Torna in libreria Matteo Righetto con “La terra promessa”, romanzo che chiude la “Trilogia della patria”: i fratelli De Boer sono pronti ad affrontare la sfida della traversata verso il Nuovo Mondo - Su ilLibraio.it un estratto

Vent’anni lei, dodici lui, dopo tante vicissitudini i due fratelli Jole e Sergio De Boer, figli di Augusto e Agnese, sono pronti ad affrontare la più grande delle sfide: lasciare la propria terra, che nulla ha più da offrire, per raggiungere il Nuovo Mondo.

Nella traversata, che dura più di un mese, stesa su una brandina maleodorante, mentre la difterite dilaga a bordo e i cadaveri vengono gettati tra i flutti, Jole sente ardere in sé la fiamma della speranza, alimentata dalla bellezza sconosciuta del mare e da un soffio di vento che di tanto in tanto torna a visitarla, e in cui lei è certa di riconoscere l’Anima della Frontiera, il respiro universale che il padre Augusto le ha insegnato a riconoscere.

I due fratelli, figli di coltivatori di tabacco a Nevada, in Val Brenta, affrontano il loro futuro: per la prima volta salgono su un treno che li porterà fino a Genova dove, loro che hanno sempre vissuto tra le montagne, vedranno il mare. Per la prima volta Jole e Sergio sono soli di fronte al destino e lei sa che, presto o tardi, dovrà raccontare al fratello la sorte tragica toccata ai genitori.

Dopo L’anima della frontiera e L’ultima patria arriva in libreria La terra promessa, l’ultimo capitolo della Trilogia della patria (pubblicata da Mondadori) di Matteo Righetto, studioso di letteratura ambientale e già autore di romanzi come La pelle dell’orso (Tea), che racconta la solitudine, l’amicizia, la forza d’animo e di volontà di un personaggio che, sebbene così giovane, si ritrova ad affrontare il senso di colpa di chi è costretto ad abbandonare la propria terra, provando nostalgia e speranza nel tentativo di inventarsi un futuro e continuare a vivere.

La terra promessa Matteo Righetto

Per gentile concessione dell’editore, ilLibraio.it pubblica un estratto del romanzo:

Il giorno seguente la Jole salì sul ponte di coperta insieme a Sergio.

Splendeva il sole. Tutto era colorato di blu. Cielo e mare.

Sembrava quasi che nella notte si fosse abbattuto quel diluvio universale di cui le aveva parlato sua madre, quando le aveva raccontato la storia di Noè e della sua famiglia.

Si ritrovò a pensare che anche lei e tutti quei migranti a bordo della San Cristoforo in fondo erano come i numerosi animali saliti in quell’arca salvifica narrata nella Bibbia.

La Jole guardava l’orizzonte piatto e lontanissimo. Lo scrutava con un senso di ammirazione e timore.

Se ne stava in piedi con lo sguardo fisso, ora sull’orizzonte, ora sulle onde, infine sul volo di alcuni gabbiani che inseguivano la nave.

In quegli istanti si rese conto che l’aria odorava fortemente di sale, più dei giorni precedenti. Quella sensazione risalì le sue narici e si impresse per sempre nella memoria intrecciandosi all’immagine dell’immensità blu.

Era successo tutto così all’improvviso che non riusciva a trovare pace, si sentiva inquieta, nonostante un chiaro istinto di fiducia si mantenesse sempre vivo nei suoi sentimenti.

“Cosa è successo alla mia vita? Cosa mi riserverà la sorte?”

La nave scivolava in silenzio sul pelo dell’acqua. La Jole se ne stava in disparte, ritta in piedi, intenta a guardare insistentemente i gabbiani e ad ascoltare le loro grida, nonostante le urla di alcuni bambini e i lamenti di dolore di qualche malato portato all’aperto per fargli respirare l’aria sana del giorno.

Sopra di loro, i fumaioli sbuffavano intense nubi di vapore bianco che a tratti, trasportati dal vento, scendevano sul ponte.

Tutto era immobile, intorno a lei e alla San Cristoforo. Ogni cosa sembrava congelata: lo spazio, il tempo, il mondo intero.

“Mi sembra di rimanere ferma, imprigionata in mezzo a questa enorme massa d’acqua salata.”

Soltanto la scia di schiuma bianca che vorticava a poppa la convinse che la nave si stava muovendo realmente, solcando il mare in una direzione precisa.

Sergio osservò la sorella come si osserva un cielo che si apre al sole dopo alcuni giorni di pioggia. La fissava, immobile e statuaria, coi capelli sciolti dal vento, lo stesso vento che disegnava sul suo sguardo un’ombra di malinconia.

La Jole si chiese se quello fosse il suo vento, il suo alleato: l’anima della frontiera.

Sergio fissò lo sguardo di sua sorella e cercò di riconoscervi i tratti della sua tenacia. La Jole gli sembrava sempre forte, in ogni situazione. Di lei si fidava ciecamente.

Avvertì un improvviso senso di colpa misto a un’inspiegabile voglia di stringerla. Non lo fece, però, poiché ebbe paura di commuoverla o di farla stare male. In quel momento sarebbe stato disposto a fare qualsiasi cosa per lei, proprio qualsiasi. Ma non avrebbe mai voluto vederla piangere.

Continuava a osservarla, attento a non farsi vedere, mentre lei ammirava il cielo come se stesse attendendo una risposta.

Una voce. Ma non una qualsiasi, bensì quella dell’anima della frontiera.

(continua in libreria…)

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