"Il libro che vi accingete a leggere è la realizzazione di un mio privato e anche morboso sogno: ovvero che uno scrittore di canzoni, uno dei più bravi in circolazione, analizzi come una canzone funziona, ne metta in mostra gli ingranaggi significanti...". Su ilLibraio.it la prefazione di Francesco Bianconi, leader dei Baustelle, a "Per il verso giusto", nuovo libro di Simone Lenzi, cantante dei Virginiana Miller

Tutte le canzoni sono canzoni d’amore (anche quelle che non lo sono); tutte le canzoni sono canzoni politiche (anche quelle che non si impegnano); tutte le canzoni sono orecchiabili (anche quelle che quando le sentiva tuo nonno si affacciava in cameretta e scuoteva la testa: “Ma che robaccia è?”): Simone Lenzi (livornese, classe ’68, cantante dei Virginiana Miller e autore del romanzo La generazione, da cui è stato tratto il soggetto per il film Tutti i santi giorni di Paolo Virzì) parte da qui e tra pentagrammi, parole e grandi nomi della musica italiana e internazionale – da Gino Paoli a Franco Battiato, dai Beatles ai Rolling Stones – nel saggio Per il verso giusto – Piccola anatomia della canzone (Marsilio) ci invita a entrare nel grande laboratorio della canzone popolare e a scoprirne il dietro le quinte…

simone lenzi

Su ilLibraio.it, per gentile concessione dell’editore, proponiamo la prefazione

Cos’è che ci spezza il cuore

di Francesco Bianconi
(leader e cantante dei Baustelle, scrittore)

“Canzonette”, “musica leggera”, così abbiamo cominciato a chiamare questi oggettini musicali, un po’ affettuosamente, come se ci si rivolgesse a un cagnolino (ma bastardo), e un po’ con disprezzo, quando li si confronta nelle conversazioni mondane con la musica cosiddetta classica, che si presume sempre assoluta (libera dalle logiche commerciali? Mah!), alta, bionda e più intelligente della media, come l’idea della donna svedese negli anni sessanta. Solo per il fatto di poterle rendere ridicole chiamandole con nomi che ne denotano una certa qual forma di bassezza rispetto all’alto, solo per il fatto di essere potenzialmente volgari, a me le canzoni pop piacciono parecchio. Un po’ come quando da ragazzino mi scoprivo a preferire Lanciostory ad altri fumetti – quelli, come dicevano i miei amici, “disegnati meglio” – o, già più grandicello, a guardare L’ispettore Derrick invece dei telefilm con la roboante polizia americana.

Per questa mia naturale inclinazione tendo a non fare distinzioni di merito, nel mondo ridicolo delle canzoni pop: non esiste canzone d’autore e canzone senza autore, e ogni altra forma di etichettatura – va bene, certo, ne capisco l’utilità giornalistica – conta assai poco per il sottoscritto. Che è uno che dalle canzonette si lascia violentare, prendere a schiaffi, folgorare sulla via di Damasco e soprattutto su quella Aurelia: sai quante volte, andando al mare, da Livorno in giù, accendere la radio e avere la sensazione dell’assedio, sentire la propria vita invasa da due accordi con una melodia sopra, da un colpo di rullante, da una dissonanza d’archi di Morricone messa all’inizio di quel classico di Paoli, che tutti conosciamo già e che ogni volta inevitabilmente ci sembra nuovo e chissà quante altre volte, in quanti altri contesti, ci spezzerà il cuore.

Ecco, appunto. Cos’è che ci spezza il cuore? Che vuol dire? Che cosa succede nel nostro corpo, cosa produce il cervello umano quando proviamo questi momenti di struggimento, quello che il paroliere italiano più famoso, in una nota canzone di Battisti, ci dava il permesso di chiamare “emozioni”? La risposta è più complessa di quanto si possa immaginare. Bisogna innanzitutto rendersi conto che questi gingilli volgari che i mezzi di comunicazione dell’era della riproducibilità riproducono sono degli oggetti significanti. Strani oggetti fatti di almeno due linguaggi, quello testuale e quello musicale, entrambi caratterizzati da propri codici di interpretazione. E la maniera in cui questi due linguaggi si fondono è essa stessa un nuovo linguaggio, fatto di regole di codifica e di decodifica. Regole che nel corso della storia si ripetono sempre uguali, oppure si ripetono con variazioni, o, nel migliore dei casi, per gli appassionati di rivoluzioni, vengono scardinate. E il bello, sappiatelo, è che ognuna di queste eventualità può farvi raggiungere l’orgasmo.

«Ci mancherebbe che le canzoni me le recensisse Roland Barthes», cantava Guccini tanti anni fa in “Via Paolo Fabbri 43”. Aveva ragione, dato il contesto storico in cui quella canzone era stata scritta, ma anche torto. Il libro che vi accingete a leggere è la realizzazione di un mio privato e anche morboso sogno: ovvero che uno scrittore di canzoni, uno dei più bravi in circolazione, analizzi come una canzone funziona, ne metta in mostra gli ingranaggi significanti, scendendo anche nel dettaglio, costringendoci a stare attenti e a faticare pure. Ci spieghi con il giusto distacco patemico, come fa il chirurgo, in che modo questi ninnoli riescono a farci perdere la testa (oppure anche perché ci annoiano a morte – può succedere anche questo, occhio!).

Roland Barthes non avrebbe dovuto scrivere recensioni sui Rolling Stones, no. Ma sarebbe stato bello se avesse scritto un saggio sulla canzone: non sono sicuro che oggi avremmo musica pop migliore, ma autori e ascoltatori più esigenti e preparati sì. Niente paura, lo ha scritto, e bene, Simone Lenzi. Buona lettura, trottolini amorosi du-du-dù da-da-dà.

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