Questione di stile, segno tipografico o sintattico… cos’è oggigiorno l’interpunzione? Per molti sarà forse ricordo di grossi segni di matita blu o rossa, ma non è proprio così: è difficile parlare di “errori”, come si scopre leggendo la raccolta di studi "L’interpunzione oggi (e ieri). L’italiano e altre lingue straniere". ilLibraio.it ne ha parlato approfonditamente con Angela Ferrari, una delle curatrici - L'intervista

Questione di stile, segno tipografico o sintattico… cos’è oggigiorno l’interpunzione? Per molti sarà forse ricordo di grossi segni di matita blu o rossa, ma non è proprio così: è difficile parlare di “errori”, come si scopre leggendo la raccolta di studi L’interpunzione oggi (e ieri). L’italiano e altre lingue straniere, a cura di Angela Ferrari, Letizia Lala e Filippo Pecorari, uscito da poco per Franco Cesati Editore. Per chiarire soprattutto come sta cambiando l’uso dell’interpunzione oggi, IlLibraio.it ha intervistato Angela Ferrari.

 segni di interpunzione

Tra le varie funzioni dell’interpunzione, nel vostro volume avete deciso di dare particolare rilevanza agli usi comunicativi, anziché a quelli prosodici e tipografici. Per quale ragione?
“La nostra ipotesi è che nell’italiano contemporaneo la punteggiatura abbia un uso fondamentalmente comunicativo, che il suo obiettivo principale consista cioè nel segmentare il testo nelle sue unità costitutive – come fanno ad esempio il punto, la virgola, il punto e virgola – o nell’introdurre nel testo valori interattivi – come fanno ad esempio i puntini di sospensione che chiedono al lettore di recuperare informazioni implicite –. Non è sempre stato così: fino al secondo Ottocento si punteggiava sulla base della struttura sintattica della frase.
La natura comunicativa della punteggiatura italiana odierna spiega perché essa sia così difficile da utilizzare. Per impiegarla in modo corretto, non possiamo basarci su regolette sintattiche, dobbiamo ‘avere in mano’ la struttura del contenuto del testo. Così per esempio, non è vero che la virgola non si possa mai combinare con la congiunzione ‘e’: dipende dal senso della struttura coordinata. La virgola ci sarà se i due elementi coordinati vanno differenziati: se uno ha più importanza dell’altro, se illustrano due aspetti diversi di una stessa asserzione, se sono semanticamente complessi al loro interno ecc. E lo stesso vale per le subordinate avverbiali che seguono la principale: la virgola non ci vuole quando le due proposizioni formano un tutt’uno (Perché sei arrabbiata? Lo sono perché tocca sempre fare tutto a me); è invece necessaria quando le due proposizioni sono più indipendenti: come nel caso in cui la reggente si collega a quanto precede e l’avverbiale apre un movimento ragionativo che continuerà nei periodi successivi (Come stai? In questo periodo non sto molto bene, perché la salute di Marco si è aggravata: oramai non si alza quasi più dal letto)”.

 

Non vi limitate a studiare la realtà italiana, ma la accostate alla situazione interpuntiva di tante altre lingue europee (non solo neolatine). Cosa emerge da questo confronto?
Sì, facendo ricorso a vari specialisti, il volume va a vedere come funziona la punteggiatura in tutte le lingue romanze, in alcune lingue germaniche, in alcune lingue slave, in alcune lingue ugro-finniche, in greco moderno. Dal confronto emergono dati molto interessanti. Per quanto riguarda le differenze – e ragionando sulla virgola, il segno interpuntivo più utilizzato e significativo dal punto di vista teorico –, un caso notevole è quello che oppone il tedesco alle lingue romanze: mentre in queste ultime l’uso della virgola è comunicativo, nella prima la sua scelta si basa su criteri sintattici. In tedesco la virgola viene per esempio usata ogni volta che c’è un confine tra una reggente e una subordinata. Non è così in italiano, dove la virgola, come dicevo, viene scelta o no in funzione del legame di significato che sussiste tra reggente e subordinata. Si tratta di una differenza cruciale e delicata per quanto riguarda la traduzione in generale e la traduzione dei testi giuridici europei in particolare. Le lingue germaniche sono interessanti anche per quanto concerne l’evoluzione dei sistemi interpuntivi. Si può per esempio notare che l’inglese – che è una lingua a punteggiatura comunicativa come l’italiano – ha oramai un influsso sulle altre lingue germaniche, che hanno una punteggiatura morfosintattica. Un caso interessante è quello del danese, la cui tendenza a modellare la sua interpunzione tradizionalmente sintattica su quella comunicativa inglese ha scatenato una vera e propria ‘guerra della virgola’, in cui è intervenuta anche la politica”.

