Sally Rooney, l'acclamata scrittrice irlandese di cui si è molto parlato per il romanzo d'esordio "Parlarne tra amici", è tornata nelle librerie di Gran Bretagna e Irlanda con "Normal People", un libro in cui, con la sagacia e l'arguzia a cui ha abituato i suoi lettori, indaga relazioni, classe, politica e potere... - La lettura di questa seconda opera è l'occasione per un confronto con il suo debutto

Sally Rooney, la scrittrice irlandese di cui si è parlato molto negli ultimi mesi per via dell’acclamato romanzo d’esordio Parlarne tra amici (Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli) in cui scandagliava le relazioni d’amore e di potere partendo dalla storia tra una giovane donna e un uomo più grande, è tornata nelle librerie di Gran Bretagna e Irlanda con Normal People (Faber&Faber).

Anche questa volta i protagonisti sono giovani – millennials – irlandesi proprio come Rooney, che ha ventisette anni. E anche in questo romanzo l’autrice parla di relazioni: al centro, infatti, c’è una coppia, Connell e Marianne, e le varie fasi del loro legame, dal 2011 al 2015. Ossia da quando frequentano la scuola superiore a Sligo, nell’Irlanda occidentale – il luogo più lontano possibile dalla vita cittadina della capitale irlandese, Dublino, che era stata il grande set di Parlarne tra amici – fino ai loro anni universitari – finalmente nella Città, dove frequentano niente meno che il Trinity College, l’Università più prestigiosa dell’isola, dove “ tutti hanno lo stesso accento e portano i loro MacBook sotto braccio”.

Come in Parlarne tra amici anche in Normal People la relazione tra i due protagonisti è in qualche modo clandestina: se nel primo romanzo Frances nascondeva la storia per non ferire la migliore amica ed ex fidanzata Bobbi e Nick perché era sposato, qui il problema è che Marianne, al liceo, è una sorta di paria sociale, presa di mira dai bulli, mentre Connell è un ragazzo popolare, che teme il giudizio degli amici. Peccato che anche in questo romanzo tutti in realtà siano al corrente della relazione.

Il potere – e la detenzione di esso  è l’elemento che fa da contrappeso all’attrazione tra i due protagonisti e che li porta a incontrarsi e allontanarsi per anni. Ma il potere è un’entità mutevole che dipende da molteplici elementi e Connell, celebre a Sligo, a Dublino non è popolare quando Marianne, che invece, grazie alla sagacia e al suo carattere anticonformista, trova il suo posto nell’élite universitaria.

Marianne, essendo una donna, sperimenta più volte il peso del potere maschile, sia tra le mura domestiche, dove è vittima dei maltrattamenti del fratello – e, a quanto pare, durante l’infanzia anche per mano del padre ormai defunto – sia nelle relazioni con altri uomini. E a un certo punto sembra ossessionata da questo, tanto da provare una certa attrazione per le pratiche di sottomissione.

Ma neanche Connell è immune al peso del potere. Con il suo personaggio, infatti, Rooney continua un’esplorazione della fragilità maschile iniziata con il Nick di Parlarne tra amici – un attore non più famoso affetto da depressione.

In Normal People trova spazio un altro tema solo accennato nel primo romanzo: la questione di classe. Fin dall’inizio Rooney ci fa sapere che Marianne vive in “una magione”, mentre la madre di Connell è una donna delle pulizie, madre single rimasta incinta a sedici anni e proveniente da una famiglia “conosciuta” in paese – uno zio di Connell è stato addirittura in carcere.

Anche a Dublino le differenze si fanno sentire: Marianne vive nell’appartamento della nonna, Connell in una camera condivisa con un altro studente. Quando i due fanno un esame per una borsa di studio che copre il vitto e l’alloggio agli studenti meritevoli, la motivazione di Connell è puramente economica, Marianne invece vive il superamento del test come una prova della sua bravura.

Marianne non ha bisogno di lavorare – al telefono con un’amica ammette di non credere nella “moralità del lavoro”, perché “spostare fogli di carta in un ufficio non contribuisce in alcun modo agli sforzi dell’umanità” – , trascorre un’estate in una villa al mare con gli amici, va in Erasmus. Connell invece torna a Sligo ogni estate per lavorare come meccanico.

Marianne e Connell sono due personaggi che arrivano da situazioni economiche diverse, come Frances e Bobbi – la prima proviene da una famiglia della working class, la seconda ha un padre con un’auto gigantesca che le paga ogni spesa. Come loro si sono conosciuti al liceo e come loro sono estremamente brillanti, cinici e disillusi.

Dopo una lettura pubblica di uno scrittore Connell riflette sull’editoria e giunge alla conclusione che tutti i libri, alla fine, siano “degli status symbol” e che la lettura sia “una performance di classe” che permette ai più colti “di sentirsi superiori”. In questo passaggio viene da chiedersi quanto ci sia della stessa Rooney – una scrittrice schiva, che non ama parlare di sé e che si è trovata a diventare “la voce dei millennials” subito dopo aver firmato un contratto per la pubblicazione di Parlarne tra amici.

Con Normal People Sally Rooney ha aggiunto un nuovo livello a quello che aveva iniziato con il romanzo d’esordio. I dialoghi continuano ad avere la fluidità del parlato, ma si tratta di una conversazione ancora più arguta e a tratti bizzarra rispetto a quella a cui ci avevano abituati Frances e Bobbi.

Le incertezze di una generazione ritornano con ulteriori sfaccettature – la cerchia di amici e conoscenti di Connell e Marianne è moltiplicato rispetto ai pochi personaggi secondari di Parlarne tra amici. I social media sono ancora più presenti – l’autrice riflette sulla presenza online dopo la morte, facendo notare a Connell la strana abitudine di alcuni che, dopo la dipartita di un amico, lasciano messaggi di addio sulla bacheca di Facebook del defunto.

La politica si fa ancora più spazio nel romanzo – Marianne vorrebbe fare un lavoro che possa cambiare le cose, ogni mattina controlla le notizie, Connell legge il Manifesto del Partito Comunista, va a votare e si indigna davanti ai risultati elettorali.

Ma, soprattutto, sembra voler dare un’altra versione della questione più spinosa, le relazioni. Perché forse l’amore non è sempre un “losing game”.

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