Thomas Ligotti, maestro della weird fiction, racconta a ilLibraio.it la sua idea di letteratura horror, e riflette su tematiche come il disagio psichico e la compenetrazione di reale e sovrannaturale... - L'intervista

Thomas Ligotti è il sovrano di un regno macabro e disperato, diretto erede di Lovecraft e maestro contemporaneo della weird fiction e dell’horror filosofico. Grazie alla casa editrice milanese Il Saggiatore, che sta portando avanti un accurato lavoro sulla sua opera dal 2015, possiamo leggere La cospirazione contro la razza umana (2016), saggio a cui viene fatto riferimento anche nella fortunata serie HBO True Detective, e le raccolte di racconti Teatro grottesco (2015) e Nottuario (2017).

Thomas Ligotti

Ligotti è un autore radicale, che crea micro-universi profondamente disturbanti – più che spaventosi – e personaggi accomunati da una fondamentale scissione rispetto alla società circostante. Certo, nei racconti di Ligotti compaiono anche creature fantasmatiche o, più genericamente, legate al soprannaturale, ma sono i recessi della mente umana a suscitare nel lettore il più sconcertante straniamento. L’horror diventa dunque nei libri di Thomas Ligotti un mezzo per riconoscersi, non importa a quale costo, uno specchio che rivela l’essenza immutabile delle cose, una verità angosciante a cui non è possibile sfuggire, perché è, in fondo, la nostra.
ilLibraio.it ha intervistato Thomas Ligotti per discutere con lui alcune delle tematiche più importanti del suo lavoro, come la follia, l’incubo, e la disgregazione della realtà.

 Nottuario di Thomas Ligotti

La maggior parte dei suoi personaggi sono dei diseredati, reietti che non riescono a integrarsi pienamente nella società. Questo aumenta il senso di “disturbo” che il lettore percepisce immergendosi nelle sue storie: le patologie umane, gli abissi della mente, fanno più paura di zombie e vampiri. Forse perché il terrore e le creature fantasmatiche, di fatto, non si trovano al di fuori di noi ma all’interno della nostra mente?
“Di solito uso il termine ‘horror sovrannaturale’ per descrivere quello che scrivo. Ma l’utilizzo di questa definizione è una questione di convenzioni strettamente letterarie. Gli effetti emozionali che cerco di evocare sono un senso di disturbo, e le sensazioni dello spettrale e dello sconcertante. Non nascono però da uno sforzo intenzionale: sono elementi insopprimibili della mia natura psichica. Sono emozioni che di solito avvertiamo esclusivamente nei sogni, dunque sono psicologiche per loro stessa natura. Allo stesso tempo sto anche attento a fornire a queste emozioni una fonte esterna: senza la prospettiva di qualcosa al di fuori di noi, una narrativa del mistero e dello sconcertante è meno efficace. Dal mio punto di vista, sia nel mondo intorno a noi sia in quello dentro di noi, c’è qualcosa di terribile e di profondamente sbagliato. Voglio mostrare come questi due incubi si nutrano l’uno dell’altro e si rafforzino a vicenda. Ciò nonostante, non utilizzo quasi mai mostri ‘tradizionali’. Anche nei rari casi in cui scrivo una storia con un fantasma o un vampiro, questi personaggi non sono mai il prototipo tipico dei racconti horror, e servono per finalità completamente diverse”.

Può fare un esempio?
“Nel mio racconto The Lost Art of Twilight, il protagonista non assomiglia agli altri vampiri. Il suo tratto caratteriale principale è quello di ripudiare sia la vita dei vampiri, sia quella degli umani. Questo atteggiamento riflette la mia visione del mondo, che è pessimistica. Lo scopo del vampiro, nell’economia della storia, è esprimere quel tipo di Welzscmersch [Dolore cosmico; N.d.R.] e di odio del mondo che è comune nei lettori di Arthur Schopenhauer e di altri filosofi pessimisti del diciannovesimo e del ventesimo secolo; così come quella ‘stanchezza del mondo’ e quegli stati patologici descritti dagli scrittori del Decadentismo, come Charles Baudelaire in Francia e quegli altri autori che, come lui, sono stati influenzati dal lavoro di Edgar Allan Poe, tra cui si possono nominare George Bacovia in Romania, Hagiwara Sakutaro in Giappone, e H.P. Lovecraft negli Stati Uniti”.