Si parla tanto della forte influenza che ha avuto e continua ad avere la scrittura meno sorvegliata delle chat sull’italiano contemporaneo dell’uso medio. Possiamo estendere il tutto anche all’uso (o al mancato uso) della punteggiatura?
“La punteggiatura tipica della comunicazione mediata dal computer (CMC) ha certamente un influsso su quella utilizzata nelle varietà scritte ordinarie. Ma la situazione è complessa, e ci vorrebbero ricerche sistematiche (che sono ora in corso all’Università di Basilea). Qualcosa di non banale si può tuttavia già cominciare a dire. Dal punto di vista quantitativo, sembrerebbe che la CMC comporti da una parte l’uso sempre più parco della punteggiatura segmentante intermedia (due punti, punto e virgola), e dall’altra l’impiego sempre più esteso dei segni interpuntivi interattivi, in particolare puntini di sospensione, punto interrogativo e punto esclamativo. Che è il sintomo di una testualità sempre più interattiva, sempre più vicina a quella del parlato, una testualità che chiama direttamente in causa il lettore: come quando si lancia un tema interrogandolo (Ma qual è la situazione in America?) o si sottolinea l’importanza di un’informazione chiudendola con un punto esclamativo, senza che si tratti peraltro di una vera e propria esclamazione.
L’influsso della CMC sulla scrittura ordinaria sembrerebbe tuttavia anche qualitativo. In generale, ciò che si osserva è una restrizione delle possibilità d’impiego tradizionalmente associate ai segni di punteggiatura segmentanti: il punto e virgola è quasi sempre utilizzato solo negli elenchi (poco nelle opposizioni, poco come segnale di aggiunta conclusiva); i due punti si limitano a introdurre una specificazione (poco le altre relazioni logiche, poco le focalizzazioni). Vi sono poi veri e propri cambiamenti di senso: non diminuzione delle potenzialità d’impiego, ma veri e propri cambiamenti di funzione. Penso in particolare al fatto che, anche nei giornali e nella saggistica divulgativa, oramai la virgola fa (anche) il lavoro che dovrebbero fare i segni interpuntivi di livello superiore: separare unità testuali del tipo enunciato (o periodo)”.

Nel contributo di Dario Coviello vengono analizzati gli impieghi del punto fermo e della virgola negli elaborati di studenti della scuola media nel Canton Ticino. Vi si nota la difficoltà, talvolta incapacità, degli studenti di riconoscere i confini testuali e di segmentare con la virgola gli enunciati minori. A suo parere, questo riflette una scarsa chiarezza di idee o è imputabile a una padronanza ancora incerta dell’uso interpuntivo?
“Entrambe le cose. Come ho già detto, il punto fermo e la virgola sono segni interpuntivi che concorrono a definire le unità che compongono il testo e a gerarchizzarle. Ora, è chiaro che se il contenuto testuale non è coerente, è difficile punteggiarlo in modo corretto. Ma Dario Coviello mostra bene che troviamo una punteggiatura inadeguata anche all’interno di movimenti testuali semanticamente coerenti. In questo caso, ciò che manca allo scrivente è da una parte la consapevolezza che un testo ben scritto, oltre ad avere una coerenza di fondo, ha anche una sua architettura (raggruppamenti, rilievi ecc.), e dall’altra la coscienza del fatto che il compito della punteggiatura consiste proprio nel mostrare e creare questa architettura. Chi sa comporre un testo ben scritto sa attribuirgli un’organizzazione semantica in sintonia con i suoi contenuti e sa come la punteggiatura contribuisce a crearla e a metterla in scena”.

Pensa che per recuperare parte del valore prosodico dell’interpunzione, se non anche quello comunicativo, sarebbe utile riabituare i giovani lettori alla lettura ad alta voce?
“Le nostre ricerche – teoriche ma anche sperimentali – mostrano che il compito della punteggiatura non sta nell’introdurre direttamente nel testo pause e cambiamenti intonativi: come ho già detto più volte, il nostro sistema interpuntivo ha una funzione comunicativa, di organizzazione testuale e di guida alla costruzione del senso. Detto questo, ciò non significa tuttavia che la punteggiatura sia del tutto estranea alla prosodia di lettura (prosodia, si noti bene, che – come ci dicono i fonetisti e i cognitivisti – noi creiamo nella nostra testa anche quando leggiamo solo mentalmente). Questo perché l’architettura del testo viene restituita in parte anche prosodicamente. A dirci come va intonato un testo non è però solo la punteggiatura, ma è la punteggiatura in combinazione con la sintassi e il lessico. Una virgola viene, insomma, intonata in modo diverso se separa elementi coordinati, segnala incisi o emargina un costituente alla fine del periodo. Sullo sfondo di queste considerazioni, saper leggere bene ad alta voce vuol dire essere capaci di individuare l’architettura semantica del testo, e indirettamente di riconoscere la funzione testuale che quel determinato segno di punteggiatura viene ad avere nel particolare contesto in cui è utilizzato. Ma non c’è una restituzione prosodica fissa e sistematica di un segno di punteggiatura al di fuori del suo contesto d’uso”.

