Il self publishing serve davvero? È davvero un vantaggio saltare la mediazione editoriale rappresentata dalla selezione dei titoli da pubblicare? Torna su ilLibraio.it la rubrica di Gino Roncaglia, tra i massimi esperti italiani di editoria digitale - Il suo approfondimento

In questo quarto appuntamento con i lettori de ilLibraio.it vorrei tornare a occuparmi di self-publishing, proseguendo idealmente il discorso avviato nel secondo articolo (che potete trovare qui). E come nell’occasione precedente lo farò usando il metodo delle quaestiones disputatae medievali: proporrò un interrogativo e – prima di dare la mia opinione – cercherò di riassumere gli argomenti principali a favore delle diverse possibili risposte.

La volta scorsa ci eravamo domandati se il self publishing esista davvero, considerato che in realtà anche l’autore di libri autopubblicati non lavora affatto da solo, ma usa di norma una serie abbastanza ampia di servizi di supporto: innanzitutto per la distribuzione e la vendita del suo testo, ma spesso anche per l’editing, l’impaginazione, la grafica di copertina, la promozione. E avevamo risposto che, nonostante l’uso di uno o più di questi servizi – che in molti casi si configurano effettivamente come servizi editoriali – la specificità del self-publishing non viene meno. L’uso di servizi editoriali scelti e pagati dall’autore lascia infatti all’autore stesso la piena responsabilità e il pieno controllo sulla pubblicazione del testo e sulla sua forma. Situazione evidentemente ben diversa da quella che si presenta nel caso del rapporto con un editore tradizionale: in quest’ultimo caso è l’editore che seleziona e valuta l’opera, ne acquista i diritti dall’autore, ne gestisce la revisione editoriale e la promozione. Nel caso del self-publishing, il ‘regista’ del processo di pubblicazione è l’autore; nell’editoria tradizionale, è l’editore.

Un aspetto fondamentale di questa differenza è evidentemente costituito proprio dal processo di selezione delle opere da pubblicare. L’autore che decide di autopubblicarsi può certo chiedere un parere a parenti e amici, può anche ricorrere ai servizi di un editor per migliorare la qualità del suo lavoro (e se ha un minimo di buon senso dovrebbe farlo: un lavoro di revisione da parte di un editor professionale è spesso prezioso anche nel caso dei libri dei migliori scrittori), ma è lui ad assumersi, in prima persona, la responsabilità del ‘si stampi’. La disintermediazione, che come abbiamo visto non è quasi mai disintermediazione assoluta, è insomma innegabile rispetto al processo di selezione editoriale (o, se preferite, rispetto al ‘filtro editoriale’), che viene saltato a piè pari.

Arriviamo allora alla seconda delle nostre questioni disputate: è davvero un vantaggio, saltare la mediazione editoriale rappresentata dalla selezione dei titoli da pubblicare? Una domanda che potremmo anche formulare in termini più radicali: il self publishing serve davvero?

Ricordo che le regole del nostro gioco prevedono che la questione discussa non sia affatto retorica: l’una o l’altra risposta, il ‘sì’ e il ‘no’, hanno in partenza la stessa dignità e lo stesso diritto a una seria considerazione. Proviamo dunque a mettere da parte ogni pregiudizio a favore o contro la risposta affermativa o negativa, e valutiamo gli argomenti.

Il ‘videtur quod sic’ – la tesi cioè secondo cui l’abolizione del filtro editoriale è un vantaggio – ha dalla sua un argomento fortissimo: l’allargamento dell’accesso al mercato editoriale a opere, magari anche di alta qualità, che per considerazioni di ordine economico, o di opportunità, o per l’assenza di una sede editoriale adatta, rischierebbero altrimenti di restare nel cassetto.

Quanti autori si sono sentiti respingere una proposta editoriale con la frase “un bellissimo lavoro, ma l’argomento è di interesse troppo specifico – o è troppo difficile, o ha uno stile troppo ricercato, o è troppo sperimentale – e il libro non venderebbe abbastanza”? Il self-publishing sembra rappresentare in questi casi una soluzione ovvia e naturale, e i bassi costi del self-publishing digitale (costi che comunque ci sono: non solo per i servizi che abbiamo ricordato, ma anche semplicemente in termini di impegno di tempo e di acquisizione di competenze) offrono all’autore e all’opera un’opportunità di riscatto da quelle che una volta erano sentenze di condanna legate alla contabilità meramente economica delle tirature e delle spese.

