Daria Bignardi racconta a ilLibraio.it il suo nuovo romanzo, "Storia della mia ansia", soffermandosi sui temi e sui personaggi. Parla anche del suo rapporto con la scrittura ("Mi piace pensare che conceda la libertà estrema"), torna sull'intervista a Vanity Fair in cui ha parlato per la prima volta della sua malattia, e dice la sua anche su una possibile candidatura al premio Strega...

Dopo tre anni da Santa degli impossibili e dopo quaranta mesi di scrittura e revisione, è appena uscito in libreria Storia della mia ansia (sempre per Mondadori). Nel nuovo romanzo di Daria Bignardi la protagonista è Lea, una donna che deve ogni giorno fare i conti con l’altalena emotiva della scrittura per il teatro e con la sua ansia, eredità della madre, ma anche con il suo matrimonio in crisi con Shlomo, con cui è ormai difficile comunicare senza litigare. L’equilibrio complesso tra lavoro, famiglia, ansia, amore, frustrazione, in cui Lea ha imparato a barcamenarsi ogni giorno, viene sconvolto dalla notizia della sua malattia. Per la prima volta, Lea deve imparare a dare il proprio spazio a sé stessa e a non sacrificarsi sempre per la felicità degli altri. Durante la prima lunga ed estenuante seduta di chemioterapia, Lea incontra Luca, giovane professore di inglese, in grado di farle riapprezzare la leggerezza e la vivacità di un rapporto più semplice, di un’amicizia o, forse, di qualcosa di diverso. E mentre Lea fa i conti con il suo presente, anche il passato torna a raccontare a noi lettori cosa porta dentro la protagonista e il futuro si affaccia con una grande e insondabile domanda: che cosa aspetta la “nuova” Lea? Per riflettere sui tanti argomenti trattati e per indagare la delicata fermezza dello stile narrativo scelto, ilLibraio.it ha intervistato l’autrice.

Daria Bignardi storia della mia ansia

 

“Non lo sopporto ma lo amo” (p. 9): Lea si trova a pensarlo più volte di Shlomo, marito dal carattere sfuggente, riservato, chiuso e spesso impenetrabile. L’amore è forse l’unico sentimento che vive di opposti? Cosa pensa del modo di Lea di vivere l’amore?
“Credo non sia il modo di amare di Lea, per quanto ansioso e insicuro, il solo problema tra lei e Shlomo, tra loro c’è incomunicabilità. Sono due mondi lontani: lei una giungla, lui un deserto, lui la roccia e lei il mare. Hanno tempi, modi, gusti diversi. Però si amano. C’è stata un’enigmatica e imprevedibile congiunzione astrale il giorno in cui si sono conosciuti a Gerusalemme, d’altronde era il Capodanno del Duemila, un giorno in cui poteva accadere di tutto. Forse quei due non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Forse, invece, il destino ha dato a entrambi una possibilità di scoprire – uno attraverso l’altro – cose di sé che ancora non sapevano”.

Molte dichiarazioni d’amore e d’insofferenza nel romanzo sono affidate a un display: può portare più ansia ed emozioni trovare un messaggio sul telefono o, al contrario, è più rassicurante rispetto a un incontro e a un discorso a voce?
“Scriversi messaggi è il loro modo di comunicare principale: quello e il sesso. Secondo me sono ansiosi entrambi, non lo è solo Lea, anche se Shlomo nasconde e quasi rimuove le sue emozioni. Scriversi messaggi illude entrambi di poter avere il controllo della materia incandescente che passa tra loro”.

“‘Sei senza pelle’ mi ha detto una volta Shlomo, disgustato. Sono emotiva, impulsiva, secondo lui irrazionale. Ma senza pelle le emozioni si sentono di più e la mia ansia era la benzina per tutto: scrivere e vivere” (p.16). Cosa la attrae di una protagonista che è in grado di “vivere senza pelle”, senza protezioni e/o schermi che la separino dal mondo?
“Lea è un’artista, un personaggio estremo che un po’ mi attrae e un po’ mi respinge. Mi piace la sua passione per la vita, la sua creatività, mi dispiace che si metta sempre nei guai e che non abbia la pazienza di lasciare che le cose accadano. Sicuramente è un personaggio familiare. Ho conosciuto persone come lei, donne e uomini: poco capaci di proteggersi, ma molto capaci di sentire, e in fondo anche di divertirsi”.

