Al via la collaborazione di Gino Roncaglia, tra i massimi esperti di editoria digitale in Italia, con ilLibraio.it. Per parlare del presente e del futuro del libro, della lettura e della scrittura in modo "soggettivo e politicamente scorretto"... - La prima puntata

Con questo contributo inizia la collaborazione di Gino Roncaglia, filosofo, saggista, docente universitario, tra i massimi esperti di editoria digitale in Italia, con ilLibraio.it.

Byte era, negli anni ’80, la rivista per eccellenza del mondo dei primi home e personal computer. Autorevole, ricca di approfondimenti tecnicamente ineccepibili, nel 1982 poteva vantare una media di 540 pagine a fascicolo: un record per il mondo delle riviste informatiche. Alla fine degli anni ’90 lo sviluppo del web e gli alti costi di abbonamento – molti abbonamenti erano internazionali – l’avrebbero portata alla chiusura, anche se una presenza in rete è rimasta fino al 2013. Ma per chi negli anni ’80 e nei primi anni ’90 si occupava già di computer, l’appuntamento mensile con Byte era di quelli da non mancare[1].

Fra le varie rubriche fisse di Byte, una si distingueva da tutte le altre. Caotica e disordinata, talvolta approssimativa, in un contesto marcato dal rigore e dalla precisione. Regno dell’impressione soggettiva e dell’affabulazione, circondato da articoli che cercavano il massimo dell’esattezza e della documentazione. Eppure credo che – come me – molti, moltissimi lettori di Byte iniziassero sempre la lettura andando a cercare The View From Chaos Manor, di Jerry Pournelle.

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Pournelle era (ed è: a 82 anni, nonostante un’ischemia che ne ha ridotto le capacità di movimento, è ancora in piena attività) uno scrittore di fantascienza. Come scrittore di fantascienza e opinionista politico – con una preferenza per la fantascienza politico-militare, e posizioni spesso apertamente di destra – non è fra i miei preferiti. Come columnist di Byte e blogger ante-litteram, però, Pournelle era bravissimo. Ogni mese, raccontava la rivoluzione informatica dal suo personalissimo punto di vista di ‘power user’. Provava ogni novità, affastellava sulle scrivanie di casa computer e gadget informatici di ogni genere (a molti dei quali assegnava nomi e nomignoli), usava nella sua attività quotidiana di scrittore un numero impressionante di dispositivi diversi. E di tutte queste sperimentazioni dava conto, con una narrazione vivacissima, nella sua rubrica mensile.

Alla chiusura di Byte, Pournelle ha continuato a scrivere The View From Chaos Manor nella forma che proprio la sua rubrica aveva in un certo senso anticipato, quella di blog on-line. Il blog esiste ancora, ma certo non ha più il ruolo che la rubrica su carta ha avuto negli anni ’80[2].

Ora, cosa c’entrano Pournell e Byte con ilLibraio.it e con il mondo dei libri? Bene, la verità è che quando gli amici de ilLibraio.it mi hanno chiesto se ero interessato a collaborare al sito scrivendo, con una qualche regolarità, una sorta di rubrica sul mondo dell’editoria e della lettura digitale, ho subito pensato – con pochissima umiltà, temo – al modello rappresentato da The View From Chaos Manor. La scrittura ‘accademica’ ha moltissimi meriti, ma è spesso abbastanza arida: diffida della prima persona e delle impressioni soggettive, può permettersi giudizi solo se suffragati da una mole di documentazione e da dati che, nel mondo giovanissimo dell’editoria digitale, spesso mancano o sono a loro volta tutt’altro che affidabili. Il modello ‘Chaos Manor’ mescola forse troppo disinvoltamente esperienze d’uso personali, opinioni non del tutto documentate o documentabili, scelte magari arbitrarie, ma offre una prospettiva meno abituale, è adatto a un settore in cui le certezze sono davvero poche… ed è più divertente da scrivere (forse, chissà, anche da leggere).

Aspettatevi dunque, in questo e nei prossimi interventi, un osservatorio sul mondo della scrittura, della lettura, dell’editoria digitale… ma un osservatorio arbitrario, parziale, soggettivo, politicamente scorretto, legato in primo luogo ai miei gusti e alle mie esperienze.

Un esempio? Ho letto da poco un libro (o meglio, uno strano ibrido fra libro e graphic novel) che si intitola The Thrilling Adventures of Lovelace and Babbage, e che mi ha colpito molto. L’ha pubblicato Pantheon Books (una casa editrice di New York) nell’aprile di quest’anno, ed è opera di Sydney Padua, una giovane grafica e disegnatrice che lavora soprattutto nel mondo dell’animazione cinematografica.

C’entra con il digitale, perché una parte del libro era già disponibile – oltre che su web, dove erano nati i primi fumetti della serie: http://sydneypadua.com/2dgoggles/ – anche in forma interattiva, come app per iPad. Ma in questo non c’è nulla di particolarmente originale, e non è questo il motivo per cui il libro mi ha colpito. La ragione è un’altra, e ha a che fare con un diverso tipo di incrocio fra libro tradizionale e mondo digitale: il libro è infatti il frutto di una ricerca storica che riguarda l’Inghilterra vittoriana… ma che è stata svolta in gran parte in rete.

