Torna su ilLibraio.it la rubrica "controcorrente" di Gino Roncaglia, tra i massimi esperti di editoria digitale in Italia. Che, questa volta, affronta il (discusso) tema dell'auto-pubblicazione provando a seguire il metodo delle vecchie “quaestiones disputatae” medievali... - Leggi la sua analisi

Fra i miei ricordi d’infanzia c’è quello di un poeta, un po’ male in arnese ma sempre gentilissimo, che una volta l’anno passava da casa nostra offrendo un quadernetto di poesie dattiloscritte e chiedendo in cambio un aiuto economico. Si chiamava Enrico Galastri, si firmava ‘Boschivo’, ed era diventato, attraverso le sue peregrinazioni alla ricerca di piccoli contributi in cambio di versi, una figura ben nota del panorama intellettuale romano negli anni ’60 e ’70. Ne parla Giuseppe Cassieri in una breve nota, che vale la lettura anche per la divertente e divertita testimonianza di Zavattini che vi è citata[1].

Quei quadernetti (niente carta carbone, almeno in quelli che portava a mio padre: copie uniche e faticose) erano vero e integrale self-publishing, anche se allora non si chiamava così. Ne conservo uno dell’ottobre 1965, l’immagine qui sotto è la scannerizzazione della copertina.

Quaderno

Più tardi, nel 1978, Galastri-Boschivo avrebbe pubblicato – totalmente a sue spese – una raccolta di poesie (“Fine di uno stile”) con il marchio di un editore prestigioso, Laterza. Continuando a venderle, come una volta, di porta in porta, o spedendole per posta ai lettori che sapeva disposti a inviare in cambio qualche soldo. Ancora self-publishing? Il marchio Laterza (che però l’autore dichiara “preso in prestito”, chissà in quale forma) sembrerebbe escluderlo, ma le forme della pubblicazione e la distribuzione ‘autogestita’ puntano a quel territorio incerto e intermedio che, come sappiamo, era già ben presente nel mondo dell’editoria cartacea tradizionale.

Perché cominciare proprio da Galastri (solo un esempio, ovviamente, fra molti altri possibili) un discorso sul self-publishing? C’è un motivo specifico, che risulterà chiaro più avanti; ma la prima ragione è che ne ho un nitido ricordo personale. Da bambino, non potendo pubblicare nulla da solo (oggi sarebbe stato possibile!) e vivendo in una casa in cui libri e pubblicazioni erano pane quotidiano, copiavo il modello Galastri: scrivevo a macchina su fogli di quaderno poesie, brevi racconti, riassunti ‘commentati’ delle notizie che sentivo alla radio[2], e offrivo a mia volta queste raccolte a mio padre o a mia madre. Ne ricavavo assai meno delle diecimila lire che avevo visto dare a Galastri (una cifra che negli anni ’60, vista da un bambino, corrispondeva a enorme ricchezza), e la cosa mi pareva un po’ ingiusta.

Nell’iniziare questa serie di articoli (il primo, se l’avete perso, è qui) mi ero proposto di scrivere di editoria digitale evitando la forma tradizionale dei saggi e degli articoli accademici e offrendo invece un punto di vista, certo più soggettivo e discutibile, direttamente legato alla mia esperienza di lettore. E quando ho pensato di dedicare questo secondo intervento al tema dell’autopubblicazione, mi sono venuti subito in mente i ‘quaderni’ di Galastri. Un esempio utile – almeno spero – ad affrontare la domanda di fondo che accompagna inevitabilmente ogni discorso sul self-publishing: di cosa si tratta, esattamente? E in che senso il self-publishing dell’era digitale è diverso (giacché indubbiamente è diverso) rispetto alle varie forme di autopubblicazione e vanity-press del passato?

Di self-publishing si parla (e si scrive) molto, con opinioni e giudizi assai diversi. Talmente diversi da far sorgere il sospetto – più che giustificato – che in realtà dietro a questo termine si nasconda non un singolo fenomeno dalle caratteristiche ben definite, ma una pluralità di tipologie diverse di elaborazione e distribuzione di prodotti editoriali. Tipologie, e opere, che a loro volta possono essere osservate da molti punti di vista. Detto in termini più diretti: il self-publishing è tema non poco ingarbugliato, e molto spesso chi ne parla lo fa in modo assai parziale (e non di rado interessato).