Da quanto si legge nei vostri interventi, spesso una determinata scelta interpuntiva non è “giusta” o “sbagliata”, ma contribuisce a dare una particolare sfumatura al testo. Può farci degli esempi?
“Giusta osservazione. Se prendiamo come base la sintassi, effettivamente non possiamo parlare di punteggiatura giusta o sbagliata: per esempio, la combinazione della virgola con la e non è sbagliata in sé; in astratto, non è errata neanche la scelta di far precedere una congiunzione da un punto fermo; sempre in generale, non si può dire neppure che sia sempre giusto separare con una virgola una reggente dalla sua subordinata avverbiale (causale, condizionale ecc.).  Le cose cambiano se invece guardiamo al testo…”.

Perché?
“Data una particolare architettura testuale, si può dire che ci sono scelte interpuntive che sono più adeguate di altre”.

Può fare degli esempi?
“Prendiamo il caso delle subordinate causali che seguono la reggente introdotte da perché. Se le guardiamo dal punto di vista sintattico, possiamo osservare che esse possono combinarsi con tutti i segni di punteggiatura (virgola, punto e virgola, due punti, punto fermo) o essere prive di interpunzione. Quale sia la scelta giusta, lo si può dire solo alla luce del contesto in cui appaiono. Prendiamo il caso della domanda Perché non hai invitato Marco? e della risposta Non l’ho invitato perché in questo periodo è in Sudamerica. Qui di sicuro i segni d’interpunzione forti non sono accettati, ed è poco raccomandata anche la virgola: in un caso come questo, la soluzione più adeguata è quella senza punteggiatura, in quanto la reggente non ha autonomia informativa, è presupposta dalla domanda stessa. Il discorso è diverso nel caso del seguente scambio: Dov’è Marco? Dovrebbe essere in Sudamerica, perché non risponde al telefono da giorni. In questa sequenza un segno di punteggiatura ci vuole, in quanto la reggente risponde autonomamente alla domanda, e la subordinata aggiunge in un secondo momento la giustificazione dell’ipotesi relativa a Marco. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma la conclusione è sempre la stessa: la punteggiatura non è una questione di sintassi, è una questione di comunicazione testuale”.

Esistono centri dove vengono studiati gli usi e i cambiamenti dell’interpunzione?
“Uno dei centri di studio della punteggiatura italiana è l’Università di Basilea, dove lavoro. Tre anni fa abbiamo ricevuto un sussidio del Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica destinato appunto allo studio teorico e descrittivo del sistema interpuntivo italiano odierno; a partire dall’anno prossimo volgeremo il nostro sguardo all’indietro per capire la sua evoluzione dal Cinquecento a oggi”.

E all’estero?
“Un altro paese in cui, sotto la guida di Nina Catach, la punteggiatura è stata studiata sin dagli anni Ottanta del Novecento è senz’altro la Francia. Per quanto riguarda gli altri paesi non so: ci sono lavori interessanti, ma non mi paiono legati a un centro di studi. Certo è che, rimanendo a un livello descrittivo (non teorico), da una quindicina di anni a questa parte i volumi sulla punteggiatura stanno riscuotendo un grande successo in tutto il mondo: penso – ma ce ne sono altri – al bestseller in inglese di Lynne Truss intitolato Eats, Shoots & Leaves: The Zero Tolerance Approach to Punctuation (2003) e tradotto in diverse lingue. Per quanto riguarda non tanto lo studio dell’interpunzione ma la registrazione dei suoi cambiamenti, va detto che le lingue che, come il tedesco o il francese, possiedono grammatiche regolarmente aggiornate (rispettivamente il Duden e il Grevisse) presentano via via anche modifiche delle regole interpuntive. Rappresentativa a questo riguardo è la riforma dell’ortografia e della punteggiatura tedesca degli anni Novanta del secolo scorso, che ha eliminato una manciata di eccezioni relative all’impiego della virgola. Di notevole, questa volta in area francofona, c’è anche la costituzione – non so con quanto successo – di un comitato per la salvaguardia del punto e virgola (Comité de défense du point-virgule)”.   

Per concludere, se qualche lettore volesse approfondire l’argomento, oltre alla vostra raccolta di studi, cosa ci può consigliare?
“Mi permetto anzitutto di annunciare l’uscita di un nostro libro collettivo che passa in rassegna tutti i segni di punteggiatura proponendone una definizione comunicativa e una ricca esemplificazione. Si tratta di: Angela Ferrari/Letizia Lala/Fiammetta Longo/Filippo Pecorari/Benedetta Rosi/Roska Stojmenova Weber, La punteggiatura italiana contemporanea. Un’analisi comunicativo-testuale (Roma, Carocci, primavera 2018). Come prima introduzione alla punteggiatura italiana, tengo a menzionare il Prontuario di punteggiatura di Bice Mortara Garavelli (Roma-Bari, Laterza, 2003) e Questo è il punto, Istruzioni per l’uso della punteggiatura di Francesca Serafini (Roma-Bari, Laterza, 2012)”.

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