In occasione della pubblicazione del "Rapporto sulla situazione sociale del Paese" del Censis, giunto alla 53esima edizione, su ilLibraio.it il commento del direttore generale Massimilano Valerii, in libreria con il saggio "La notte di un’epoca", e secondo cui "quei sei italiani su dieci che oggi non leggono libri ‒ ma che mediamente sono molto più istruiti dei non lettori di ieri ‒ hanno davanti a loro una grande opportunità..." - L'analisi

Il Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis, giunto alla 53ª edizione e diffuso oggi, scatta anno dopo anno la fotografia degli italiani. Le analisi su come ci si informa nel nostro Paese e sulla lettura confermano tendenze ormai consolidate negli anni recenti, dopo la grande trasformazione delle diete mediatiche degli italiani. Il numero di copie vendute dai giornali è in picchiata.

Le televisioni – è bene dirlo al plurale – hanno sempre un grandissimo appeal, soprattutto se si tiene conto della pluralità di supporti e piattaforme digitali attraverso cui vengono trasmessi i programmi. La radio è ancora largamente apprezzata, resa liquida dai podcast online sempre più diffusi e accessibili senza vincoli temporali. E i social network restano i campioni imbattuti della comunicazione personale e della disintermediazione digitale (Facebook leader ma stabile, Instagram vertiginosamente su, Twitter elitario e ondivago). La rivoluzione digitale, con la diffusione pervasiva di internet e delle sue innumerevoli applicazioni, ha prodotto profondi cambiamenti non solo nelle nostre abitudini quotidiane e nei più disparati comportamenti individuali e collettivi, ma anche nel campo della cultura, in ragione dell’uso ormai comune delle nuove tecnologie anche per la produzione e la trasmissione del sapere.

Il numero di lettori di libri invece è stabilmente basso. Solo il 40,6% della popolazione di 6 anni e oltre ha letto almeno un libro nel corso dell’ultimo anno (esclusi quelli per motivi scolastici o professionali). I lettori sono diminuiti rispetto al 44,0% di dieci anni fa. E non può essere di conforto il fatto che la percentuale di “lettori forti” (che hanno letto almeno 12 libri l’anno, uno al mese) si attesta al 14,3%. Mentre i lettori di e-book non compensano il calo: sono solo l’8,4% e nella gran parte dei casi coincidono con i lettori di libri cartacei.

Così, in Italia la quota di non lettori (che non hanno aperto neanche un libro in un anno) è pari complessivamente al 59,4% della popolazione: sono più maschi (65,3%) che femmine (53,8%), più di un quarto anche tra i laureati (26,5%), più della metà dei diplomati (53,3%), e la percentuale è elevatissima tra i residenti del Sud (73,3%) rispetto a quelli del Nord-Ovest (50,6%).

Per concludere il quadro, bisogna sottolineare che negli ultimi dieci anni si è allargata la forbice generazionale: mentre ci sono più lettori tra le persone più avanti con l’età, in particolare tra gli ultrasessantenni (+11,8% tra i 60-64enni nel periodo 2008-2018 e +12,9% tra i 65-74enni), tra i giovani la dinamica è di segno opposto (-7,9% tra i 20-24enni e -22,5% tra i 25-34enni).

Ciò avviene non solo per un effetto demografico (i giovani sono sempre di meno). In realtà, si registra un fenomeno davvero anomalo nel fatto che dall’inizio del secondo decennio degli anni 2000 nel nostro Paese i tassi di scolarizzazione (crescenti nel tempo) e la propensione alla lettura di libri (declinante) stanno ormai seguendo traiettorie divergenti: l’esatto contrario di quanto era lecito attendersi, cioè un rapporto di proporzionalità diretta tra le due grandezze. L’innalzamento dei livelli di istruzione della popolazione e il tasso di lettura dei libri percorrono strade divergenti e testimoniano l’inceppamento di un presunto automatismo. Alla progressiva crescita dei livelli di scolarizzazione della popolazione ha corrisposto una flessione dell’abitudine alla lettura dei libri.

Certo, di strada ne abbiamo ancora da fare. In Italia abbiamo un tasso di laureati che, sebbene crescente nel tempo (+4,5% nell’ultimo decennio), è fermo al 17,1% della popolazione in età attiva (25-64 anni), molto meno della media europea (28,5%), per non parlare dei valori di Paesi come Francia (32,7%), Svezia (36,9%), Regno Unito (38,5%).

Intanto gli italiani utenti di internet aumentano anno dopo anno e nel 2018 sono arrivati al 77% della popolazione di 16-74 anni. Sempre meno che negli altri Paesi europei, dove si raggiunge una incidenza del 96% in Danimarca e Lussemburgo, e ci si attesta al 95% nel Regno Unito, nei Paesi Bassi e in Finlandia, al 93% in Germania e Svezia

Ma è impressionante il grande balzo in avanti della spesa delle famiglie italiane per acquistare device tecnologici. Tra il 2007 (l’ultimo anno prima dell’inizio della crisi) e il 2018, mentre i consumi complessivi sono ancora sotto di 2 punti percentuali rispetto ai valori pre-crisi, la spesa per smartphone è quadruplicata (+298,9% in termini reali, al netto dell’inflazione), quella per computer e audiovisivi segna un +64,7%, mentre la voce “giornali e libri” nel decennio si è ridimensionata del 37,8%.