Procediamo con ordine. Il libro si apre con una breve graphic novel, assolutamente rigorosa dal punto di vista storico, sulla collaborazione fra Ada Lovelace e Charles Babbage. Ada, come forse saprete, era la figlia di Lord Byron, nonché – in parte come protezione dai cattivi influssi ‘poetici’ del padre (che aveva abbandonato madre e figlia) – giovane genio matematico. Babbage era un matematico, ingegnere e scienziato, ideatore fra gli anni ’20 e gli anni ’50 del XIX secolo, di macchine da calcolo (la macchina differenziale e la macchina analitica) per molti versi assai vicine ai computer moderni. Macchine mai realizzate in pratica (Babbage era un genio, ma non brillava per capacità organizzative e imprenditoriali), ma tanto affascinanti da costituire uno dei temi classici di uno strano genere letterario, a cavallo fra la fantascienza e il romanzo storico, lo steampunk[3]. Ada, pur essendo parecchio più giovane di lui, era amica di Babbage, e fu la prima a scrivere ‘programmi’ per la (ricordiamo: inesistente) macchina analitica.

Dunque, una ricostruzione a fumetti di un episodio (importante) della storia scientifica dell’Inghilterra vittoriana, e dei suoi due protagonisti. Ma il libro offre anche, sempre in forma di graphic novel, alcune avventure totalmente immaginarie di Ada e Babbage – e di innumerevoli, illustri personaggi dell’epoca, dalla Regina Vittoria a Dickens, da Faraday a George Eliot – in un universo steampunk in cui la macchina analitica è invece stata effettivamente realizzata.

Le avventure sono godibilissime, ma l’elemento originale non è neanche questo. Quel che colpisce è che ogni tavola a fumetti ha dottissime note a piè di pagina che forniscono le informazioni di base per capire (bene) di cosa e di chi si parla. E le note a piè di pagina hanno note di fine capitolo per approfondire. E le note di fine capitolo hanno a loro volta note a piè di pagina. E il tutto forse sembra cervellotico, ma funziona benissimo, anche (soprattutto!) su carta.

In più ci sono ottime appendici di documenti, inclusa una testimonianza inedita, diretta e d’epoca sulla questione – assai discussa – dei contributi rispettivi di Ada Lovelace e di Babbage nel lavoro di descrizione e ‘programmazione’ della macchina analitica. E – arriviamo finalmente all’aspetto che mi preme qui sottolineare – questa testimonianza è stata recuperata dall’autrice (che per questo libro ha chiaramente fatto un lavoro di ricerca degno di una pubblicazione accademica) usando le funzionalità di ricerca avanzata di Google Books.

Google Books – il progetto di digitalizzazione di larga scala avviato da Google ormai diversi anni fa, e al centro di una complessa vicenda giudiziaria non ancora formalmente conclusa – lavora su diversi fronti: uno, quello meno controverso[4], riguarda la digitalizzazione, in collaborazione con alcune grandi biblioteche, di opere fuori diritti. Fra cui – ed è su questi che ha lavorato Sydney Padua – un’infinità di volumi e riviste dell’Ottocento, molti dei quali sconosciuti o quasi.

La qualità di queste digitalizzazioni non è certo ottima: il passaggio automatico, attraverso OCR, dalle immagini delle pagine a un testo elettronico pienamente ricercabile non è banale, su testi di oltre un secolo fa, e il lavoro di revisione spesso non è stato neanche avviato. Ma quel che è stato fatto basta a costituire un’enorme miniera inesplorata, in cui – come in questo caso – si possono scoprire (importanti) informazioni sconosciute su un famoso scienziato inglese, in una lettera pubblicata all’interno di una dimenticata rivista locale degli Stati Uniti.

Nessuno, mai, avrebbe cercato ‘manualmente’ quelle informazioni in quella sede. Le possibilità di recuperarle, senza la costruzione di questo enorme deposito di ‘big data’ testuali, sarebbero state praticamente nulle.

Quello di Sydney Padua è insomma uno dei primi lavori – seri e rigorosi – da cui emergono le enormi potenzialità dei progetti di digitalizzazione di larga scala per la ricerca storica. Un esempio da manuale di come la ricerca ‘da casa’ su archivi digitali accessibili via rete possa dare risultati interessanti e inediti anche su territori non certo recenti e già assai scandagliati. Ed è caso fortunato e meraviglioso che la forma di questo lavoro non sia quella dell’articolo accademico, ma quella di una graphic novel (anche se decisamente sui generis).

[1] Se volete dare un’occhiata a qualche numero di Byte, potete curiosare fra quelli digitalizzati sul sito Internet Archive

[2] Per farvene un’idea, leggete ad esempio il Chaos Manor del maggio 1986 (a partire da pag. 311), con il confronto fra Atari e Amiga, i due home computer più interessanti all’epoca.

[3] No, non proverò a spiegare in due parole di cosa si tratta: se vi interessa, un’ottima introduzione in italiano è qui.

[4] In realtà, per vari motivi, è controverso anche questo progetto: non dal punto di vista giuridico – le opere di cui si parla sono fuori diritti – ma rispetto agli accordi fra Google e le biblioteche, non sempre pubblici e trasparenti nelle clausole relative al periodo di ‘esclusiva’ e ai diritti di sfruttamento concessi a Google sulle versioni digitali realizzate.

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