Nell’ecosistema editoriale tradizionale la necessità di raggiungere una certa soglia di tirature e vendite non è peraltro l’unico ostacolo alla pubblicazione di un libro. Certo, nel mondo occidentale – in cui non esiste più una censura politica, ideologica o religiosa – tende a diventare marginale il caso di libri ‘scomodi’ che un editore non pubblicherebbe per paura (a volte anzi la possibilità di uno scandalo diventa un fattore a favore della pubblicazione). Ma se pur rara nelle sue forme più estreme, una certa ‘cautela’ editoriale (che porta anche a far esaminare preventivamente da avvocati e giuristi i libri più delicati, e fa comunque entrare nella valutazione anche elementi di opportunità) esiste senz’altro, e rappresenta un possibile fattore all’interno delle considerazioni – certo più ampie – legate alla ‘linea editoriale’ della casa editrice. Cosa del tutto naturale, intendiamoci, ma che a sua volta può portare al rifiuto di un libro non per la sua scarsa qualità, ma perché percepito come in qualche forma ‘inadatto’ rispetto a una determinata sede editoriale.

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Infine, è chiaro che lo stesso concetto di ‘qualità’ è largamente discutibile. I difensori del self-publishing hanno facile gioco nel criticare una certa ipocrisia di chi guarda dall’alto in basso i libri autopubblicati, considerandoli poco più che spazzatura, e poi offre il proprio marchio blasonato a testi che è davvero difficile non considerare a loro volta spazzatura, anche se spazzatura di successo o di moda.  E d’altro canto gli innumerevoli esempi di testi poi divenuti classici ma che hanno faticato a trovare un editore mostrano come lo stesso processo di selezione editoriale non sia certo immune da errori, abbagli, condizionamenti di ogni genere.

Non è allora meglio la strada di un ecosistema editoriale aperto, in cui la selezione è fatta a valle, da lettori e critici, e non a monte nelle stanze di qualche direttore editoriale? La rete, i social network (e in particolare i social network per la lettura), blog e riviste on-line non offrono forse la palestra ideale per questo processo di competizione e selezione quasi darwiniana?

D’altro canto, anche il ‘videtur quod non’ – e dunque la tesi per cui la selezione editoriale rappresenta un vantaggio – non manca di argomenti.

La selezione ‘a monte’, sostiene chi ne difende l’utilità, offre al libro scelto e pubblicato da un editore una sorta di ‘bollino’ che, se non ne garantisce in assoluto la qualità, garantisce comunque l’esistenza di un processo di valutazione del testo e di cura e costruzione professionale del prodotto editoriale. In un mercato editoriale inflazionato (e che il self publishing contribuisce ulteriormente a gonfiare) l’esistenza stessa di questa garanzia rappresenta per i lettori un vantaggio.

Inoltre – sosterrà ancora chi difende l’utilità del filtro editoriale – i vantaggi di una selezione a monte non riguardano solo il lettore, ma anche e forse soprattutto l’autore. Che quando sceglie di sottoporre il proprio testo a un editore anziché preferire la scorciatoia rappresentata dal self-publishing accetta di entrare in un processo di valutazione, affinamento, talvolta revisione radicale del proprio lavoro. Accetta dunque l’idea che il proprio testo non nasca perfetto come Minerva dalla testa di Giove, e abbia bisogno, per crescere, di un processo almeno in parte legato a figure esterne e professionali. In alcuni casi, anche un giudizio completamente negativo può aiutare: a non coltivare troppe illusioni, e magari a rinunciare a un sogno che si sarebbe altrimenti comunque infranto dopo una perdita di tempo e un investimento economico ed emotivo assai maggiori.

Perfino nel caso di testi molto specialistici e in particolare nel campo della letteratura scientifica e di ricerca, del resto, l’importanza – sia per l’autore sia per il lettore – di un processo di valutazione e validazione professionale e competente è dimostrata dal fatto che anche le riviste e le collane in accesso aperto (che rifiutano perché troppo costosa la mediazione editoriale tradizionale) utilizzano poi un processo di peer-review che affida la responsabilità ultima della pubblicazione a un soggetto esterno rispetto all’autore.

Il lavoro dell’editore, peraltro, non è solo quello di una mera selezione dei titoli: in moltissimi casi, forse la maggior parte, gli editori commissionano all’autore il lavoro o comunque lo influenzano fin dalle prime fasi di sviluppo, aiutando a indirizzarlo nelle forme più adatte a una buona accoglienza da parte del mercato. Inoltre offrono una maggiore riconoscibilità al libro pubblicato, sia attraverso il marchio editoriale sia attraverso la collana che lo ospita. Marchio e collana che aiutano i lettori a inquadrare la natura del titolo e corrispondono a una linea editoriale a sua volta frutto di elaborazione originale e dunque di un investimento ideativo ed economico che torna a vantaggio anche dell’autore.

