Margherita Giacobino, scrittrice, saggista e traduttrice, che si è molto occupata di gender studies e di letteratura e di cultura lesbica, ha dedicato il suo ultimo libro a Patricia Highsmith (nella foto). “Fin da piccola, leggere è stata per me un’attività che aveva a che fare con la trasgressione”, spiega su ilLibraio.it, e poi racconta quali sono le sue autrici ribelli preferite: da Violette Leduc a Flannery O’Connor, passando per Dorothy Allison, Margaret Atwood e...

 

Fin da piccola, leggere è stata per me un’attività che aveva a che fare con la trasgressione. Mi rendevo conto che nei libri che leggevo c’erano cose che contraddicevano, che addirittura mandavano in pezzi, le regole e i confini ristretti del mondo in cui vivevo. Non in tutti i libri, naturalmente, ma a saper ben guardare, in molti. Non era certo una riflessione originale: i tiranni e i fondamentalisti hanno sempre saputo quanti danni può fare un libro; la repubblica dell’immaginazione, come la chiama Azar Nafisi, è un paese libero e senza confini, e dunque pericoloso.

In seguito, nell’esplorazione di questo paese mi sono resa conto che mi interessava più che altro seguire sentieri forse meno praticati, ma che conducevano in luoghi per me di grande interesse: ed erano soprattutto certe scrittrici a segnare le vie. Scoprivo con stupore e meraviglia che, anche in epoche ancora non toccate dal femminismo, dalla rivoluzione sessuale e dai tanti movimenti degli anni della mia gioventù, epoche in cui le donne erano ancora obbligatoriamente inscatolate nei ruoli di moglie e madre, donna onesta o perduta, insomma tabernacolo dell’immaginario maschile – c’erano state scrittrici che pensavano e scrivevano cose del tutto diverse. Storie di libertà e trasgressione, vite ribelli, vissute al di fuori degli stretti margini della rispettabilità: che respiro, che boccata di aria fresca!

Violette Leduc

Ho incontrato i libri di Violette Leduc a diciassette anni. Le prime righe de La Bastarda ci trasportano di peso nell’intimità dell’autrice, nel bel mezzo delle sue sofferenze, contraddizioni, velleità e speranze. Senza padre e senza misura, legata alla madre da una passione eccessiva e dolorosa, bisessuale, spudorata, recidiva nello scegliersi amori impossibili, un po’ matta e inefficace in tutto tranne nella sua meticolosa, ardente dedizione alla scrittura: Violette Leduc ci racconta senza vergogna la sua vita irregolare, così lontana da quella di una donna perbene (per esempio da quella dell’idolatrata Simone de Beauvoir). Per lei il successo è arrivato tardi, a sessant’anni, e forse questo si spiega con il fatto che non è un’autrice facile. Ma neppure il tardivo riconoscimento del pubblico e della critica basta a mettere al sicuro il suo lavoro, sempre in bilico sull’orlo della dimenticanza in cui, forse, tende a precipitare  tutto ciò che è scomodo e difficilmente classificabile. Eppure non si può dire che il tema principale di Leduc, l’umana incompiutezza, non sia universale…

Anche la trasgressione è un’esperienza umana universale, ambivalente (si può trasgredire una norma giusta o iniqua, per egoismo o per amore della libertà, ecc…) e di solito molto più interessante del suo opposto, l’obbediente aderenza al dettato della legge e della società. Il mondo letterario non difetta certamente di scrittori irregolari, a cui molto è condonato, in tema di sessualità, di politica, addirittura di delitto. Con le donne, le cose sono andate, e forse vanno anche oggi, un po’ diversamente. I fatti sembrano dire: non si può andare controcorrente e pretendere di essere premiate…

Flannery O’Connor

Un altro incontro folgorante è stato quello con Flannery O’Connor, che qualcuno definisce una scrittrice del Southern Gothic americano – anche se nel suo caso ogni definizione sta stretta. A differenza di Leduc, Flannery O’Connor ha condotto una vita irreprensibile e assolutamente priva di eventi clamorosi, anzi di eventi di ogni tipo – se si eccettua la malattia ereditaria, il lupus, che l’ha condotta all’invalidità e poi alla morte, a 39 anni. Magistrale nelle short stories, i suoi racconti scatenano ancora oggi in me esplosioni liberatorie. O’Connor era cattolica, di un cattolicesimo di marca personale e minoritario, che probabilmente da noi sarebbe considerato eretico. I suoi personaggi sono alle prese con l’umana piccolezza di fronte a una potenza superiore (Dio? il destino?) che continuamente li sbeffeggia e li umilia tutti, uomini e donne, con esiti di irresistibile humor nero. Cosa mi attrae nella sua scrittura? Il lucido, a volte efferato potere che la scrittrice esercita sui suoi personaggi; e il suo essere tutt’al contrario di quel che il mondo di solito chiede a una donna, qualunque mestiere faccia, incluso quello di scrittrice: lei è impietosa, grottesca, radicale, sgradevole, geniale. O’Connor, una delle maggiori autrici di racconti del Novecento, viene ciclicamente riscoperta e poi di nuovo dimenticata.

