Di cosa parliamo quando cantiamo d'amore? Se lo chiede Giulia Cavaliere, critica musicale (tra le poche, in un ambiente a prevalenza maschile) in libreria con "Romantic Italia" - Su ilLibraio.it due estratti, dedicati a "Lasciarsi Un Giorno a Roma" di Niccolò Fabi e ad "Ancora tu" di Lucio Battisti

Di cosa parliamo quando cantiamo d’amore? Se lo chiede Giulia Cavaliere, critica musicale (tra le poche, in un ambiente a prevalenza maschile) che da tempo dedica particolare attenzione alla canzone italiana, ora in libreria per minimum fax con Romantic Italia, racconto di una selezione di brani nostrani di ieri e di oggi che esplorano, in modi diversi e originali, le molteplici forme del sentimento amoroso. Quello compiuto dall’autrice è infatti un viaggio musicale dentro il costume e la storia italiani che comincia negli anni Cinquanta di Nel blu dipinto di blu e arriva sino al presente.

Protagonista del libro, dunque, è la cosiddetta musica leggera, spesso ignorata dalla critica musicale. Gli artisti citati sono tra i più illustri della nostra tradizione – ricordiamo almeno Mina, Tenco, De André, Paoli, Battisti, Baglioni, Rettore, Fossati, Ruggeri – e sono rappresentati con brani notissimi che subito risuonano dentro il lettore o con perle tutte da scoprire. Allo stesso modo, si dà il giusto spazio ad autori come Piero Ciampi e Sergio Endrigo, che hanno scritto meravigliose canzoni d’amore ma non hanno raccolto tutto il successo che meritavano.

romantic italia giulia cavaliere

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo due capitoli:

LASCIARSI UN GIORNO A ROMA
NICCOLÒ FABI
(1998)

Nel 1998 Niccolò Fabi si presenta al Festival di Sanremo con «Lasciarsi un giorno a Roma», una canzone straordinaria che affronta il tema della differenza tra amore e attaccamento. Non è un tema facile ma il giovane cantautore, che si era già fatto conoscere l’anno prima tra le nuove proposte con «Capelli», coadiuvato qui nella scrittura del testo da Cecilia Dazzi e da Riccardo Sinigallia, offre al pubblico una delle migliori prove d’autore della cosiddetta «seconda scuola romana». Di quella scuola Fabi, insieme a Daniele Silvestri, Max Gazzè e appunto Riccardo Sinigallia, fa parte negli anni Novanta. Il gruppo di artisti gravita intorno al Locale di vicolo del Fico, centro nevralgico della Roma musicale e notturna del decennio; il Locale, poi chiuso alle porte del nuovo millennio, ha contribuito a creare una nuova classe di cantautori, rappresentando per la nuova generazione, con tutte le diversità storiche del caso, ciò che negli anni Settanta era stato il Folkstudio per artisti come Venditti, De Gregori, Bassignano, Lo Cascio.
«Lasciarsi un giorno a Roma» racconta di un amore finito che una delle due parti (la ragazza) non vuole lasciare andare, ed è dunque la storia di una fine che non arriva mai. È un brano arrabbiato e desolato, dove la voce narrante cerca di scuotere l’interlocutrice, utilizzando il proprio sfinimento come arma per aiutarla ad andare avanti, stimolandola a chiudere definitivamente la relazione.
Già con il titolo Fabi mostra di voler affrontare una storia quotidiana, comune, che insomma potrebbe capitare a ognuno di noi, e introduce in canzone il racconto di un preciso momento dell’amore di solito assente nelle love song. La sua prospettiva è profonda, e così il suo discorso all’ex, che costituisce, da solo, l’intero testo, tutto in seconda persona.
I passaggi «ricordati che c’è / differenza tra l’amore e il pianto» e «c’è soltanto un modo per riprendersi: / lasciarsi un giorno e poi dimenticarsi» sono il nucleo centrale del pezzo che in tutta la narrazione utilizza immagini molto efficaci e linguisticamente non convenzionali, in linea con la scrittura di Fabi e Sinigallia, entrambi in apertura di una carriera da autori che dell’introspezione e di una rara cura del linguaggio dell’intimo faranno una cifra stilistica. Versi come «camminare nella pioggia ti fa sentire più importante / perché stare male è più nobile per te» e

qual è il grado di dolore che riesci a sopportare
prima di fermare l’esecuzione
e chiedere soccorso a me che non ti do
un motivo ancora per restare
nella storia di una storia che non c’è?

descrivono l’incapacità di smettere di indugiare nella sofferenza per fare spazio a una chiusura decisiva, l’incapacità di accettare il dolore necessario della separazione per lasciarsi davvero e proseguire sulla propria via.
Raramente la canzone italiana contemporanea ha saputo descrivere meglio la fine, qui ci riesce grazie anche a una musica che rafforza, cresce, sale di tono, sposa con grande attenzione un testo che rifugge rime e scelte canoniche, andando oltre la pura rappresentazione del dolore dell’abbandono e soffermandosi sulle differenze tra la fine dell’amore e la fine di una storia d’amore.

