I libri che raccontano la Russia sono tantissimi. Su ilLibraio.it proponiamo una selezione di titoli che, da punti di vista diversi, provano a indagare l'anima russa: si va dal "Diario russo" di John Steinbeck (accompagnato da Robert Capa) a "La grande Russia portatile" di Paolo Nori, passando per "Tutto è vero, niente è possibile" di Peter Pomerantsev, "La santa Tenebra" di Levan Berdzenišvili e "L’olimpo di Putin" del giornalista Valerij Panjuškin - L'approfondimento

Di cosa parliamo quando parliamo di Russia? La risposta, probabilmente, è la stessa valida per l’amore: non lo sappiamo, perché, prima di tutto, non sappiamo cosa sia l’oggetto del nostro discorso, non riusciamo a darne una definizione soddisfacente. È un insieme di confini? Una cultura? Una storia-con-la-esse-maiuscola? Uno stato dell’animo umano? Forse è tutte queste cose insieme e molte altre ancora.

Raccontare la Russia, allora, è raccontare il tentativo, umano e personale, di svelare cosa nasconde il suo velo di Maya, ma nessun autore, dalla sua posizione, riesce a vederne il tutto. Chi si trova al centro prova a delimitarne i contorni, e chi la attraversa soltanto fatica ad arrivare al senso profondo di quello che osserva.

Dispacci dall’Unione Sovietica

È ironico che uno dei ritratti più sinceri (e per questo un po’ naïf) del popolo russo, venga niente meno che da un americano e, per di più, che sia stato scritto all’indomani della Seconda guerra mondiale. L’autore, infatti, è John Steinbeck, che nel 1948, in piena Guerra Fredda, si appresta a vedere con i propri occhi il grande nemico rosso degli Stati Uniti.

Steinbeck parte per l’Unione Sovietica con un amico fotografo, Robert Capa, e quello che ne esce è Diario Russo (traduzione di Giorgio Monicelli), un reportage narrativo e fotografico ripubblicato l’anno scorso da Bompiani. Steinbeck non si nasconde dietro le differenze culturali e linguistiche, non sarebbe da lui, e affronta il viaggio con mente aperta e una benevola curiosità.

In ogni nuova pagina lo troviamo pronto a sottolineare le somiglianze tra americani e comunisti, e a sorridere senza scherno di quelle stramberie che proprio non capisce. Il viaggio di Steinbeck e Capa non è particolarmente lungo, ma è il tempo a risultare dilatato dalle impressioni e dallo stupore della scoperta.

Diario russo, Steinbeck, Bompiani

Steinbeck racconta la rigida burocrazia sovietica che cerca di ingabbiarli in un dedalo di permessi (e da cui, con un misto di furbizia e fortuna, riescono a districarsi), la cupa atmosfera di una Mosca e di una Leningrado che ancora si stanno riprendendo dal conflitto appena concluso, e poi le campagne ucraine, in cui le contadine sono bendisposte verso gli stranieri e si mettono a posto il fazzoletto in testa e la camicetta “come fanno le donne di tutto il mondo prima di essere fotografate”.

Per il lettore di oggi, l’aspetto più interessante è l’immagine – sospesa nel tempo eppure nitidissima – della società sovietica e poi, da considerarsi quasi una bonus track, le incursioni di Capa nel testo. Robert Capa: un compagno di viaggio tanto allegro quanto ostico, che la mattina non riesce a svegliarsi e, come se non bastasse, monopolizza il bagno per ore, e che al primo contrattempo si preoccupa soltanto di come stiano le sue macchine fotografiche.

Lo stupore della lingua

Viaggiatore del presente, e con una storia completamente diversa, è invece Paolo Nori, che ha pubblicato per Salani ad agosto 2018 La grande Russia portatile, un pastiche di storie e ricordi delle sue esperienze in Russia. Nori, come tanti altri, prima di amare il Paese ha amato i suoi autori (e in un’intervista rilasciata recentemente a ilLibraio.it, infatti, ha confessato: “È molto più facile dimenticare il numero del telefono del primo amore, che la prima lettura della Sonata a Kreutzer”).

Se le motivazioni che portano lo scrittore e traduttore emiliano a vivere e dunque tornare ciclicamente in Russia, soprattutto a San Pietroburgo e Mosca, sono differenti da quelle di Steinbeck, è invece simile la meraviglia che suscita in lui l’incontro con l’anima russa.

Quella di Nori sembra soprattutto una ricerca del cuore, un percorso che comincia camminando con devozione sulle orme degli scrittori e dei loro personaggi fittizi e si apre nell’incontro con luoghi prima solo immaginati e persone che sembrano incarnare alla perfezione le sembianze di eroi ottocenteschi. Uomini e donne chiusi a fumare in piccole cucine, abbandonati ubriachi fradici sulle spalle dell’autore, chini a leggere libri e romanzi in metropolitana eppure pronti a sostenere politiche tutt’altro che cechoviane alle prossime elezioni.