Eppure, il settore dell’editoria è sempre molto vivace: nel 2018 sono censiti 1.564 editori attivi (poco più di 200 sono i “grandi”, cioè quelli che hanno pubblicato più di 50 opere nell’anno: coprono circa il 90% della tiratura complessiva), 75.758 sono i titoli mandati in libreria, 168 milioni le copie stampate (quasi 3 a testa per ogni cittadino italiano), con una tiratura media di 2.217 copie per titolo. Negli ultimi vent’anni i titoli pubblicati sono aumentati di un terzo, mentre la tiratura si è ridotta di quasi la metà: si cerca di attrarre lettori, insomma, con tante novità editoriali.

Sono cose troppo importanti per lasciarle a un dibattito polarizzato tra apocalittici e integrati. Sul campo si scontrano gli apologeti di internet opposti ai detrattori del web, con i primi che enfatizzano l’intelligenza collettiva che si sviluppa grazie alla rete, contro i secondi, per i quali Google ci rendi stupidi, Facebook distrugge la nostra privacy, Twitter frantuma la capacità di attenzione ed esclude qualsiasi possibilità di approfondimento. Con i tecno-entusiasti che elogiano la mole di contenuti che le nuove tecnologie digitali mettono in circolazione, considerandolo un segno della democratizzazione della cultura, e gli scettici che invece criticano il web condannando la superficialità dei suoi contenuti e mettono in guardia dalle preoccupanti avvisaglie di una spirale regressiva.

È vero che i nostri tempi sono sempre più all’insegna della polarizzazione: pro o contro, bianco o nero, secondo quegli schemi binari che sono la cifra distintiva del linguaggio digitale (i like sui social network non sono, in fondo, proprio la massima semplificazione dell’adesione o meno all’espressione altrui, senza spazio di articolazione del giudizio?). Allora mettiamola così: quei sei italiani su dieci che oggi non leggono libri ‒ ma che mediamente sono molto più istruiti dei non lettori di ieri ‒ hanno davanti a loro una grande opportunità: la possibilità di conoscere le mille storie contenute nei libri che non hanno mai letto e di ritrovarsi nei sogni, nei desideri, nei ricordi, in quei conflitti, con tutto il dolore, le gioie e gli amori che i libri racchiudono nelle loro pagine. Vince un milione di dollari chi saprà avvicinarli a questi mondi infiniti e alla lettura.

Massimiliano Valerii

L’AUTORE E IL LIBRO – Massimilano Valerii è direttore generale del Censis. Dopo gli studi in Filosofia a Roma, si è dedicato alla ricerca sociale, economica e territoriale. Al Censis è stato anche responsabile della comunicazione. È il curatore dell’annuale Rapporto sulla situazione sociale del Paese, considerato uno dei più qualificati e completi strumenti di interpretazione della realtà socio-economica italiana. Da qui è emersa la definizione di “società del rancore”, diventata una chiave di lettura ripresa da tutti i mezzi di informazione e penetrata nel dibattito pubblico. Valerii è in libreria per Ponte alle Grazie con La notte di un’epoca (Ponte alle Grazie).

Come si legge nel saggio, la lunga e profonda crisi ci ha lasciato una pesante eredità. Si è rotto il tacito patto che aveva guidato lo sviluppo per oltre mezzo secolo. L’ascensore sociale si è inceppato: scende, ma non sale. L’autore ricostruisce questo scenario facendo parlare i dati. E racconta la frammentazione dell’immaginario collettivo e i nuovi miti d’oggi, volatili e fragili. Perché abbiamo vissuto anche il naufragio delle grandi narrazioni post-ideologiche egemoni negli ultimi trent’anni, entro le quali avevamo costruito la nostra identità e radicato il nostro benessere: l’Idea di una nuova patria in una Europa unita senza più frontiere, i benefici per tutti portati dalla globalizzazione, il potere taumaturgico della rivoluzione digitale come leva universale per diffondere conoscenza e democrazia ai quattro angoli del pianeta. La società del rancore che si è risvegliata l’indomani, con questi sogni andati in pezzi, spaesata, inquieta e impaurita, imprigionata nel limbo della crescita da «zero virgola», si è immersa in una nuova antropologia dell’insicurezza. Ora ci sporgiamo sulla frattura della storia. Come affrontare il futuro? Come rimettere in moto i desideri e la speranza di quei diavoli sognanti che noi tutti siamo diventati? La filosofia può accompagnarci per mano nel travaglio del salto d’epoca. Per non accontentarci del cattivo presente. Per scansare il frutto avvelenato del rancore e non cadere nella trappola della nostalgia. Per continuare a sognare a occhi aperti.

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