono ancora. E fare acquisti online è un’eccezione più che la regola. Ma qualcuno, in Italia, prevede il futuro.

In Le avventure di un innovatore (Longanesi – prefazione di Giorgio Armani), Federico Marchetti, affiancato dalla giornalista Daniela Hamaui, ripercorre la sua storia personale, quella di un ragazzo di provincia che va a studiare in America, si innamora del Web e torna in Italia per fondare la sua azienda: YOOX,  società che viene prima quotata alla Borsa di Milano e che nel 2015 Marchetti guida alla fusione con NET-A-PORTER, creando così il leader globale della moda di lusso online.

L’intuizione è semplice ma geniale: prendere gli abiti dei grandi marchi rimasti invenduti a fine stagione e dare loro una seconda chance; o, dalla prospettiva opposta, fornire a un mercato ancora tutto da creare – quello online – la possibilità di acquistare capi di moda da un sito.

Partito da un magazzino alla periferia di Bologna, Marchetti, classe 1969, lo trasforma nel primo e-commerce della moda al mondo. Uno straordinario successo internazionale ottenuto puntando tutto su digitale e innovazione, ma senza mai perdere di vista la creatività e la soddisfazione del cliente, oltre all’impegno nelle cause sociali e nel rispetto della natura. L’innovazione è alla base del successo della sua impresa diventata il primo “unicorno” italiano ed è anche il talismano che in una vita piena di imprevisti, casualità, sliding doors gli ha consentito di incontrare i protagonisti del fashion e i giganti del tech, di lavorare con Re Carlo III, di inventare nuovi progetti per il presente e il futuro. Tra cui una task force globale per la moda sostenibile che, mettendo insieme tecnologia, umanesimo e intelligenza artificiale, riesca ad affrontare una delle più grandi sfide del nostro tempo: la crisi climatica.

L’autore, presidente della Fashion Task Force della Sustainable Markets Initiative fondata dal Re Carlo III, è stato nominato Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica Italiana nel 2017 e nel 2020 è diventato membro del Consiglio di Amministrazione della Giorgio Armani S.p.A. Nel 2021, inoltre, è entrato nel Consiglio di Amministrazione di Highgrove Gardens e del Board of Trustees della Prince’s Foundation.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Chi non rischia perde in partenza

Ho capito sin da ragazzo quanto sia importante rischiare, anche a costo di fallire: darsi una chance è comunque infinitamente meglio che rinunciare senza provare. Non so bene l’inglese, ho studiato francese a scuola. Che fare? Ho poco tempo e molto da recuperare. Chiedo aiuto a Giuliana Berchicci, un’analista che lavora con me in Lehman, e mettiamo giù 500 domande da colloquio plausibili e le rispettive risposte. Per essere preso occorreva l’unanimità di undici intervistatori banker e per quel posto c’erano migliaia di application probabilmente molto più forti della mia. Io studio le risposte di notte, le memorizzo: ne azzecchiamo il 70%. Per l’altro 30%, improvviso, me la cavo.

Mi assumono come analista, ho venticinque anni, un super stipendio e la prospettiva di un training program nella sede di Lehman a Wall Street, New York, nelle Torri Gemelle. Stavo davvero toccando le stelle. A New York lavoro come un pazzo ma sono nella città dei miei sogni, regno delle opportunità e delle sorprese. Mi sono sempre sentito romagnolo per nascita, italiano per DNA e americano per scelta. L’American dream è a un passo, devo solo realizzarlo.

La metropoli è piena di occasioni e stimoli, basta saperli cogliere. Una sera finisco persino da Nello, un famoso ristorante su Madison Avenue dove un amico cameriere rumeno mi imbuca alla festa di compleanno di Donald Trump e dove conosco una pop star nera con i capelli rossi, con cui ho una love story durata una settimana. Passo dei mesi indimenticabili, ma purtroppo terminato il training mi dicono: «La tua sede è Londra». Speravo tanto di rimanere a New York, invece mi spediscono nella City, dove i ritmi sono ancora più massacranti: 90 ore alla settimana, sabati e domeniche aboliti.

