Francesco Guccini, venuto a mancare a 86 anni nella sua Pavana, non è stato solo uno dei cantautori più grandi di sempre (“Auschwitz”, “La locomotiva”, “L’avvelenata”, “Eskimo”…), ma anche un prolifico e apprezzato scrittore, sin dall’autobiografico “Cròniche epafàniche”. Al centro di molte sue opere narrative, troviamo l’epica appenninica. Al tempo stesso, nelle sue canzoni, che hanno vinto la sfida del tempo, non mancano i riferimenti letterari. A settembre in arrivo il libro postumo “Calde le pere”
Addio a uno dei cantautori (e scrittori) italiani più apprezzati, Francesco Guccini, morto a 86 anni. Un simbolo, un riferimento, uno dei protagonisti indiscussi della musica italiana degli ultimi decenni, sin dal debutto discografico del 1967 (con l’LP Folk beat n. 1).
Guccini, autore di brani cult come Auschwitz (1967), La locomotiva (1972), L’avvelenata (1976) ed Eskimo (1978), solo per citarne quattro, era nato il 14 giugno 1940 a Modena, ed è venuto a mancare nella sua Pavana.
La famiglia ha spiegato che, “nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata”. La famiglia ha inoltre ringraziato “tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre“.
Più di 20 album di canzoni, e parliamo di canzoni amatissime, brani e parole entrate nell’immaginario, capaci di unire le generazioni e di restare ancora oggi attualissime. Ed è quest’ultimo aspetto a confermare la grandezza e l’universalità dell’arte di Guccini, in grado di firmare decine di classici che hanno vinto la sfida con il tempo.
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Canzoni di culto, mai passate di moda, per tante ragioni, e tra queste il fatto che a legare tutta l’arte di Francesco Guccini, è stata la passione per il racconto, il piacere della narrazione.
Sì perché Guccini non è stato solo uno dei cantautori più grandi di sempre, ma anche un prolifico scrittore, un narratore a 360 gradi, un poeta.
Di libri Guccini ne ha scritti diversi, spaziando tra i generi (fumetto incluso), senza dimenticare i noir scritti con Loriano Macchiavelli.
Nel 2020 Guccini è stato anche finalista al Premio Campiello, con il libro Tralummescuro – Ballata per un paese al tramonto (Giunti).
Sin dall’autobiografico Cròniche epafàniche, bestseller pubblicato da Feltrinelli nel 1989, grande spazio nella sua opera narrativa ha avuto il paese “simbolo” della sua infanzia, Pavana.
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Al centro di molte opere narrative di Guccini, come sanno le tante lettrici e i tanti lettori del nostro, troviamo infatti l’epica appenninica, in particolare quella dell’Appennino tra il bolognese e il pistoiese.

Oltre ai già citati Cròniche epafániche e Tralummescuro, tra i suoi libri ricordiamo Vacca d’un cane, Icaro, Non so che viso avesse, Dizionario delle cose perdute, Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto, e Tre cene (l’ultima invero è un pranzo), e la fortunata serie di noir creata a quattro mani con Loriano Macchiavelli (qui la sua riflessione su ilLibraio.it in occasione dell’uscita di Tempo da elfi) e perfino un vocabolario pavanese-italiano.

A settembre Giunti pubblicherà il libro postumo di Guccini, a cui l’autore ha lavorato fino agli ultimi giorni: Calde le pere, che lo stesso cantautore e scrittore ha presentato così: “Calde le pere è nato da un brogliaccio di cui mi ha parlato un mio amico, che ne ricavò anche uno spettacolo di cabaret. Le due storie che mi ha raccontato, quella della ragazza in bicicletta e quella della fanciulla illibata che rimane incinta facendo il bagno nel Reno, mi hanno molto affascinato. Casalecchio sul Reno era allora il Lido di Bologna, con oltre diecimila presenze al giorno d’estate, tanto che dagli anni Trenta ai Cinquanta venivano stampate delle cartoline dove si vede che la chiusa sul Reno che aveva creato un ampio bacino balneabile. Il libro parte come partiva Vola Golondrina, l’ultimo giallo che ho scritto con Loriano Macchiavelli: lì c’era il passaggio di un motociclista misterioso che distribuiva dei volantini; qui invece c’è una ragazza in bicicletta, evidentemente una prostituta – figura speculare a quella della maîtresse che alla fine di questo libro veste i panni di una ginecologa ante litteram. Ho sempre amato lo scaturire della narrazione da un evento scatenante, o dall’irruzione di un deus ex machina, quasi un colpo di teatro. Come in diversi altri miei romanzi ho poi suddiviso il libro in quadri, dando loro un titolo e una didascalia ironica come avrebbero fatto alcuni dei miei autori più amati, da Sterne a Jerome. Nel racconto c’è anche un omaggio a Pavana, quando mi abbandono all’immaginazione poetica della brezza che dalla sorgente del Reno sull’Appennino pistoiese spira attraverso boschi e prati: lì ho voluto nominare erbe, fiori e frutti con gli stessi termini pavanesi che si ritrovano nelle Cronache epafàniche e in Tralummescuro, perché le parole sono importanti e il loro suono è quello con cui abbiamo imparato ad amare le cose. È importante per me conservare le parole del dialetto, salvare tutti quei nomi….”.
Come abbiamo scritto in questo approfondimento, se osservate da vicino, le sue canzoni assomigliano a quelle dei cantastorie e degli aedi: parlano di Appennini e di Resistenza, di Bob Dylan e di Pavana, di osterie in cui si gioca a carte e di un Dio che è morto, di addii e di università, ma soprattutto di dignità umana, spaziando tra i riferimenti a Omero e a Dante Alighieri, a Edmond Rostand e a Miguel de Cervantes, fino ad arrivare a Gustave Flaubert, a Eugenio Montale e a tanti altri grandi nomi della letteratura di ieri e di oggi…
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