ANCORA TU
LUCIO BATTISTI
(1976)

Nel 1974, dopo aver registrato e dato alle stampe Anima Latina, Battisti parte per la California, poi per l’Australia e la Nuova Zelanda dove, come testimonierà qualche anno dopo il testo di «Una giornata uggiosa», Mogol voleva persino trasferirsi. Lucio Battisti, invece, è soprattutto affascinato dai suoni della disco e del funky, cioè da quei fenomeni che, in esplosione negli Stati Uniti, cominciano a diffondersi anche in Europa e da noi in Italia. L’artista ha un approccio insieme concretissimo e sperimentale all’esplorazione musicale ed è incuriosito in particolare dalla possibilità di creare un incrocio tra discomusic e suoni elettronici del momento da una parte e canzone italiana dall’altra.
Concepita proprio in Usa, con il titolo originario «San Diego Freeway», «Ancora tu» può essere a pieno titolo considerata parte di questa sperimentazione nonché, senza alcun dubbio, una delle più grandi canzoni composte dalla coppia Mogol-Battisti; anzi, ancora di più, è uno dei brani italiani in assoluto più interessanti e ricchi, un vero e proprio modello di patrimonio musicale nazionale conosciuto, ancora oggi, in tutto il mondo.
Chiunque pronunci la domanda «ancora tu?» può star certo che qualcuno nei paraggi sarà pronto a rispondere «ma non dovevamo vederci più?», citando i versi più noti della canzone, il terzo e il quarto in apertura del brano, introdotto da una chitarra funky indimenticabile, suonata da un sempre eccellente Ivan Graziani.
Divisa tra ballabilità disco e orecchiabilità da melodia italiana che più pop non si può, con il battito cardiaco scandito dal basso docile e dalla batteria, «Ancora tu» è la messa in scena di un dialogo e adotta così lo stesso procedimento che Mogol aveva usato in altri brani, come «Le tre verità», «Gente per bene e gente per male», «Sognando e risognando» e «Le allettanti promesse». Il dialogo in questo testo è però «univoco», conosciamo infatti solo la voce dell’io narrante, proprio come accadeva in quella che è forse la miglior canzone-dialogo di sempre, l’archetipo mogoliano di questo modo di strutturare il testo: «E penso a te».
La storia di «Ancora tu» è chiara: un uomo e una donna che si sono lasciati si incontrano dopo essersi ripromessi di non vedersi più. La conversazione appare muoversi in un’alternanza di freddezza, reticenza, calore e dolcezza che ritroviamo espressi dai toni del cantato finissimo di Battisti – capace di suggerirci un mix tra orgoglio, resistenza e una passione mai spenta che finalmente, nell’incontro, può manifestarsi di nuovo in tutta la sua forza.
Se dunque da un lato quelle che apprendiamo dalla voce narrante sono affermazioni, risposte e domande di rito:

E come stai? Domanda inutile
stai come me e ci scappa da ridere.
[…]
Che bella sei sembri più giovane
o forse sei solo più simpatica.
[…]
Oh, io lo so cosa tu vuoi sapere…
Nessuna, no, ho solo ripreso a fumare.

dall’altro, a partire dall’apertura su «Amore mio, hai già mangiato o no?» e nel cantato commovente, siamo immediatamente trasportati dentro un gioco amoroso ancora vivo, e subito pronto a marcare l’incontro: «Ho fame anch’io e non soltanto di te». Tutto questo viene sottolineato anche dall’inciso, che esprime la convinzione finale da parte della voce narrante di tornare dall’ex, in un tumulto generale di disperazione, desiderio e slancio:

Disperazione e gioia mia
sarò ancora tuo
sperando che non sia follia
…ma sia quel che sia:
abbracciami amore mio
abbracciami amor mio
che adesso lo voglio anch’io!

«Ancora tu» resta al primo posto in classifica per tre mesi e diventa il 45 giri più venduto del 1976. È anche il brano che apre il disco La batteria, il contrabbasso, eccetera e che lo chiude, grazie a una versione acustica, reprise del pezzo d’apertura. Costituisce dunque per quell’album uno speciale manifesto pop, «fisiologicamente» per tutti, grazie all’eccezionale forza della descrizione di un istante che riguarda ogni amore e che raggiunge la più assoluta, magica universalità.

(continua in libreria…)

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