Londra non mi piace, la sento fredda, distante, non conosco nessuno. Così, quando la sede di Milano chiede di riavermi, sono felice. Lì ho come stagisti due ragazzi della mia età, Diego di San Giuliano (che poi è diventato uno dei miei migliori amici) e Giorgio Psacharopulo, con i quali verso mezzanotte esco dall’ufficio e inizio a fare baldoria. Dormiamo quattro ore per notte ma non rinunciamo alle discoteche, ai sushi tardivi e alle risate spensierate.

In quegli anni in compenso ho imparato tutto: le fasi di una startup, chi sono i venture capitalist, cos’è un business plan, come si valuta un’azienda, come la si quota. Quando è il caso di fonderla con un’altra e alla fine come venderla al meglio. Ho appreso un metodo che poi ho messo in pratica quando ho fondato YOOX e in tutte le fasi del mio percorso. Ma non solo: molte delle persone che ho conosciuto a Lehman Brothers sono state fondamentali nella mia vita, nel mio business e nella mia carriera. Sono arrivato lì per caso, ma come per magia quello è diventato il posto giusto, al momento giusto, dove essere e lavorare.

A Lehman scopro anche l’utilità di Internet. Sono uno dei primi a collegarmi per fare ricerche online: velocizza il lavoro e mi consente di finire prima. A volte basta un’ora al giorno e invece di 90 ore ne lavoro 85 alla settimana. Sul versante opposto scopro il mio lato estetico. Lo infilo ovunque, anche nei luoghi più assurdi. Detesto la banalità, l’anonimità di alcuni PowerPoint senza personalità. Sono convinto che devi catturare l’attenzione del tuo interlocutore. Sempre. Devi tenerlo inchiodato a cosa racconti, e la cura e l’estetica sono un magnete fortissimo. La bellezza non è mai troppa. Ricordo un progetto per OTO Melara dove cercai delle immagini di missili fatte da artisti. Era una presentazione fuori dall’ordinario con dei drawings che stupirono tutti. Questa mia forma di creatività diventerà sempre più preponderante e la userò poi come segno distintivo.

Qualche anno dopo, quando comincerò ad avere più soldi, farò la mia puntata nell’arte acquistando il mio primo quadro. Ora sono un collezionista e ho diverse opere, ma allora mi entusiasmai per un dipinto di Mark Kostabi, compositore e artista americano in quegli anni non ancora molto conosciuto, che si chiamava Against the Odds, «Contro le probabilità», uno slogan che descrive perfettamente la mia vita.

L’estetica significava tante cose: amavo la grafica, la fotografia, la moda. Avevo un mio stile, e già quando ero ragazzo scovavo giubbotti americani da A.N.G.E.L.O., uno dei negozi dell’usato di Lugo di Romagna, mi piaceva il vintage e avevo sensibilità per le tendenze. Tanti anni prima a Ealing, uno dei quartieri malfamati di Londra, avevo trovato un paio di scarponcini alti, arancioni, apparentemente bruttissimi ma per me bellissimi. Li vendevano in saldo a un prezzo stracciato: diventarono poi le Iconic 80’s Boots di Timberland che fecero impazzire la mia generazione trasformandosi in un pezzo cult.

Tornando alla carriera, dopo tre anni a Lehman avevo la possibilità di diventare associato. Sicuramente si trattava di più soldi e più prestigio, ma io non ero convinto: la finanza non era la mia passione. Ero tentato di rimanere in quella gabbia dorata, ma allo stesso tempo mi sembrava che la mia esperienza lì fosse terminata. Il destino decise un’altra volta per me. Questo non vuol dire che io mi affidi totalmente al caso, ma spesso, forse in modo inconscio, provoco degli avvenimenti che mi fanno cambiare direzione. In quell’occasione fu una mia reazione stizzita nei confronti di un mega boss arrivato da Londra a Milano.

Erano le nove di sera e la mia segretaria Annalisa si era gentilmente fermata per aiutarmi a finire una presentazione, quando lui le lancia un foglio, chiedendo di metterglielo in Word. Io replico: «No, Annalisa sta per uscire, non riesce a farlo». Lui si arrabbia moltissimo ma la cosa finisce lì. Me ne sono quasi dimenticato, quando arriva il momento in cui i miei capi devono compilare la mia performance review prima che io diventi associato. Loro scrivono solo giudizi positivi, mentre il boss di Londra, che non c’entrava nulla – non avevamo mai lavorato insieme –, aggiunge delle pessime valutazioni su di me. Io mi ribello, finiamo in una specie di tribunale di Lehman a Londra dove si stabilisce la compliance, la conformità alle disposizioni normative aziendali e dove ognuno di noi deve chiarire la sua posizione. Io argomento le mie motivazioni, ma lui è più importante di me, così finisce che danno ragione a lui.