Per districarne almeno in parte i fili proverò a seguire – voglio pur sempre divertirmi – il metodo delle vecchie “quaestiones disputatae” medievali. Proporrò (la prima in questo, le altre due nel prossimo articolo) tre questioni, poste in modo da richiedere una risposta affermativa o negativa, e proverò a dare argomenti per sostenere ciascuna delle due risposte possibili. Alla fine, ‘determinerò’ la questione – sceglierò cioè la risposta che mi sembra preferibile – in genere usando l’arma logica per eccellenza delle questioni disputate, il ‘distinguitur’, ovvero la distinzione fra significati diversi dei termini (e delle pratiche) chiamate in causa.

Naturalmente il lettore non è obbligato a condividere le mie conclusioni, la mia ‘determinatio’: al contrario, farà cosa utilissima se solleverà nuove obiezioni, e porrà nuovi interrogativi. Proprio come facevano i maestri medievali, che discutevano spesso, da punti di vista diversi, le stesse questioni, fornendo risposte spesso assai lontane l’una dall’altra, e talvolta incompatibili[3].

Veniamo allora alla prima delle nostre ‘quaestiones’, anticipata del resto dal titolo dell’articolo:

  1. Il self publishing esiste davvero?

Proprio come accade per molte altre questioni fondamentali, è perfettamente lecito interrogarsi sull’esistenza stessa del fenomeno di cui si parla. E ci sono ottimi motivi che potrebbero portare a negare – tranne in casi davvero molto particolari – l’esistenza del self-publishing, e dunque a rispondere negativamente alla domanda. Si tratta della sezione che in un trattato medievale sarebbe introdotta dall’espressione standard “videtur quod non”, che potremmo tradurre come “sembrerebbe di no”.

Preso nel suo senso letterale, infatti, il termine “self-publishing” pare indicare la situazione in cui l’autore di un libro “fa tutto da solo”: non solo lo scrive, ma lo pubblica anche. Ebbene, questo in realtà non avviene praticamente mai. Solo il buon Enrico Galastri dei primi quaderni era un vero self-publisher. Nessuno degli autori che scelgono la strada dell’autopubblicazione fa oggi tutto da solo, fino a vendere di porta in porta quel che ha scritto dopo averlo stampato con la propria stampante (o dopo averlo salvato su una pennetta USB).

Certo, un self-publisher potrà promuovere le sue opere occupandosi direttamente di una parte del marketing, ad esempio attraverso siti web dedicati, newsletter, messaggi e gruppi sui social network: tutte cose che un autore un po’ pratico di rete può seguire personalmente. Talvolta, l’autore arriva a scriversi da solo perfino le recensioni: ma siamo già alla degenerazione del self-publishing, e del resto pratiche analoghe sono ben documentate anche nel caso di volumi pubblicati in forma tradizionale.

Il punto però è un altro. L’autore di un libro autopubblicato scrive sì da solo il proprio libro, ma poi – anche nel caso migliore, quello di una buona ‘manualità informatica’ – ha comunque bisogno dell’intervento di strumenti esterni e di figure professionali diverse dalla sua. Ha bisogno di un tool per la conversione in formato ePub, che permetterà di fare alcune cose, e non permetterà di farne altre (o le farà male, o diversamente da come l’autore avrebbe voluto). Ha bisogno di una piattaforma di distribuzione, e molto spesso ne userà più di una: la maggior parte degli autori self-publisher userà infatti una piattaforma di ‘creazione/distribuzione’ e almeno una (ma di norma diverse) piattaforme di vendita (Amazon, IBS, Kobo, Apple, Google…). In questi casi la piattaforma di ‘creazione/distribuzione’ si occuperà, al posto dell’autore, di caricare il testo sulle diverse piattaforme di vendita, e fungerà da intermediario nel trasferimento all’autore dei proventi delle vendite, trattenendo in genere, come fa del resto la piattaforma di vendita, una propria percentuale.

Ma non basta: il self-publisher ‘evoluto’ potrà rivolgersi all’esterno anche per molti altri servizi (non di rado offerti anch’essi, in genere a pagamento, dalle piattaforme di creazione/distribuzione): chiederà aiuto a un grafico per la realizzazione di una buona copertina[4], e – se ha un po’ di buon senso – chiederà aiuto a un editor professionale per una revisione del testo. Acquisterà (o riceverà ‘in omaggio’, magari all’interno di un pacchetto di altri servizi comunque direttamente o indirettamente a pagamento) un codice ISBN. Fornirà gratis copie del proprio libro a book blogger o comunque a ‘influencer’ in cambio di recensioni (a volte obiettive, a volte no).