La grande russia portatile, Paolo nori

Nori svela le proprie personali impressioni sulla Russia, la sua società, e la sua narrativa, per riflettere, in ultima istanza, sulla linguaScrive dunque, riferendosi alle differenze tra l’italiano scritto, così artefatto rispetto a quello parlato, e il russo: “A noi sembra naturalissimo che dentro nei libri ci siano scritte delle cose diverse da quelle che sono dette per strada, e invece non è naturale per niente”. Ed è proprio questa, allora, l’incredibile potenza della lingua russa e, di conseguenza, della sua gente: la naturalezza, la semplicità di espressioni e parole che, essendo nate prima parlate e poi scritte, sono ancora in grado di esprimere pienamente lo spirito del popolo che rappresentano.

Mosca Babilonia

Arrivando dalle narrazioni ironiche e sentimentali di Steinbeck e Nori, è vertiginoso affacciarsi sui testi di autori che, invece, la Russia la conoscono nelle sue viscere. È il caso, per esempio, di Tutto è vero, niente è possibile di Peter Pomerantsev (Minimum Fax, 2018, traduzione di Fabrizio Coppola), autore di origini russe cresciuto in Europa.

Il suo sguardo è privilegiato, perché si muove direttamente dall’interno del sistema. Pomerantsev arriva a Mosca per lavorare per un network televisivo filogovernativo (e tutto, in Russia, si scopre leggendolo, è filogovernativo) che si nutre di un immaginario ultraoccidentale portandolo alle sue estreme conseguenze.

Straniante e affascinante come il peggior reality show, il libro di Pomerantsev si suddivide in capitoli dedicati ciascuno a una diversa realtà che l’autore ha incontrato. Si apre, per rendere l’idea, con il racconto di una “scuola per mogli”, in cui fanciulle desiderose di fare un buon matrimonio (mai d’amore, sempre di soldi) vengono istruite su come accalappiarsi – e tenersi – i partiti migliori.

Minimum Fax, Peter Pomerantsev

Incontriamo giovanissime prostitute, arrivate nella capitale dalla campagna per trovare un ricco che le mantenga a vita, gangster che si sono dati al cinema e alla politica e politici che tentano di imitare i gangster, malviventi pagati dagli speculatori edilizi per dare alle fiamme i vecchi palazzi moscoviti.

Quella raccontata da Pomerantsev è una società barocca, ridondante, eccessiva sotto ogni aspetto, letteralmente presa d’assalto dai cambiamenti che si sono succeduti dalla fine dello stalinismo: “La palla da demolizione”, scrive l’autore “scandisce il tempo della città, un metronomo che oscilla a ogni angolo. Mosca cambia così in fretta che perdi il senso della realtà”. La frenetica Russia di Pomerantsev, come anticipa il titolo del libro, si fonda su una menzogna di fondo, che si trasforma però in zattera su cui costruire, di volta in volta, una nuova realtà per farsi traghettare fino alla zattera successiva.

Dalla Rublëvka al Gulag

Da questo punto di vista, può essere interessante accostare a Niente è vero, tutto è possibile, un’altra uscita che, per i tempi dell’editoria, frenetici come quelli dell’urbanistica moscovita, è ormai “vecchia”: L’olimpo di Putin, del giornalista Valerij Panjuškin (e/o, 2014, traduzione di Claudia Zonghetti).

L’olimpo di Putin è un saggio che segue le vicende esistenziali della varia e multiforme (perché in continua trasformazione) umanità che vive alla Rublëvka, prestigioso sobborgo residenziale alle porte di Mosca, punto d’incontro del gotha della politica russa. Quanto scrive Panjuškin è, pur da una prospettiva diversa, molto simile a quello che racconta Pomerantsev: corruzione, maschilismo, gerarchie spietate e difficilmente scalabili, onnipresenza della politica in ogni aspetto della quotidianità.

Gulag, edizioni e/o, La santa tenebra

Sempre di casa e/o, ma uscito a ottobre 2018, è invece un libro difficilmente incasellabile in un genere: La santa Tenebra di Levan Berdzenišvili (traduzione di Francesco Peri). In questo caso si torna indietro di qualche decennio, alla fine degli anni Ottanta, per entrare in una narrazione molto specifica. Berdzenišvili, fondatore del Partito repubblicano della Georgia, sperimenta infatti per tre anni la prigionia del Gulag: un ambiente per forza di cose chiuso, i cui prigionieri politici rappresentano la vasta geografia dell’Unione Sovietica. Quella di Berdzenišvili è una sorta di Spoon River in cui, un capitolo dopo l’altro, si affacciano tutti i compagni dei suoi tre anni di prigionia: georgiani come lui, armeni, russi, ucraini, lettoni, tutte le facce di un impero prossimo a sgretolarsi (Berdzenišvili finisce di scontare la pena nel 1987).

La narrazione di Berdzenišvili diventa un ponte tra le contadine di Steinbeck e le tristi prostitute di Pomerantsev: la spiegazione – attraverso la vita in prigione di intellettuali e politici antisovietici – della costruzione di un sistema che è riuscito a durare, in un altra forma e con altri confini, anche dopo la sua dissoluzione.

Il velo di Maya, alla fine, resta ben saldo a nascondere quello che l’autore e il lettore ancora si affannano a cercare, ma forse ha concesso di sbirciare almeno qualche spiraglio di questo enorme e inspiegabile Paese. Tessere di un mosaico che la letteratura instancabilmente continua a comporre, per provare una volta ancora a rispondere a un’unica domanda: di cosa parliamo quando parliamo di Russia?

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