"Maleducati o educati male?" è il nuovo libro dell'insegnante e blogger Isabella Milani, che affronta le problematiche dell'educazione dei più giovani, non solo a scuola... - Su ilLibraio.it un capitolo, dedicato ai genitori iperprotettivi

Chiedetevi se siete iperprotettivi, qualunque età abbia vostro figlio.

Il genitore iperprotettivo è quello che ritiene suo dovere proteggere il figlio da ogni fatica, impegno, preoccupazione o disagio. È convinto – in buona fede – che amarlo davvero significhi farlo vivere in una campana di vetro, proteggendolo da qualsiasi critica, da chiunque provenga: l’insegnante, il nonno, il compagno di giochi e perfino l’altro genitore.

Così facendo, lo abitua fin da piccolo a pensare che il mondo è una giostra sfavillante e che a lui dev’essere riservato sempre il cavallino bianco.

Quando – come per miracolo – i genitori si trovano fra le braccia il loro bambino appena nato, sentono che da quel momento dovranno proteggerlo. È normale. Il problema è che facilmente accade che si entri in modalità «protezione massima» e non si riesca più a uscirne. Capita a molti genitori, senza che se ne rendano conto. E così una madre corre a prendere un cannone quando vede una zanzara ronzare intorno a suo figlio.

Faccio un esempio. Il vostro bambino ha due anni ed è a tavola, seduto sul seggiolone. A un certo punto vuole prendere l’oliera. Voi dite di no, ma lui si dimena e cerca di salire sul tavolo. Cercate di rimetterlo seduto e lui si mette a piangere. Se vi sentite in colpa, se scatta in voi un allarme rosso e costringete tutti a far qualcosa per calmare il bambino, o se decidete di dargli l’oliera anche rischiando che si rompa, siete iperprotettivi. Non sopportate che si dispiaccia neanche per un minuto. Tutti i bambini piccoli piangono. È il loro modo di comunicare il disagio, la rabbia, l’irritazione quando non ottengono ciò che vogliono. Se piange perché non può avere o fare quello che desidera in quel momento, lasciate che pianga. Non succede nulla se un bambino piange un pochino: la prova sta nel fatto che un momento dopo non ci pensa più. Consolatelo, invece, se piange perché è stanco, perché si sente male, o si sente solo o ha paura.

Nei primi anni di vita il bambino deve imparare a camminare, a correre e a giocare senza farsi male: non riempite la casa di gommapiuma, non lo tenete sempre per mano, non gli impedite qualsiasi gioco che possa procurargli un bernoccolo. Controllatelo sempre, certo, ma da lontano.

Chiudete a chiave l’armadietto dei medicinali; conservate i detersivi e i prodotti pericolosi in un luogo inaccessibile; non lasciate a portata di mano i pacchetti di sigarette o le piante velenose; fate attenzione alle pentole sui fornelli, ai coltelli, ai balconi, alle sedie vicino alle finestre, al frigorifero, al congelatore, ai fili penzolanti degli elettrodomestici.

Insomma, controllatelo e proteggetelo solo dai pericoli veri. Lasciategli invece correre i piccoli pericoli.
Fate caso ai momenti in cui decidete di permettergli di fare qualcosa. Gli fate mille raccomandazioni? Allora non gli date davvero fiducia. Così facendo, gli mettete paura di sbagliare e di affrontare cose nuove. In questo caso siete sia iperprotettivi che ipercritici: volete proteggerlo da tutto e non lo considerate in grado di fare quello che – a fatica – gli permettete. Se decidete di lasciare che finalmente vada da solo a scuola o a comperare al negozio sotto casa, raccogliete tutte le vostre forze e impegnatevi a non usare frasi come «mi raccomando, stai attento alle macchine! / non andare in giro! / torna subito, altrimenti sto in pensiero / prima di andare alla cassa controlla di aver preso tutto, infatti ieri non hai preso il sale / guarda bene che il latte sia parzialmente scremato come ti ho scritto nel biglietto / non perdere il biglietto / controlla bene il resto», e via dicendo.

Quando torna a casa con quello che ha comprato, non vi buttate subito a controllare mettendo in evidenza ogni errore.

Lasciate perdere, imparerà con il tempo.

Quando vostro figlio vi chiede con insistenza un giocattolo perché «ce l’hanno tutti» o perché lo pubblicizzano continuamente in televisione, non correte a comprarglielo.

Non importa se si rattrista. Deve imparare che non si può avere tutto, che non lo si può avere subito e – soprattutto – che anche se una cosa ce l’hanno tutti non è detto che sia da comperare. E anche se ciò che desidera è davvero un bel gioco, deve imparare che nessuno può avere tutto quello che hanno gli altri e che nessuno deve sentirsi inferiore per questo, perché non è il possesso di oggetti a renderci migliori.
È molto importante trasmettergli il concetto da piccolo, perché da adolescente possa accettare il fatto che ci sarà sempre qualcuno che ha qualcosa che lui non ha.