Potrei proseguire, ma il senso è chiaro: il self-publisher non è affatto autosufficiente, ha solo scelto (poco importa se per decisione consapevole o per necessità) di non affidarsi a un editore tradizionale ma a un insieme di altre figure professionali. L’autopubblicazione non equivale affatto a una disintermediazione, ma semmai – prendendo in prestito il neologismo introdotto da David Bolter e Richard Grusin[5] – a una ri-mediazione, in cui la filiera editoriale assume forme nuove: alcune figure, come l’editore tradizionale, scompaiono o hanno un ruolo minore, ma ne compaiono altre. Niente ‘self’-publishing, dunque, ma semmai un ‘different’-publishing.

E tuttavia (siamo alla sezione del “videtur quod sic”, e quindi agli argomenti a sostegno di una risposta affermativa alla domanda iniziale) ci sono anche molte buone ragioni per dire che il self-publishing esiste eccome.

In primo luogo, nessuna delle ‘nuove’ figure professionali che sono state richiamate poc’anzi assomiglia davvero al ‘publisher’, ossia all’editore, nel senso tradizionale del termine. Certo, molte di tali figure svolgono compiti che nella filiera tradizionale sono affidati all’editore (e che l’editore affida a sua volta a figure professionali specifiche, interne o esterne alla casa editrice): la scelta della copertina, la revisione editoriale, l’impaginazione… Ma l’editore assume su di sé la responsabilità complessiva del processo editoriale, mentre nel caso del self publishing questa responsabilità è assunta dall’autore. Autore che è dunque effettivamente e a pieno titolo ‘editore di sé stesso’, anche e proprio perché sceglie in autonomia a chi affidare le singole componenti del processo di produzione editoriale.

C’è poi una chiara differenza che riguarda gli aspetti contrattuali: di norma, il modello editoriale tradizionale prevede che l’autore ceda all’editore, per un periodo prefissato e in cambio di un compenso forfettario e/o di una percentuale del prezzo di vendita al netto dell’IVA, i diritti di sfruttamento economico dell’opera (con clausole che spesso assomigliano a un patto mefistofelico: su ogni e qualunque tipologia di supporto, presente o futura; in ogni e qualunque forma, traduzione, trasposizione o adattamento…). Il self-publisher invece è libero: si potrebbe dire che non cede diritti, ma acquista servizi. Anziché ricevere dall’editore una percentuale (in genere bassa: fra l’8 e il 15% per il cartaceo, a volte un po’ di più per il digitale) del prezzo di vendita, è lui a lasciare alle piattaforme utilizzate una percentuale (in genere non tanto bassa: attorno al 30%, talvolta di più quando si arriva alle piattaforme di vendita attraverso le piattaforme di creazione/distribuzione) di quello stesso prezzo, che peraltro può determinare autonomamente.

Potremmo aggiungere altri argomenti legati al funzionamento stesso del mercato editoriale, in cui i due ‘canali’ rappresentati dall’editoria tradizionale e dal self publishing sono per molti versi ben distinti; anche se, come abbiamo accennato in apertura e come vedremo meglio nei prossimi articoli, l’idea di una distinzione netta fra due tipologie chiaramente identificabili di prodotti editoriali si rivela in diversi casi assai meno scontata di quanto non potrebbe sembrare.

self

Insomma, gli argomenti a favore di una risposta affermativa sono anch’essi assai forti, e si potrebbero riassumere in una tesi: nel self-publishing, scomparendo l’editore tradizionale, il ‘regista’ del processo editoriale è effettivamente l’autore.

La ‘determinatio’ della questione – cioè la scelta (argomentata) della risposta corretta da dare alla domanda di partenza – passa in questo caso, come già avevamo anticipato, per l’arma del ‘distinguitur’. Chi sottolinea come non esistano oggi self-publisher ‘puri’ (nel senso che nel mondo pre-digitale era ben rappresentato da Enrico Galastri), lo fa attribuendo al termine ‘publishing’ un significato che copre l’insieme granulare di tutte le varie e singole funzioni, competenze e professionalità che entrano nel processo editoriale. Da questo punto di vista, l’autore che rinuncia all’editore tradizionale non assume davvero su di sé tutte le funzioni del ‘publisher’: deve necessariamente affidarne alcune ad altri soggetti.

D’altro canto, chi rivendica la specificità del self-publishing lo fa usando il termine ‘publishing’ con riferimento al modello tradizionale dell’editore-regista del processo di pubblicazione, e sottolinea come questa funzione di regia passi effettivamente, nel caso del self publishing, dall’editore all’autore.

