“Stranger Things”, la serie culto lanciata su Netflix nel luglio del 2016, è arrivata alla terza stagione. Anche in questo capitolo ci attendono le stesse battaglie a cui abbiamo assistito in passato: si susseguono scontri violenti con creature viscide e raccapriccianti, scene in cui i personaggi cercano di scappare in preda al panico, grida, lacrime, sangue e scazzottamenti. Ma, allora, perché non possiamo fare a meno di guardare un episodio dopo l’altro? E soprattutto: perché, alla fine, anche questa stagione si rivela perfettamente riuscita? - L'approfondimento

Dove eravamo rimasti? Ah sì: ad Hawkins, una piccola e tranquilla cittadina americana, in cui accadono cose strane.

Siamo in pieni anni Ottanta: i Clash cantano Should I stay or should I go, gli adolescenti girano con giacche di jeans legate ai fianchi e i walkie-talkie sono l’unico modo per comunicare con i propri amici.

Una sera come tante, mentre tutto scorre normalmente, un ragazzino di nome Will scompare all’improvviso. I suoi compagni di gioco, sua madre e suo fratello si mettono immediatamente sulle sue tracce. In poco tempo scoprono l’esistenza di un mondo parallelo chiamato SottoSopra, dove vive un terribile mostro, che può essere sconfitto soltanto da una straordinaria ragazzina con il numero undici tatuato sul braccio.

L’obiettivo, quindi, è uno solo: eliminare definitivamente il mostro e chiudere il varco che unisce la nostra realtà con quella del Sottosopra. Un’impresa ardua che, alla fine di due stagioni di Stranger Things, la serie cult lanciata su Netflix nel luglio del 2016 e di cui quest’anno è uscito il primo graphic novel (ufficiale edito da Magazzini Salani), sembra essere portata a termine. Ma quando inizia la terza stagione, capiamo che è stato tutto inutile, perché ci troviamo nella stessa condizione di sempre: gli abitanti di Hawkins (e del mondo intero) sono in pericolo. Anche se Undi è convinta di aver interrotto il collegamento tra i due mondi, il Mind Flayer è rimasto fuori e sta cercando la ragazzina per vendicarsi. 

Niente di nuovissimo. Anche in questo capitolo ci attendono le stesse battaglie a cui abbiamo assistito in passato: ci aspettiamo che durante gli episodi si susseguano scontri violenti con creature viscide e raccapriccianti, scene in cui i personaggi cercano di scappare in preda al panico, grida, lacrime, sangue e scazzottamenti. E infatti nessuna aspettativa viene delusa, anzi: più che nelle precedenti, ST 3 dà molto spazio a momenti di azione pura, penalizzando di conseguenza la trama, che non presenta sviluppi originali ed elaborati. Dopo aver visto la serie, del SottoSopra non sappiamo niente di più di quanto non sapessimo nelle scorse stagioni: non vengono fornite nuove informazioni e, arrivati all’ultima puntata, non si assiste nemmeno a una svolta significativa (o a un cliffhanger particolarmente d’impatto).

Ma, allora, perché non possiamo fare a meno di guardare un episodio dopo l’altro? E soprattutto: perché, alla fine, anche questa stagione si rivela perfettamente riuscita?

La risposta più semplice è anche quella più evidente: sono i personaggi ad aver reso ST un vero e proprio fenomeno, in grado di conquistare indistintamente fan del genere fantascientifico e anche chi, invece, non ha mai mostrato interesse nemmeno per la saga Star Wars. Sono personaggi così forti da essere diventati in poco tempo altamente riconoscibili (perfino chi non segue la serie non faticherà a sapere chi sono), figure che hanno segnato, tra le altre cose, anche il rilancio dell’estetica anni Ottanta, non solo nell’audiovisivo. È anche per questo che attorno a loro sono nati tanti spin off letterari (Tutti i segreti del sottosopra, Suspicious MindsBuio sulla città, solo per citarne alcuni editi da Sperling & Kupfer): gli spettatori desiderano seguirli oltre lo spazio della serie tv, in libri che raccontano retroscena e nuove imprese.

Pensiamo per esempio al personaggio di Barb: anche se appare nella prima stagione e resta soltanto per alcune puntate, è riuscita comunque a rubare il cuore degli spettatori; per non parlare di Steve, che all’inizio si presenta come un ragazzino arrogante e antipatico, per poi diventare uno dei personaggi più apprezzati della serie. In quest’ultima, infatti, dà decisamente il meglio di sé, insieme all’irresistibile new entry Robin. 

Ogni personaggio, anche il più secondario, presenta un profilo complesso e sfaccettato, che non si serve di stereotipi o di caratterizzazioni semplici. Lo sceriffo Hopper è “il buono della situazione” ma, allo stesso tempo, è un alcolista violento; Joyce è la figura materna per eccellenza, ma viene raffigurata in diversi passaggi come una nevrotica senza i piedi per terra. L’evoluzione dei personaggi, inoltre, non è mai brusca o forzata, ma lenta e graduale (fatto che ci permette di affezionarci sempre di più e di entrare in empatia con loro). Così in questa stagione troviamo i ragazzi alle prese con la rottura del sogno d’infanzia (rappresentato da Will che distrugge la capanna dei giochi) e i primi momenti che li portano verso l’età adulta.

Oltre alla forza dei personaggi, contribuiscono al trionfo della serie anche la regia, gli effetti speciali, la vena ironica e la scelta della colonna sonora (tra i brani della battaglia finale appare anche Never Ending Story, cantata da Dustin e dalla sua fidanzata Suzie). Ma non solo: nonostante nella lettera di chiusura Hopper scriva che il cambiamento è una costante naturale della vita, e che bisognerebbe accoglierlo e accettarlo, in realtà ST sembra esulare da questo discorso. Perché è una serie che ha delineato un mondo talmente unico che può infischiarsene di essere sempre uguale: gli spettatori vorranno restare sempre un po’ di più ad Hawkins, in compagnia di quei personaggi che tanto amano, augurandosi che ci sia una nuova avventura da vivere e che questa storia non finisca mai.

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