E se vostro figlio è ormai un adolescente o quasi, è necessario recuperare il tempo perduto, cercando di rimediare agli errori che – voi come tutti noi – scoprite di aver commesso: spiegate adesso quello che non avete insegnato prima. Non c’è nulla di irrimediabile. Un figlio adolescente vi può capire, se gli parlate. Anche se – in quanto adolescente – sarà per definizione in conflitto con voi genitori, vi rinfaccerà fatti e parole, protesterà, si arrabbierà. Parlategli. Il conflitto a volte è necessario e utile per arrivare a comprendersi.

Qualsiasi età abbia vostro figlio, prima di cercare di capire lui, cercate di leggere dentro voi stessi. Riflettete sul vostro carattere, sulle vostre paure e sulle vostre convinzioni.

Magari c’è qualcosa da cambiare, da migliorare.

Controllate il vostro comportamento nei confronti della Scuola e degli insegnanti, per esempio. Che cosa accade se la vostra bambina prende un voto inferiore a quello che avreste voluto? Le fate subito l’interrogatorio per trovare il motivo di quello che considerate un insuccesso intollerabile? «Che cosa ti ha chiesto?», «Eppure la sapevi!», «Lo aveva spiegato la maestra?», «Ma interroga sempre te?», «E gli altri quanto hanno preso?». La bambina, probabilmente, accorgendosi che siete critici nei confronti dell’insegnante, proverà a scaricare su di lei tutta la responsabilità del brutto voto: «Io avevo studiato!», «A me ha fatto domande difficili e a Roberta ha chiesto poco o niente e le ha dato un bel voto!», «Ce l’ha con me!», «Non l’aveva spiegato!», «Mi ha sgridato!»,«Mi ha preso in giro!», «Mi ha detto che non ho studiato e invece ho studiato!». E forse tenta anche una lacrima. Ecco.

Se voi reagite rabbuiandovi come se vostra figlia fosse stata vittima di una grave ingiustizia, se date per scontato che la colpa è dell’insegnante, se provate irritazione e risentimento come se avessero fatto un grave torto a voi facendo soffrire senza motivo la vostra bambina, ecco, siete iperprotettivi.

Se poi dite alla bambina una frase come «Ah, sì? Non ti preoccupare! Domani le parlo io e vedrai che la prossima volta non lo fa più!», ecco: state danneggiando vostra figlia.

Il danno consiste nel fatto che non le permettete di misurare le sue azioni in base alle valutazioni, alle parole e ai comportamenti degli altri, e che, screditando l’insegnante, portate vostra figlia a non sapere più a chi credere, o, peggio, a ritenersi vittima di soprusi e di sentimenti ostili, anche perché – non dimentichiamocelo – i bambini vogliono bene alla «loro maestra».

Provate ad analizzare obiettivamente. I casi sono sostanzialmente due.

1) La bambina non ha avuto voglia di studiare con l’impegno necessario. L’insufficienza è meritata. Perché volete togliergliela? E perché giudicate l’interrogazione voi, da casa, e non lasciate fare all’insegnante, che sta svolgendo il suo lavoro?

Rimproverate allora vostra figlia, spiegandole che l’impegno è indispensabile, se si vogliono ottenere dei risultati.

2) La bambina ha studiato, ma non è stata capace di studiare bene o non ha capito l’argomento, anche se in classe è stata attenta. Non la sgridate assolutamente. Andate a parlare alla maestra e spiegatele che la bambina crede di aver studiato bene, ma che non ha capito la lezione. Lasciate gestire all’insegnante il voto, il comportamento da tenere e le strategie da adottare.

E che cosa accade se vostro figlio arriva a casa con una nota disciplinare perché si è messo a fischiare durante la lezione?

Gli credete quando vi dice che non ha fatto nulla o che è vero che fischiava, ma che fischiavano anche gli altri e il professore ha dato la nota solo a lui? Telefonate magari anche ai genitori degli altri compagni per sentire bene com’è andata? Se ve la prendete con l’insegnante che ha messo la nota, siete iperprotettivi.

E siete una mamma iperprotettiva (perché nella mia esperienza questo lo fanno soprattutto le mamme) anche quando vi mettete sedute accanto a vostro figlio, fin da piccolo, per fare i compiti insieme a lui, per paura che non capisca, che si trovi in difficoltà, che debba affrontare il dispiacere di un brutto voto, che rimanga male se non sa rispondere.