Al complesso di queste argomentazioni si potrebbe aggiungere poi una considerazione banale: i self-publisher di successo sono relativamente pochi rispetto al gran numero di opere autopubblicate, e quando raggiungono il successo si affidano molto spesso a un editore professionale per garantire al proprio lavoro una visibilità e una circolazione ancor maggiori. Se perfino i self-publisher, una volta raggiunto il successo, si ‘convertono’ ai vantaggi della mediazione editoriale, non si dovrà forse concludere che tali vantaggi non sono affatto annullati dalla possibilità e dalla diffusione delle pratiche di autopubblicazione?

Sia nel caso degli argomenti a favore, sia nel caso degli argomenti contro l’utilità della selezione editoriale anche nel nuovo ecosistema digitale, si potrebbero naturalmente considerare numerose contro-obiezioni. Ad esempio, come abbiamo visto nell’articolo precedente, molti dei servizi di ‘cura professionale’ del testo possono essere utilizzati anche da chi sceglie la strada dell’autopubblicazione (pur rappresentando comunque un costo, talvolta alto). E tuttavia resta vero che, nel caso dell’autopubblicazione, a scegliere questi servizi e a valutarne e recepirne gli esiti è l’autore, che non ha necessariamente le competenze necessarie a farlo nel migliore dei modi. Va anche detto d’altro canto che a volte capita, soprattutto in digitale, che aspetti importanti di ‘cura editoriale’ (ad esempio l’impaginazione) siano assai carenti anche nel caso di alcuni editori di buon nome: chi commette questo peccato vanifica uno dei principali argomenti a sostegno dell’utilità del proprio lavoro di mediazione editoriale.

Mi sembra tuttavia che gli aspetti fondamentali, nel tentativo di ‘determinare’ la questione (e dunque di rispondere all’interrogativo che essa pone), siano due:

In primo luogo, non è affatto scontato che quella fra self-publishing ed editoria tradizionale debba essere vista necessariamente come una contrapposizione assoluta: di fatto – pur guardandosi talvolta in cagnesco – le due pratiche coesistono e possono coesistere.

È ben vero infatti che alcuni dati mostrano come, soprattutto in digitale, il self-publishing e l’editoria indipendente stiano sottraendo quote di mercato all’editoria tradizionale.

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Fonte: Author Earnings Report, September 2015

Nel mese scorso questo tema è stato ben presente nel dibattito sollevato da un articolo del New York Times – a sua volta legato a dati della AAP, e ripreso in Italia da un articolo di Repubblica – in cui si sosteneva l’esistenza di un calo nelle vendite di e-book. Molti osservatori (e in particolare questa dettagliata analisi sul sito Author Earnings, ripresa ad esempio da questo articolo di Fortune)  hanno rilevato come il calo si riferisca solo all’editoria tradizionale, e sia almeno compensato dalla crescita della “editoria non tradizionale”, che comprende self publishing ed editoria ‘indie’.

E tuttavia l’erosione degli spazi dell’editoria tradizionale all’interno del mercato digitale non è necessariamente legata al fenomeno del self publishing in quanto tale, o almeno non è legata unicamente a tale fenomeno: va infatti considerato che proprio i dati appena considerati – assieme a molti altri – testimoniano il diffondersi di una nuova generazione di ‘piccola editoria digitale’ che adotta meccanismi di selezione almeno in parte diversi e modelli di prezzo assai lontani da quelli dei grandi editori (sui quali pesa spesso il condizionamento del mercato cartaceo, che spinge mantenere alti – e dunque non concorrenziali – i prezzi degli e-book).

Insomma, la situazione è molto più complessa di quanto vorrebbero farci credere slogan (e titoli giornalistici) troppo facili. D’altro canto, la possibilità di una coesistenza dei due canali (self-publishing ed editoria tradizionale) è dimostrata proprio dai molti casi di testi e autori che si fanno conoscere attraverso il self-publishing e si spostano poi (talvolta con ottimo successo) verso grandi editori.

La seconda questione da considerare è più delicata e complessa, e riguarda quello che mi sembra essere il vero nocciolo della questione. Indubbiamente, il self-publishing ha un effetto inflattivo sull’offerta di libri fra cui il lettore può scegliere. Abbiamo visto che i difensori del self-publishing considerano la crescita nel numero di titoli disponibili come sostenibile (o addirittura desiderabile) alla luce dell’esistenza di nuovi strumenti di selezione ‘a valle’. Il filtraggio collaborativo, i social media, il web si trasformano in ‘discovery tools’ capaci di orientare anche in presenza di una offerta enorme di titoli, in molti casi di bassa qualità.

È davvero così? O si tratta di un desiderio, di una speranza alla quale non corrisponde (ancora?) la realtà degli strumenti che la rete mette effettivamente a disposizione del lettore?

Nel ragionare di self-publishing, siamo arrivati a una domanda che in apparenza non riguarda direttamente la pratica dell’autopubblicazione, ma che risulta assolutamente fondamentale per capirne le potenzialità e i limiti. Ed è all’esame di questa domanda che vorrei dedicare il prossimo articolo.

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