In un certo senso, dunque, tutte e due le risposte sono corrette, ma lo sono in forme diverse.

Resta però una possibile obiezione, tutt’altro che trascurabile, all’idea che abbiamo visto essere alla base della rivendicazione dell’esistenza e del ruolo del self-publishing: l’idea cioè di un autore-regista del processo editoriale, che – liberandosi dai vincoli imposti dall’editore – sceglie liberamente gli strumenti e le professionalità da usare. Le piattaforme di distribuzione e di vendita, infatti, non sono davvero scelte con la libertà e la consapevolezza che il ruolo dell’autore-regista sembrerebbe suggerire. Al contrario, in una situazione di oligopolio in cui peraltro un soggetto (Amazon) è assai più forte degli altri, i contratti e i vincoli imposti da queste piattaforme (e in particolare da Amazon) condizionano notevolmente l’autore. Anche in quei contratti, le norme-capestro scritte in piccolo non mancano. Davanti a quelle previsioni contrattuali, l’autore-regista non rischia di trasformarsi in autore-suddito, tanto più debole in quanto isolato e indifeso?

Come si capirà, ci stiamo avvicinando ad altri problemi: il self publishing, nella forma in cui lo conosciamo oggi, è davvero conveniente per l’autore? In quali casi, e a quali condizioni? E per l’editoria tradizionale, il self publishing rappresenta una minaccia o un’opportunità?

Sono le due questioni che, se le mille insidie delle vacanze estive lo permetteranno, cercherò di affrontare nell’articolo che conto di consegnare agli amici de IlLibraio.it a inizio settembre. Nel frattempo, auguro a tutti un’estate di buone e felici letture, siano esse su carta o in digitale, autopubblicate o frutto del tradizionale processo di selezione editoriale.

[1] Giuseppe Cassieri, Poesia offresi, in Letture di traverso: una caustica passeggiata nel mercato comune delle idee, Edizioni Dedalo, Bari 1985, pp. 30-33. Le pagine sono incluse nella porzione del libro che è possibile visualizzare gratuitamente attraverso Google Books: https://goo.gl/8fJJu5 .

[2] Del tutto inconsapevolmente, imitavo qui un altro poeta, Armand Robin (1912-1961): poliglotta (sosteneva di conoscere 26 lingue), Robin viveva vendendo in abbonamento al Ministero dell’informazione francese e a diversi altri soggetti, incluso il Vaticano, ‘bollettini d’ascolto’ dattiloscritti in cui riassumeva e commentava i notiziari di un gran numero di stazioni radio estere, ascoltate la notte da casa. Un esempio dei ‘bollettini d’ascolto’ di Robin – in qualche misura anch’essi una forma curiosa di self publishing ante litteram – è qui: http://armandrobin.org/fotobul.htm.

[3] La vulgata vede per lo più nelle dispute logiche medievali delle inutili sofisticherie. Chi ha una minima infarinatura della filosofia e della logica del medioevo sa invece quanto queste pratiche di argomentazione razionale abbiano anticipato le forme della riflessione logica contemporanea, contribuendo peraltro a preparare il terreno della scienza rinascimentale. Fra i tanti riferimenti possibili, in un intervento centrato sul ‘self-‘ (l’autopromozione non è forse componente essenziale del self-publishing?) ricorderò i due capitoli che ho scritto per P. Rossi e C.A. Viano, Storia della Filosofia, vol. II, Il Medioevo, Laterza 1994: Logica nuova e logica dei moderni, pp. 283-299, e L’ampliamento della logica, pp. 451-472.

[4] Certo, alcuni autori preferiscono realizzare da soli anche la copertina. Qualcuno lo sa anche fare. Ma in molti altri casi, i risultati sono quelli che trovate ben esemplificati in questo divertente articolo di Stuart Heritage: http://www.theguardian.com/books/shortcuts/2015/mar/15/kindle-cover-disasters-worlds-worst-ebook-artwork .

[5] Jay David Bolter e Richard Grusin, Remediation, The MIT Press, Cambridge (Mass.), 1998.

LEGGI ANCHE:

Esplorazioni (poco accademiche) fra libri e digitale… Al via la collaborazione di Gino Roncaglia con ilLibraio.it 

Agghiaccianti, sconcertanti… a volte divertenti: alcune “imperdibili” copertine di e-book 

Commenti