Qualche sera fa, tornavo a casa a un’ora molto tarda...". Su ilLibraio.it la riflessione autobiografica della scrittrice Giusi Marchetta, che parte dal dibattito di questi giorni legato al caso Weinstein e dalle polemiche per le denunce sui social (attraverso #quellavoltache e #metoo)

Anch’io, ovviamente. Qualche sera fa, tornavo a casa a un’ora molto tarda. La strada era deserta con un solo bar ancora aperto e pochi avventori fuori: quattro uomini, che ho guardato appena passando, di cui ho religiosamente ignorato i versi e i richiami che mi hanno indirizzato, finché uno di loro non ha detto: – Sei sola?

Per un attimo ho rallentato e lui ha alzato la voce per assicurarsi che sentissi: – Stai tornando a casa da sola?

Allora ho avuto la tentazione di fermarmi, di tornare indietro e di chiedergli: Ma tu ti rendi conto?

Sono tornata a casa di sera moltissime volte nella mia vita e per fortuna finora non mi è mai successo niente di più grave di quanto non capiti di solito a qualunque donna nell’arco della sua vita quando rincasa da sola. Come tutte cambio marciapiede se necessario, evito di incrociare lo sguardo sbagliato o l’attenzione indesiderata. Ho sempre ignorato chi mi ha infastidito, seminato l’occasionale seccatore. Mi sono difesa. Lo facciamo tutte scegliendo accuratamente cosa fare, cosa evitare.

L’altra sera però è stato diverso. Per il contesto, il tono e perché veniva da un gruppo, il “sei da sola?” aveva un leggero senso di minaccia. Mi ha spaventato per un attimo e poi mi ha nauseato. Sono pronta a scommettere che il tizio in questione non avesse cattive intenzioni e nemmeno gli altri che ridacchiavano. In un mondo in cui però qualcosa di orribile succede a una donna solo perché sta tornando a casa da sola, lui si è divertito a minacciarmi per scherzo. E per ottenere cosa? Per agitarmi? Non credo. Era solo per perdere tempo, per giocare con me come se fossi una lumaca davanti a cui si agita il dito per vedere se ritira le antenne.

Checché ne dicano in questo momento moltissimi denigratori dell’ondata di denunce virtuali mossa da #quellavoltache ideata da Giulia Blasi o l’internazionale #metoo, non butteremo via il genere maschile con l’acqua sporca. È evidente che esistono uomini che per sensibilità, educazione e a volte semplice buonsenso non si comportano così. In comune con il tizio del bar hanno però una cosa importante: la possibilità di farlo. Si tratta di un privilegio in molti casi silente, tanto che quasi non si vede. Eppure esiste e scava un abisso tra me e l’amico con cui ero uscita quella sera che è tornato a casa come sempre: pensando solo ai fatti suoi.

Niente di grave si dirà, (si dice, lo stanno scrivendo in molti in queste ore sui social): cos’è una battutaccia per strada? Cos’è un pantalone abbassato, una strusciata addosso? Le donne non sono bimbe spaurite, né vittime indifese. Su questo posso concordare. Non siamo bambine però lo siamo state: ci hanno insegnato ad avere paura dei desideri e delle reazioni dei maschi e a volte a prendercene la colpa. E nonostante questo riusciamo spesso a uscire dalle situazioni più sgradevoli, a lasciarcele alle spalle. Mi domando due cose però a questo proposito.

La volta che non riuscissi a difendermi, quello che mi succede sarebbe colpa mia? Essere o sentirsi più esposte, magari proprio a causa di una violenza subita o una brutta esperienza alle spalle non merita solidarietà perché è una debolezza?

Poniamo che lo sia. Non lo credo, ma mettiamo che nel 2017 in occidente sia un mio dovere imparare a difendermi in modo efficace: non considerare mai le donne vittime rende necessariamente gli uomini non colpevoli? Una molestia evitata è una molestia mai fatta? A giudicare da quello che scrivono in molti e in molte, pare di sì.

