Haifaa Al Mansour, nata in Arabia Saudita nel 1974, è la prima regista donna del suo paese. Su ilLibraio.it un capitolo dal suo primo libro, "La bicicletta verde", ispirato al film omonimo, che nel 2013 ha ricevuto la nomination all’Oscar come miglior opera straniera

Haifaa Al Mansour è nata in Arabia Saudita nel 1974. E’ la prima regista donna del suo paese. Cresciuta in una famiglia liberale, nei suoi cortometraggi e documentari tratta di tolleranza, religione e della questione femminile nel mondo arabo. Il suo primo film, La bicicletta verde, nel 2013 ha ricevuto la nomination all’Oscar come miglior film straniero e ha ispirato un romanzo, ora pubblicato in Italia da Mondadori.

Esuberante e indipendente, la protagonista de La bicicletta verde – Su due ruote verso la libertà, Wadjda, ha un desiderio: avere una bicicletta per poter correre e gareggiare con il suo amico Abdullah. Ma Wadjda vive a Riad, e in Arabia Saudita è considerato non appropriato che una ragazza giochi con un maschio. Figuriamoci andare in bicicletta! Quando però Wadjda adocchia la bici dei suoi sogni, decide che deve essere sua a tutti i costi. Così comincia a racimolare i soldi che le servono vendendo braccialetti e compilation di musica occidentale alle sue compagne di scuola. Ma anche questo è proibito e, colta in flagrante, dovrà pensare a un altro stratagemma per evitare l’espulsione ed esaudire il suo desiderio di libertà…

Su ilLibraio.it un capitolo, pubblicato per gentile concessione dell’editore:

Wadjda non pensava al suo ingresso in paradiso. Glielo si leggeva in faccia. Né di fatto lo cantava. Si limitava a muovere la bocca seguendo il testo, con il corpo che ondeggiava al ritmo del canto melodico delle altre ragazze della sua classe. Anche se ometteva le parole, i suoi luminosi occhi marroni vagavano instancabili per l’auditorium della scuola, come se stessero cercando di individuare qualcosa di più interessante. Wadjda indossava la stessa uniforme grigia, monotona e stropicciata delle altre della sua classe, ma in qualche modo spiccava in quel mare di ragazze, con i loro capelli dritti e perfettamente pettinati, i vestiti stiratissimi e la postura che rivelava sicurezza di sé. I lunghi capelli che le circondavano il viso si arricciavano morbidi, facendola sembrare sciatta, perfino monella. Se qualcuno l’avesse vista adesso, stravaccata al centro dell’ultima fila, avrebbe fatto presto a definirla un po’ stramba. «È ora di combattere, è l’unica possibilità» intonò Salma, accanto a lei. La voce si era levata con entusiasmo. «La guerra infuria.» Sembrava cantassero sempre del loro dovere di essere ragazze virtuose e di combattere infedeli lontani, o chiunque non fosse musulmano. Da credente, era la cosa più importante e bella che si potesse fare; meglio che andare alla Mecca, in pellegrinaggio; meglio della zakat, che è quando dài soldi ai poveri; anche meglio del liberare uno schiavo. Era il modo più sicuro per conquistare il posto più in alto in paradiso. Ma non rendeva il cantare un briciolo più interessante. Sospirando, Wadjda lasciò che il suo sguardo continuasse a vagare. Uno dopo l’altro lesse i manifesti attaccati qua e là sulle pareti dell’auditorium vuoto. Durante la preghiera del Dhuhr quel luogo veniva trasformato in una moschea tutta al femminile: ogni manifesto aveva scritte sopra le frasi del Corano, o i detti più noti del Profeta che riguardano le donne. Quello che aveva più vicino diceva: Mia amica sorella musulmana, guardati dai lupi umani: gli uomini. Proteggi il tuo onore da coloro che ti uccideranno. Wadjda sorrise, cercando di immaginare il suo amico Abdullah come un lupo. Be’, pensò, ha i capelli neri, tipo i peli di un lupo. Ma non ha nulla di feroce. Somiglia di più a un criceto! A Wadjda venne da ridere, ma nascose la risata sotto il crescendo del brano. Era rimasta indietro di qualche strofa, e Salma le stava lanciando un’occhiataccia. Guardandosi intorno con aria colpevole, Wadjda cercò di andarle dietro. Cantavano accompagnate da una voce maschile registrata su una cassetta che l’insegnante aveva messo perché le alunne la seguissero nelle prove. Ma per quanto Wadjda si sforzasse, il massimo che veniva fuori dalla sua bocca era un mormorio. Anche se avesse usato un tono di voce più forte, si disse, non sarebbe arrivata oltre la prima fila, dove svettavano tre ragazze che cantavano con tutta l’anima, il petto in fuori e il mento sollevato. Avevano di gran lunga le voci migliori, e le facevano stare sempre davanti, a differenza di quelle della fila di Wadjda, tenute sulle retrovie per valide ragioni. Yasmeen raggiunse una tonalità particolarmente acuta e Wadjda sussultò, trattenendosi dal tapparsi le orecchie con le dita. Era decisamente meglio avere una brutta voce bassa che una brutta voce forte. Arrivate a questo punto della sessione di prove, erano tutte stanche e irrequiete. Probabilmente ognuna pensava all’ora del pranzo e a come mettersi in coda il prima possibile in mensa per prendere un panino con i falafel. Ce n’erano pochi ed andavano sempre esauriti. La lotta per arraffarne uno prima della campanella era forse la cosa più simile a una vera battaglia che le compagne di classe di Wadjda avessero mai sperimentato. «Ragazze! Restate ai vostri posti!» urlò la professoressa Noof. Sbuffando, lanciò un’occhiata alle tre file di undicenni sul palco di legno messo su alla buona. La figura corpulenta dell’insegnante era tutt’altro che persa nella sua gonna enorme e nella camicia lunga e dritta. Era quel genere di abbigliamento che Wadjda vedeva pubblicizzato sulla Trentesima Strada ad Al-Olaja, il cuore commerciale di Riad. Le piaceva osservare i venditori yemeniti che contrattavano con i loro clienti, più che altro insegnanti dall’aria insignificante come la Noof. Anche se tutte le donne saudite in pubblico portavano in pratica la stessa uniforme – un velo che avvolgeva la testa e un niqab, una specie di maschera, o una shayla, un grande panno nero a coprire il viso – sotto amavano indossare le fantasie più bizzarre e vivaci possibili. Per esperienza di tutti i matrimoni ed eventi sociali in cui Wadjda aveva incontrato le sue insegnanti – certe volte Riad più che una città in espansione sembrava un paesino – sapeva che la professoressa Noof amava le stampe animalier. A Wadjda piaceva credere che, se la scuola lo avesse permesso, la prof avrebbe indossato una camicia leopardata e scarpe con il tacco coordinate. Al richiamo dell’insegnante, le alunne scattarono sull’attenti. In piedi, tutte con scarpe di pelle nera liscia, allineate in file perfette sul palco. Il largo striscione che incombeva su di loro faceva sentire Wadjda veramente piccola. C’era scritto: “Benvenuti alla Quarta scuola femminile di Riad Est”. Di fatto una bugia. La loro non era la quarta scuola nella parte est della città. Ma mentre tutte le scuole maschili avevano il nome di famosi guerrieri o eruditi musulmani, alle scuole femminili affibbiavano numeri a caso. Wadjda storse le labbra e sospirò. È solo un’altra delle cose che le ragazze di Riad imparano quotidianamente, pensò. Da quando era iniziata la scuola, le era stato detto che la modestia e il silenzio, una vita in cui nessuno sapeva nulla di lei o parlava di lei – mai e poi mai – erano le virtù più grandi che poteva sperare di ottenere…

(continua in libreria…)

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