La decisione mi sembrò profondamente ingiusta e dettata da logiche di potere. Mi aspettavo che mi sostenessero, che arrivassero persino a lodarmi per aver impedito un abuso, che accusassero lui di prepotenza, e invece fu esattamente il contrario: prevalse la legge del chi porta più soldi ha sempre ragione. Fu l’elemento scatenante. Capii che non era il posto giusto per me.

La mia carriera lì era comunque terminata, così mandai diverse application per accedere a un MBA. Mi avevano preso alla INSEAD, una scuola a Fontainebleau, in Francia, e alla Columbia a New York. Stanford e Harvard mi avevano invece scartato. Non ebbi dubbi. Tra la campagna francese e la Grande Mela, scelsi la seconda. Oltretutto lì il master durava otto mesi in più. Avevo messo da parte i soldi guadagnati in questi tre anni, ero indipendente e determinato a partire.

Era ottobre, i corsi iniziavano a gennaio, avevo tre mesi liberi. Fabio Canè, marito di Patrizia Micucci con cui avevo lavorato in Lehman e del quale ero diventato amico, mi chiese di occuparmi di un progetto per Bain: il cliente era la Rizzoli-Corriere della Sera. Bain è una società di consulenza americana con sedi sparse nel globo, quella italiana era presieduta da Gianfilippo Cuneo e Giovanni Cagnoli. Presentai una proposta che andò particolarmente bene, tanto che Cagnoli, colpito da questa alchimia che si era creata tra me e il committente, si offrì di pagarmi il master con l’impegno che, tornato, avrei lavorato per due anni da loro.

Accettai al volo i soldi, che mi servivano a coprirmi le spalle in America: mi avrebbero consentito di fare una vita meno tirata, di concedermi qualche sfizio in più. Sapevo però che le società di consulenza non erano il luogo adatto a me. Il talento dei colleghi era inferiore a quello che avevo trovato in Lehman Brothers e il tipo di lavoro non mi appassionava, ma con un po’ di incoscienza presi i soldi e mi dissi: «Ci penserò al ritorno. Magari troverò un altro lavoro che ripagherà il mio debito».

Sentivo di essere a una svolta, i quattro anni in Bocconi e i tre anni di lavoro mi avevano formato. Non ero più lo sprovveduto ragazzo di Ravenna arrivato nella grande città senza gli strumenti per capirla e affrontarla. All’università avevo acquisito tutte le nozioni, assorbito il più possibile, scelto i corsi più utili per scoprire chi è davvero un imprenditore, cosa deve saper fare, come deve muoversi, che strumenti deve usare per creare una sua impresa. A Lehman mi ero buttato nella pratica: business plan, acquisizioni, quotazioni. Ora avevo le idee più chiare, conoscevo il percorso da seguire. Mancava solo l’idea, quella giusta, quella ardita, inaspettata ma realizzabile. Dovevo trovare il mio ambito, la mia area, ma non potevo farlo se non scoprivo davvero qual era la mia passione. Avevo poco tempo, lo sapevo. Se decidi di mettere su una startup lo devi fare il prima possibile, quando hai tutta l’energia e la determinazione per arrivare, per vincere. Se hai meno di trent’anni è meglio perchè hai una maggiore propensione al rischio. Mi mancava però un pezzo, un desiderio che avevo da sempre: toccare da vicino l’American dream. Volevo provare a entrare in quell’oceano dalle infinite possibilità, dove tutti partono dallo stesso trampolino e si gettano in un mare profondo da cui chi è bravo, motivato, capace, riemerge e riesce a raggiungere il traguardo. Avevo tante domande: cosa rende quel luogo così speciale e così intenso? Qual è la magia? Perché lì è più importante cosa fai rispetto a chi sei e tutti possono farcela? Ero sicuro che sarei tornato dall’America e dalla Columbia con un progetto vincente. E a gennaio del 1998 partii pieno di entusiasmo.

Longanesi & C. F 2023 – Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

(continua in libreria…)

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