Sarà sulla scorta di queste prime esperienze che ho cominciato a intravedere quanto di ribelle e trasgressivo c’era perfino in autrici che sono state ammesse nei salotti buoni della letteratura, come Charlotte e Emily Brontë e la loro sagace, ammirevole conterranea Jane Austen – per non parlare di quell’altra Emily, la Dickinson, una donna dalla vita senza eventi se non sé stessa, che ribelle e irriducibile a ogni misura lo fu in ognuno dei suoi studiatissimi versi. E da qui altri incontri, con scrittrici più contemporanee, alcune delle quali ho avuto il desiderio e la ventura di tradurre, da Dorothy Allison a Margaret Atwood, fino a Patricia Highsmith che mi ha affascinato con le sue trame oscure e la sua vita ricca di contraddizioni. Dorothy Allison, con cui ho stretto amicizia e che in Italia pochi conoscono, è diventata famosa con Bastard Out of Carolina, la storia di una ragazzina senza padre (un’altra bastarda, come Leduc) che vive in una famiglia di bianchi poveri del Sud, quello che chiamano white trash, con un patrigno violento e una madre il cui amore non basta a salvare le figlie… La voce letteraria di Allison è potente, un grido contro tutte le oppressioni del mondo, inclusa quella che le donne perbene esercitano su quelle non perbene, e di lei ricordo un bellissimo consiglio a chi vuole scrivere, che suona più o meno così: comincia dal fondo delle tue paure.

 Margaret Atwood

Margaret Atwood, che ho conosciuto personalmente in occasione dell’edizione italiana del suo L’altra Grace, da me tradotto, è una signora dal soave cinismo e dall’ironia tagliente, che ci tiene a separare la sua vita privata dal mestiere di scrittrice, e nega ogni coinvolgimento femminista nel suo lavoro. Fa benissimo, naturalmente tutti gli -ismi devono stare fuori dalla scrittura… ma questo non toglie che abbia creato, in prosa come in poesia, alcune delle voci femminili più anticonvenzionali degli ultimi decenni, sempre pronte a ribaltare l’arsenale della femminea saggezza e vaghezza (ricordo una sua poesia in cui il cuore non è ‘quella forma di zucchero con cui si decorano le torte’, quello che si spezza o ama per tutta la vita, bensì ‘questa massa muscolare, simile a un bicipite scuoiato’…)

E infine, ma non sarà certo l’ultima, Patricia Highsmith, che ho avuto il piacere di frequentare post-mortem (in vita forse lei non avrebbe sopportato me, o io lei) per il tramite delle sue carte private, e di cui parla il mio libro Il prezzo del sogno. Highsmith fu una grande disadattata, in società era un disastro, sembrava che si scegliesse gli amori, le case, i paesi in cui vivere, in vista del peggiore degli esiti possibili – ma per tutta la vita riuscì a fare esattamente quello che voleva, scrivere, e a vivere del suo mestiere. L’hanno definita misantropa, misogina, eremita, una strega… eppure ha sempre avuto molti amici che la prendevano com’era, nonostante il caratteraccio, e milioni di lettori in tutto il mondo desiderosi di entrare nelle sue trame angosciose, al limite del verosimile. Lungi da lei l’intento di documentare la sua epoca, affrontare questa o quella problematica sociale, aggrapparsi ai temi di moda. Per lei, sempre, il tema è stato uno solo: quello che accade laggiù, nel profondo di noi stessi, al di fuori di ogni tempo, logica o ideologia.

Che cosa hanno in comune tutte queste scrittrici, così diverse tra loro? Mi verrebbe da dire: lo sguardo sbieco. Tagliente, lucido, e obliquo, come quello dei gatti. Capace di strappare via la vecchia logora pellicola dei luoghi comuni e lasciar intravedere una scintilla di verità. Spesso una verità che riguarda le donne, che in fatto di luoghi comuni e veli protettivi, e soffocanti, sono ancora ben fornite. E mi viene in mente l’affermazione di un’amica degli ultimi anni di Highsmith, quando viveva in Ticino: ‘Parlare con lei era come pulirsi gli occhiali. Dopo, ci si vedeva più chiaro.’

L’AUTRICE E IL SUO NUOVO LIBRO – Margherita Giacobino vive a Torino, è scrittrice, saggista e traduttrice. Si occupa prevalentemente di gender studies, di letteratura e di cultura lesbica. Ha tradotto, tra gli altri, Emily Brontë, Gustave Flaubert, Margaret Atwood, Dorothy Allison, Audre Lorde. Collabora alla rivista satirica online Aspirina. Il suo primo libro, Un’americana a Parigi (Baldini e Castoldi), è uscito nel 1993 con l’eteronimo di Elinor Rigby. Casalinghe all’inferno è del 1996, per lo stesso editore. Per Eliot, nel 2010, è uscito L’uovo fuori dal cavagno. Ritratto di famiglia con bambina grassa (Mondadori, 2015) è stato tradotto in Francia, in Germania e in Inghilterra.

il prezzo del sogno giacobino

Nel nuovo libro, Il prezzo del sogno, sempre edito da Mondadori, Margherita Giacobino ripercorre le appassionanti vicissitudini esistenziali di Patricia Highsmith, una delle più pungenti scrittrici contemporanee, i cui romanzi hanno ispirato registi come Alfred Hitchcock, Wim Wenders e Todd Haynes. Ma soprattutto, ci consegna la storia di una donna dalla personalità fortissima, sincera fino a farsi male, che non ha mai ceduto alle pressioni della cosiddetta normalità e non ha mai tradito se stessa.


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