Sembra che la weird fiction sia per lei un mezzo per avvicinare il lettore a una più profonda conoscenza di se stesso. Secondo lei le esperienze spaventose, nella vita come in letteratura, permettono di riconoscere chi veramente sì è, come davanti a uno specchio?
“Non credo che gli esseri umani abbiano un ‘vero sé’. Li vedo di più come creature manipolate dalle loro esperienze. Il mio interesse è rivolto semmai a distruggere l’idea di un ‘vero sé’. Nel mio racconto The Small People, le ultime parole del narratore sono ‘Chi sono io? Cosa sono io?’. Certo, percepiamo noi stessi come reali, e magari è meglio così. Tuttavia questa è anche la nostra tragedia: essere consapevoli della sofferenza, della paura e della morte. Ed è questa consapevolezza che interpreto come la nostra terribile realtà. Fondamentalmente, la conoscenza più profonda che i miei personaggi arrivano a svelare è la strana e orribile natura della vita – il modo in cui si può rivoltare contro di te in ogni momento e rovinarti. Forse quanto ho detto finora fa sembrare che il mio obiettivo nello scrivere storie horror sia demoralizzare e deprimere i lettori: niente potrebbe essere più lontano di così dalla verità”.

Ci spieghi.
“Nel mio modo di interpretare la letteratura, ritengo che se una storia non riesce a intrattenere il lettore, a coinvolgerlo con personaggi ed episodi che non avrebbe mai immaginato da solo, allora quella storia ha fallito. Naturalmente i lettori sono attratti da scrittori che trasmettono emozioni e idee per loro comprensibili in base al modo in cui vedono se stessi e il mondo. Le storie di H.P. Lovecraft sono un eccellente esempio di un horror il cui scopo è quello di convincere i lettori che le loro vite sono prive di significato e si svolgono in un universo indifferente pieno di mostruosità extraterrestri. Tuttavia Lovecraft è uno degli autori più letti e amati nella storia della letteratura soprannaturale”.

Qual è il segreto dell’appeal di Lovecraft?
“Crea dei racconti che sono allo stesso tempo affascinanti e spaventosi. È la combinazione di questi due elementi che aggancia i lettori e li induce ad accettare idee lugubri che, nella vita reale, li renderebbero folli come i personaggi delle sue storie. Ci sono delle profonde verità espresse nei suoi lavori, ma Lovecraft le rivela sempre in modo da suscitare un senso di mistero ed eccitazione. Tutti i grandi scrittori fanno lo stesso, sia che scrivano delle tragedie come Shakespeare, sia raccapriccianti storie di fantasmi come M.R. James”.

I racconti di T.Ligotti

Nei suoi racconti i personaggi non hanno possibilità di scelta, o vie d’uscita. Il vero incubo sembra essere non tanto rappresentato dalle creature e dalle situazioni sovrannaturali con cui i suoi protagonisti entrano in contatto, quanto dall’assoluta impossibilità di uscire dall’incubo, di trovare una redenzione. L’incubo diventa una sorta di labirinto in cui mondo esterno e interiorità si compenetrano. Ritiene che nell’horror non sia possibile una via d’uscita? E se sì, pensa che sia così anche nella vita reale?
“La realtà esterna e quella interiore delle nostre vite si permeano a vicenda. E chi potrebbe negare che ci sia una sorta di ‘Fine del mondo’ ad aspettarci tutti? Se solo riuscissimo ad accettare questo fatto magari potremmo essere redenti. Aiutarci in vista di una trasformazione simile è lo scopo di religioni come il buddismo. Ma non credo che sia un obiettivo passabile di successo. Come ogni altra religione, il buddismo ci dà qualcosa da fare finché non riusciamo a farci strada fino al centro del labirinto ma, una volta raggiunto, finiamo per trovarci un mostro. Nella maggior parte delle storie horror, specialmente quelle scritte in forma di romanzo, la salvezza è raggiunta da quei personaggi che sono rimasti in vita”.