Il terrore più grande di Lea “non è la malattia, né la morte, ma è la paura di perdere l’amore” (p. 81). Si può imparare a gestire la propria paura di abbandono o è qualcosa di endemico, sottopelle, da cui non avrebbe senso separarsi?
“La paura dell’abbandono è il drago contro cui Lea deve combattere. Come dice Rilke, citato dall’alpinista di cui va a sentire la conferenza mentre soggiorna in montagna: le nostre paure più profonde sono come dei draghi a guardia del nostro tesoro più nascosto”.

“Ognuno è responsabile del suo dolore” è una frase dura che Shlomo pronuncia in uno scatto d’ira, che forse nasconde il dolore dell’impotenza davanti alla malattia di chi amiamo. È davvero così o la condivisione di un libro come il suo può aiutare chi sta attraversando un percorso simile?
“Eh, questo non lo so davvero, mi limito a raccontare una storia. Ma mi stanno arrivando mail da persone diversissime, ragazzi, ragazze, donne e uomini, che ritrovano parti di sé in quello che Lea e Luca fanno e pensano. Shlomo, il mio personaggio preferito, è apprezzato soprattutto dagli uomini”.

A che cosa paragonerebbe la sua scrittura in questi quaranta mesi di stesura e revisione di Storia della mia ansia?
“Come ritmo forse a un fiume nato da più sorgenti, prima in piena, poi sotterraneo, che ha trovato una diga, affluenti, un nuovo corso, e alla fine arriva alla foce”.

“Mi sono concessa di riconoscere l’ansia solo quando ho creduto di aver scoperto la cura: scrivere storie, portarle in scena. È stata l’ansia a non farmi fermare mai” (p.30). Dunque a suo avviso la scrittura può essere uno strumento catartico per tenere a bada la propria ansia e illudersi di avere una qualche forma di controllo sugli eventi, almeno su quelli narrativi?
“Mi piace pensare che al contrario la scrittura conceda la libertà estrema. Non so mai del tutto cosa accadrà quando comincio una storia. Quanto alla tecnica di scrittura, è  vero che scrivere, riscrivere, togliere, cambiare, aspettare e ricominciare dà alla fine dell’opera un bel senso di compiutezza”.

Nella sua intervista a Vanity Fair ha parlato per la prima volta della malattia che l’ha colpita e, inevitabilmente, i media hanno dato grande risalto alla notizia. Un po’ teme che questo possa portare i lettori a cercare in Storia della mia ansia una matrice autobiografica a tutti i costi?
“L’ho temuto molto e ho avuto molti dubbi se fare quell’intervista, ma secondo il mio ufficio stampa sarebbe stato peggio, ci sarebbero stati strascichi di pettegolezzi e tentativi di scoprire cosa c’era di autobiografico nel romanzo. Li ho ascoltati e ora, leggendo le mail dei lettori, penso che abbiano avuto ragione: dopo i primi tre giorni ora scrivono solo della scrittura e dell’ansia, dell’incapacità di Lea di volersi bene, del carattere di Shlomo, dell’infelicità in amore, insomma parlano del romanzo e non di me”.

Ha definito Storia della mia ansia “il suo libro più importante”, il romanzo della “maturità”: pensa anche sia il momento di partecipare a un grande premio letterario (si parla non a caso del premio Strega)?
“Davvero l’ho detto? Mi dispiace. Forse intendevo dire il più impegnativo. Non so nulla dello Strega, tranne che hanno cambiato le regole e che i libri non li propone l’editore ma li richiede il Premio, che mi sembra un’ottima idea.
I premi importanti hanno di bello che i libri che vi partecipano arrivano anche a nuovi e diversi lettori, e di brutto che il loro autore deve stare parecchio sotto i riflettori. Quindi non so se mi piacerebbe partecipare. Se richiederanno il libro al mio editore ci penseremo”.

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