"Può sembrare un paradosso quello di parlare di stress da troppo lavoro in un paese come l’Italia dove disoccupazione e valigie pronte per l’estero sono problemi diffusi. Chi invece un lavoro ce l'ha (magari lo ama, o lo detesta o, più frequentemente, ha paura di perderlo) può ben comprendere la difficoltà di trovare un bilanciamento tra l'aspirazione di vedere affermata la propria identità professionale e il rischio di scivolare in una forma di dipendenza dal lavoro". In occasione dell'uscita del nuovo romanzo di Francesca Scotti, "Capacità vitale", su ilLibraio.it la riflessione dell'autrice

Può sembrare un paradosso quello di parlare di stress da troppo lavoro in un paese come l’Italia dove disoccupazione e valigie pronte per l’estero sono problemi diffusi. Chi invece un lavoro ce l’ha (magari lo ama, o lo detesta o, più frequentemente, ha paura di perderlo) può ben comprendere la difficoltà di trovare un bilanciamento tra l’aspirazione di vedere affermata la propria identità professionale e il rischio di scivolare in una forma di dipendenza dal lavoro.

E questo ancor più in un momento storico in cui il mondo digitale e la tecnologia consentono di lavorare in ogni luogo, in qualsiasi momento, di essere reperibili praticamente sempre. Il lavoro ci segue, cammina con noi, viaggia, si siede al cinema ed entra in casa rendendo sempre più sbiadito il confine tra vita privata e professionale. Inoltre gli ambienti di lavoro sono spesso luoghi in cui la pressione è alta, i ritmi pretesi sono incalzanti e questo rischia facilmente di assillare. Senza arrivare a situazioni limite come quelle del Giappone dove le morti da troppo lavoro sono un fenomeno tristemente diffuso, che ha richiesto addirittura il conio di uno specifico neologismo (karōshi), termini quali “sindrome da workaholism“, “sindrome da burnout” fanno ormai parte anche del nostro lessico.

Stanchezza, stress che si accumula, mancanza di tempo e risorse per intraprendere nuovi progetti, ascoltare nuovi desideri, impegnarsi in relazioni e per affrontare i cambiamenti che inevitabilmente la vita ci presenta, sono alcune delle conseguenze che questo essere totalmente assorbiti dalla dimensione lavorativa comporta.

Adele, la protagonista di Capacità vitale, si trova esattamente in una situazione come quella sopra descritta: è un avvocato che ha da poco aperto il proprio studio e questo la polarizza completamente. Polarizza il suo tempo, le sue energie, anestetizza le sue emozioni e relazioni quasi annullandole. Anche quando si concede una pausa per dedicarsi a ciò che ama, come immergersi nelle profondità del mare, permette al lavoro di seguirla, di occuparla, di essere protagonista delle conversazioni. Adele non è una donna infelice, tutt’altro: ha ottenuto quello per cui ha studiato e che desidera o almeno così le pare.

Infatti qualcosa nella sua vita, satura di scadenze e termini incalzanti, d’improvviso cambia costringendola a mettere ogni cosa e soprattutto se stessa in discussione: la sua dipendenza dal lavoro nasconde una personalità che ancora, per alcuni aspetti, vuole e ha bisogno di formarsi, di scoprire altre ambizioni, una diversa sensibilità, uno spessore nuovo dei rapporti umani.

Se da un lato è certamente complesso trovare un buon equilibrio tra dimensione privata e soddisfazione lavorativa, dall’altro il rischio di perdersi aspetti vitali dell’esistenza, occasioni per arricchire la propria prospettiva sul mondo, è elevato – e paradossalmente questo può aumentare la distanza dalla propria realizzazione invece che accorciarla.

Credo che ricercare una frequenza per ascoltarsi, per ascoltare le proprie emozioni, l’universo che ci circonda fatto di rapporti, legami, accadimenti, voci, ma anche di dettagli – una canzone, una nuvola, un bacio, il profumo d’arancia, un sorriso amichevole, la pagina di un libro, un respiro profondo, il riflesso del cielo in una pozza d’acqua – sia centrale. Lo sviluppo della consapevolezza di sé, del bisogno di rigenerarsi, del valore dei momenti semplici, può essere una buona bussola per mantenere l’orientamento in un percorso quotidiano non semplice, spesso accidentato, ma potenzialmente capace di portare ogni giorno a incontri, scoperte, a istanti di meraviglia per le piccole cose.

Francesca Scotti capacità vitale

L’AUTRICE – Francesca Scotti (nella foto di Michela Chimenti, ndr), laureata in legge, musicista, è autrice di romanzi e racconti. Divide il suo tempo tra l’Italia e il Giappone.

Il suo nuovo romanzo, Capacità vitale (Bompiani), è la storia di una donna impigliata tra vocazione e morale, tra egoismo e generosità. Adele vive in una grande città ed è un giovane avvocato che ha appena aperto il suo studio. Ha accettato di difendere due allevatori di maiali accusati di maltrattamenti da un gruppo di animalisti: il caso è controverso, ma come sempre lei si lascia guidare dai fatti e dalla Legge più che dalla morale e dalle emozioni. Adele ama l’acqua, ama le immersioni che la lasciano sospesa nel silenzio circondata da una vita brulicante e piena di colori, ama la libertà che le offre quel mondo parallelo. Sono i primi giorni di luglio quando si lascia tutto alle spalle per raggiungere i suoi compagni, gli stessi da anni, e condividere con loro una settimana tra tute di neoprene, carte nautiche e uscite giornaliere nel blu. Ma un incidente scombina le carte e la vita di Adele deraglia dai binari su cui l’aveva indirizzata per dissolversi tra dubbi e incertezze

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