Sempre nei suoi racconti spesso trova spazio la tematica religiosa. Una religione che non è mai consolatoria, non è uno scoglio a cui aggrapparsi durante la crisi ma parte integrante della crisi stessa. Nei suoi testi traspare insomma una religione in cui l’elemento rituale e soprannaturale è molto forte, ma è un elemento oscuro, che conduce alla morte e alla follia, più che alla redenzione. Me ne può parlare?
“Quello che mi sembra intendiate con ‘religione’ è un senso di mistero e di ‘non conosciuto’, che è la vera fonte dell’esperienza spirituale. In uno dei miei primi racconti, The Last Feast of Harlequin, c’è un culto religioso basato sui precetti degli gnostici cristiani, che credevano che questo mondo fosse stato creato da un dio crudele e folle e non da una divinità amorevole e protettiva. Mentre gli gnostici cristiani concepivano una via di redenzione, non c’è una simile salvezza nelle storie che ho scritto, come The Mystics of Muelenberg, in cui una dottrina religiosa collettiva viene distorta e diventa il fondamento per una forza orrendamente distruttiva”.

Nelle sue storie la direzione è sempre quella della disgregazione, sia dell’individuo in sé, sia del contesto dove opera: per rendere anche visivamente questa impressione mi sembra che lei scelga dei contesti, che siano urbani o rurali, estremamente scarni, fantasmagorici. Una desolazione esteriore che rifletta la desolazione interiore delle vicende umane che racconta. Che importanza ha, dal punto di vista della narrazione, la costruzione del paesaggio?
“Questi paesaggi decrepiti sono l’architettura dell’atmosfera che cerco di creare nei miei racconti. Architetture di questo tipo non sono mai state assenti nella storia dell’estetica. Nel diciottesimo secolo erano di moda le rovine costruite artificialmente, e l’idea alla base era che ci fosse qualcosa di confortevole nella contemplazione della temporaneità. La stessa estetica sta dietro la tradizione giapponese di trovare consolazione in oggetti che sono rotti o in qualche modo irregolari. Si chiama Wabi-Sabi, parole che evocano tristezza e provvisorietà. Nel 1953, la scrittrice inglese Rose Macaulay ha pubblicato un libro intitolato The Pleasure of Ruins, in cui si sofferma sulla stessa specie di piacere paradossale e appagamento provato dai suoi predecessori del diciottesimo secolo. Più recentemente, nell’editoria è emerso un particolare interesse per le fotografie di rovine urbane. Questi luoghi decadenti, sia in contesti rurali che urbani, mi attraggono da molto tempo, e mi hanno anche indotto ad ambientare alcune mie storie in città medievali europee, inclusa Spoleto in Italia e Bruges in Belgio. Non le ho visitate, ma mi sembra in qualche modo di conoscerle. Più spesso, le mie città e cittadine disgregate e desolate, i vecchi negozi, le gallerie d’arte scadenti, gli istituti psichiatrici abbandonati, i palazzi inagibili, e le discariche piene di elettrodomestici rotti e mobili distrutti, conducono l’amore per le rovine a un’estetica di puro decadimento. C’è una sorta di irrealtà che circonda questi luoghi che ben si adatta all’essenza fantastica della mia narrativa. Danno ai miei racconti bizzarri e surreali un luogo in cui svolgersi che è abbastanza realistico da poter ospitare le psicologie spesso folli dei miei personaggi. Sia le mie ambientazioni, sia i miei personaggi esistono sull’orlo della totale decadenza e della scomparsa nel nulla”.

Utilizza qualche tecnica stilistica o letteraria in particolare per ottenere una reazione di inquietudine e angoscia da parte del lettore?
“Il mio stile di prosa si fonda in parte sull’influenza di determinati scrittori, alcuni dei quali sono stati nominati in questa intervista, e in parte sul lungo percorso che ho fatto per riuscire a esprimere la mia coscienza. Non cerco di causare nei miei lettori una determinata reazione: se questa si verifica è solo perché viene trasmessa la mia indole. L’inquietudine e l’angoscia provocati dalla mia tecnica stilistica derivano dalle mie personali inquietudini e angosce”.

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