"Una luce quando è ancora notte" di Valentine Goby nel 2014 ha vinto il Prix des Libraires. Ora arriva nelle librerie italiane

Mila, giovanissima militante nella Resistenza francese, viene deportata a Ravensbrück nell’aprile del 1944 insieme ad altre quattrocento donne. Non ha mai avuto alcuna aspirazione all’eroismo: se ha deciso di aiutare suo fratello e gli altri militanti parigini l’ha fatto per senso del dovere, con la semplicità dei suoi vent’anni. Come le altre prigioniere politiche, prova sollievo nell’apprendere che non sarà fucilata. Non sa nulla del viaggio che l’aspetta, non ha mai sentito nominare Ravensbrück. Del campo di concentramento ignora tutto, anche le parole per nominare le cose, le azioni, le regole che bisogna imparare per sopravvivere. E per raccontare alle altre donne il segreto che avrà un ruolo decisivo nel suo destino. Grazie alla solidarietà delle compagne e a una tenacia incrollabile, Mila riuscirà a scorgere un barlume di luce rappresentato dalla presenza, nel campo, di una Kinderzimmer, una camera per i neonati: un luogo paradossale di vita in un paesaggio di disperazione. Giorno dopo giorno, nella durezza di un autunno e di un inverno infiniti, Mila si aggrappa con tutte le forze a quella luce, per se stessa e per il bambino che porta in grembo…

Valentine Goby, classe ’74, autrice di otto romanzi e di numerosi libri per ragazzi, arriva nelle librerie italiane con Una luce quando è ancora notte (Guanda), che ha vinto nel 2014 il Prix des Libraires. Il suo è un romanzo che racconta la speranza di uscire dal lager, incisa nel corpo e nell’anima.

Su IlLibraio.it un estratto dal libro
(pubblicato per gentile concessione di Guanda)

1

Lo sfinimento di Mila davanti all’ingresso del campo. Quello che lei crede essere l’ingresso del campo, alti muri abbozzati nella notte oltre i fasci di luce puntati in tutte le direzioni, le sue palpebre che si abbassano di colpo mentre delle specie di aghi le bucano la vista. Intorno, quattrocento corpi di donna che le torce riducono in frammenti al fosforo – quattrocento, questo lo sa, sono state contate a Romainville: nuche, tempie, gomiti, crani, bocche, clavicole. Abbaiare di uomini, di donne, di cani, mascelle, lingue, gengive, peli, stivali, manganelli visti come attraverso uno stroboscopio. I fasci di luce, i suoni a raffica impediscono a Mila di vacillare, la tengono dritta come farebbe una salva di mitra.

Le fanno male le spalle, le vertebre, le anche, per la posizione in cui ha dovuto viaggiare nel carro bestiame, allungata su un fianco o in piedi su una gamba per quattro giorni, la lingua come un sasso in bocca. Per dissetarsi ha sporto la testa dal finestrino da cui le donne vuotavano l’urina e ha bevuto la pioggia.

Adesso aspetta davanti alla sbarra. La mano destra stringe il manico della sua valigetta. Dentro ci sono la fotografia di suo fratello, arrestato in gennaio, a ventidue anni, la fotografia di suo padre davanti al bancone di rue Daguerre, tra le forbici, i raschietti, i punteruoli, e poi i resti di un pacco viveri ricevuto a Fresnes, una maglia, un paio di mutande, una camicia, due pagliaccetti sferruzzati in prigione. Stringe il manico della valigia, l’unico territorio conosciuto, 40 x 60 cm, la valigia e la mano di Lisette, Lisette non più di quanto lei sia Mila, però Maria e Suzanne ormai appartengono a un’altra vita. E oltre quella vita non ci sono più nomi. C’è solo nero inciso da lame di luce e fari bianchi.

Ha saputo che sarebbe andata in Germania a Romainville, tutte l’hanno saputo lì. Non le avrebbero fucilate ma deportate, e non se ne erano nemmeno dispiaciute troppo, tranne alcune – fucilate come un uomo, vi rendete conto?, come un soldato vero, un nemico del Reich, sul mont Valérien, tra i martiri della Resistenza. Mila ha fatto il suo dovere, così diceva, il mio dovere, come quando si cede il posto a una donna anziana sull’autobus, spontaneamente e senza allori, nessun desiderio di eroismo in lei, e se possibile non vuole morire. La Germania piuttosto che una pallottola nel cuore. Non una scelta, tanto meno una gioia, ma un sollievo sì. Lascia Romainville a testa alta, in riga tra le altre quattrocento donne, sotto un sole grandioso. Lungo il percorso dal camion scoperto al treno, vedendole passare qualcuno impietrisce, la Marsigliese, pane e fiori le accompagnano fino ai binari, fino al vagone, dal l’interno lei sente ancora i ferrovieri cantare, mentre i Tedeschi rabbiosi mandano in frantumi i vetri della stazione. Sarebbe andata in Germania dunque, l’ha saputo lì.

E la Germania è Hitler, i nazisti, il Reich. In Germania sono internati prigionieri di guerra, uomini reclutati a forza nello STO, il Servizio di lavoro obbligatorio, deportati politici; in Germania si uccidono gli ebrei, si uccidono i malati e i vecchi con iniezioni e gas, Mila lo sa da Lisette, da suo fratello, dai gruppi della Resistenza; ci sono campi di concentramento. Lei non è ebrea, né vecchia, né malata. Lei è incinta, chissà se questo conta, e se sì, in che modo.

(continua in libreria…)

 

Commenti