Siete iperprotettivi quando fate parte di un gruppo whatsapp insieme ad altri genitori della classe, e ogni giorno vi consultate su quello che accade in classe, sui compiti, sulla lezione di storia, e vi scambiate consigli sull’esercizio di analisi logica, e previsioni sul titolo del tema del compito in classe, ecc.
Siete iperprotettive (anche questo lo fanno soprattutto le mamme) quando intervenite nei litigi fra vostra figlia e le sue amiche del cuore, o quando pretendete di entrare nei rapporti fra vostro figlio e la sua ragazza, cercando di mettere pace, o di farvi raccontare nel dettaglio o di dare dei consigli.

Siete iperprotettivi (questo lo fanno sia i padri che le madri) quando andate a parlare con l’allenatore di vostro figlio per chiedergli come mai non lo ha fatto giocare.

Tutte le volte che aiutate vostro figlio a fare i compiti, gli portate lo zaino, fate voi il suo letto, mettete a posto i suoi giochi, i suoi libri, i suoi quaderni, state insegnandogli a essere dipendente dagli altri. Senza contare il fatto che, allo stesso tempo, gli insegnate che siete i suoi servitori.

Tutte le volte che intervenite nei rapporti di vostro figlio con gli amici, con gli insegnanti, con i parenti, con i compagni di scuola e date spiegazioni al posto suo, lo giustificate davanti agli altri, o gli date consigli non richiesti per evitare che rimanga male, si rattristi o si arrabbi, siete iperprotettivi.

So quanto è difficile vedere in difficoltà un figlio, ma a volte è necessario anche sapersi mettere da parte, se si vuole che cresca capace di cavarsela da solo: nella vita reale, infatti, potrà incontrare, anche più di una volta, chi lo farà soffrire. È normale, capita a tutti. Ma se gli avrete risparmiato ogni piccolo disagio, quando accadrà, non saprà come comportarsi e, soprattutto, come difendersi e risollevarsi.

E quando credete di aiutarlo proteggendolo – dallo spigolo, dal compagno di giochi, dalla noia, dall’insegnante – in realtà state distruggendo la sua autostima. È come se gli diceste: ti proteggo perché tu non sei in grado di schivare lo spigolo, non sai gestire un’amicizia, non hai nessuna creatività, non sai studiare, non capisci, non sai fare nulla senza il mio aiuto. Si sentirà sempre inadeguato, bisognoso dell’approvazione di qualcuno prima di prendere una decisione e di assumersi una responsabilità.

Se imparate ad accorgervi di quando state scivolando in un comportamento iperprotettivo, siete già a buon punto. Dovete pensare che quando vostro figlio è a scuola, non è in una strada del Bronx sotto il tiro delle pistole.

Quando litiga con gli amici, quando non gioca una buona partita e deve sopportare la delusione e le derisioni, quando un insegnante lo rimprovera, e perfino quando un compagno lo prende in giro perché è troppo basso o magro o grasso, non entrate nel panico. Controllatelo da lontano e senza che lui se ne accorga: sta crescendo, sta imparando ad affrontare la vita. Lasciateglielo fare.

Lasciate perciò che vostro figlio cada e che impari a rialzarsi da solo; che si stanchi e si alleni ad accettare la fatica; che faccia i compiti da solo e provi e riprovi finché non ci riesce; che senta la noia e trovi da solo dei modi per vincerla; che si prenda la responsabilità dei suoi errori; se litiga con gli amici o con la ragazza, lasciate che ne venga fuori da solo. Crescere è faticoso e a volte anche doloroso. Permettetegli di crescere e di affrontare le difficoltà con le sue forze, mentre voi vi limiterete a un controllo discreto.

Abbiate fiducia in lui.

La vita è una corsa a ostacoli: vostro figlio non può imparare a superarli se voi lo allenate a correre in una pista in cui li avete tolti tutti. Non c’è alternativa: se lo proteggerete troppo, non gli insegnerete a vivere.

(Continua in libreria…)

IL LIBRO E L’AUTRICE – Isabella Milani è lo pseudonimo di un’ insegnante e blogger che ha alle spalle un’esperienza più che trentennale di insegnamento nella scuola italiana e la racconta dall’interno: il suo primo libro L’arte di insegnare, Vallardi, è un manuale di consigli pratici rivolto agli insegnati, che raccoglie quanto imparato in tanti anni di carriera.

Il suo nuovo libro, sempre pubblicato da Vallardi, s’intitola Maleducati o educati male? affronta il problema dell’educazione, dal punto di vista degli insegnati e non solo: tratta le difficoltà che anche i genitori incontrano quando si relazionano con i ragazzi e offre diversi suggerimenti per rendere i rapporti più facili, spiegando l’importanza del buon esempio nell’educazione dei più giovani.

L’autrice tiene un blog aperto a chiunque voglia chiedere consigli sull’educazione dei ragazzi e sul rapporto fra genitori e insegnanti; è una piattaforma su cui condivide anche i suoi articoli su ilLibraio.it. del quale è regolare collaboratrice.

 

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