Da una parte scrivere a mano stimola la riflessione e l'attenzione verso la scelta delle parole, mentre dall'altra battere al computer permette di essere rapidi e correggere gli errori più facilmente: cos'è meglio? Lo scrittore Tim Parks prova a dare una risposta (diversa dalle solite sull'argomento)...

Ecco una domanda che chi scrive si è posto almeno una volta: è meglio scrivere a mano o al computer? Esistono numerosi articoli che sciorinano i vantaggi di una e dell’altra pratica, elenchi che mirano a dimostrare quale sia il metodo più efficace per comporre un testo.

Se da una parte scrivere a mano stimola la riflessione e l’attenzione verso la scelta delle parole, sembra che dall’altra battere al computer permetta di essere più rapidi e di correggere gli errori più facilmente. Si potrebbe andare avanti all’infinito a cercare i pro e i contro dei due metodi, ma non si arriverebbe mai a una risposta certa, anche perché è innegabile che la questione sia soggettiva e che cambi a seconda delle esigenze.

Tuttavia in un articolo del New Yorker firmato dallo scrittore Tim Parks, l’argomento è stato affrontato con uno spirito diverso dai soliti dibatti, sviluppando una riflessione interessante, che forse potrà piacere a chi continua a interrogarsi su questo dubbio.

Parks elabora un discorso partendo dalla sua esperienza personale e ricorda che quando iniziò a scrivere, la scrittura a mano era l’unica alternativa possibile, dato che i computer non c’erano e che si arrivava a battere a macchina soltanto con un testo semi definitivo, per evitare di sbagliare durante la trascrizione.

La scrittura era un processo lento che prevedeva fasi lunghissime: scrivere, copiare, riscrivere, copiare di nuovo. E poi inviare il testo, aspettare le risposte degli editori o dei giornali, ricevere un rifiuto, correggere ancora e ricominciare tutto da capo.

Con la digitalizzazione inizia il cambiamento, un cambiamento che però non riguarda solo la scrittura, ma anche le reazioni dei lettori, innescando una sorta di circolo vizioso difficile da interrompere. Se prima il tempo di attesa per sapere se un testo era piaciuto o meno (a un editore, a un caporedattore, a un semplice lettore) era molto lungo, nell’epoca di internet il feedback è diventato immediato. E quando non è immediato genera in chi scrive una profonda frustrazione.

Per partecipare a questa maratona, sembra non esserci altra alternativa che adattarsi alla scrittura digitale, un tipo di scrittura che, essendo più rapida, è meno accurata rispetto a quella manuale. Certo, non è detto che scrivere a computer sia del tutto un male: può essere più divertente e giocoso, si possono spostare frasi, creare nuove soluzioni e si possono sperimentare diversi stili.

Infatti Parks non disdegna del tutto la scrittura davanti allo schermo, che preferisce per esempio quando deve dedicarsi alla stesura di articoli o recensioni, che scrive sempre in modo frenetico e concitato. Per quanto riguarda la scrittura di racconti e romanzi, però, sembra non avere dubbi: il suo consiglio è di abbandonare smartphone e laptop in una stanza, prendere un foglio bianco, una bella penna e iniziare a scrivere.

 

L’illustrazione, tratta dall’articolo del New Yorker, è di John Gall

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