Non sono tornata indietro a chiedere a quel tizio se si rendeva conto. Sono sicura che non mi sarebbe successo niente di male se lo avessi fatto. Ne sono sicura al novanta per cento. Non l’ho fatto per colpa di quel restante dieci percento e della voce così familiare nella mia testa che mi ha ingiunto di andare avanti, di minimizzare il danno. Come al solito ha sussurrato: non metterti nei guai; in fondo non è successo niente.

Scansiamo il bar, l’angolo di strada buio, la mano sull’autobus. Non riusciamo a scrollarci da dosso quello che queste cose significano: l’abuso di potere. Da quello più becero, legato alla forza fisica, a quello culturale, l’handicap di vivere in una società che vede sempre nella donna vittima una potenziale complice della violenza. Bisogna solo capire il grado di complicità ma dallo stupro alla violenza domestica, non c’è caso in cui non venga tirata in ballo. Quanto era corta quella minigonna, ci chiedono. Quanto era chiaro quel no? E se non voleva, perché è andata con lui?

Il potere non è solo la possibilità di fare del male a qualcuno. È decidere se farlo o meno. È decidere di farlo e trovare sempre qualcuno pronto a giustificarlo in qualche modo.

Nel mondo del lavoro l’abuso di potere (soprattutto nel nostro mercato del lavoro) si esplica in varie forme su sottoposti uomini e donne. Solo sulle donne però diventa molestia sessuale semilegittimata, cioè come parte del funzionamento del sistema.

La chiamano “scelta” in questi giorni, su facebook e negli articoli di alcuni giornali: la scelta di restare e subire la molestia del produttore, del regista, del capo oppure di andarsene “con uno schiaffone” come qualcuno ci tiene a precisare, vantando la propria integrità o chiedendo rispetto per le donne che, quando lo hanno fatto, hanno vista conclusa la loro carriera.

Mi chiedo questa scelta dove sia esattamente. Per come la vedo io si tratta di due situazioni in cui a perdere è sempre la donna coinvolta. Se accetta e subisce la molestia, nessuno la perdonerà quando ne parlerà in termini di ricatto. Se riesce a sottrarsi, paga col lavoro. Era brava, che importa? Aveva talento, che conta? Può certo accontentarsi di tutta la stima e degli applausi di chi ne apprezza il rigore morale. (In prima fila i colleghi maschi che hanno continuato a lavorare senza mai provare un’esperienza simile. Ma, pazienza; del resto cosa c’è di più nobile e santo di una donna che non si prostituisce?).

Se mi guardo intorno e penso alle situazioni lavorative più varie di mia conoscenza, non ricordo ambienti privi di dinamiche logoranti: impliciti ricatti, mobbing, piccoli e grandi coercizioni quotidiane finalizzate ad aumentare la produzione. Solo alle donne però è diretto l’abuso di potere di natura sessuale ed è così frequente da far immaginare che per molti uomini nei posti di comando sia un pensiero ricorrente. Una specie di selezione del personale femminile.

C’è un’altra differenza dunque tra me e l’amico che è venuto con me al cinema quella sera e che è tornato a casa senza problemi, come sempre gli succede. Entrambi lavoriamo nello stesso ambiente. Di più: abbiamo lo stesso sogno, inseguito con fatica e al prezzo di molti sacrifici. Soltanto a me però sarebbe potuto capitare di dover mettere sul piatto questo lavoro e qualcosa di altrettanto importante. Per questo forse immagino così una ragazza giovane messa davanti a questa forma di violenza: è su un divano e si chiede come minimizzare il danno. E, a differenza di quello che molti italiani e italiane in questi giorni hanno scritto, non la vedo meno vittima o addirittura complice in base a quale delle due cose decide di sacrificare.

Qualcosa sta cambiando, comunque. Le denunce a Cosby e Weinstein, la voglia condivisa di molte donne di parlare di quello che accade nonostante le prese in giro e le accuse di vittimizzare la categoria e rovinare per sempre i rapporti con gli uomini. Qualcosa sta cambiando e anzi cambierà se si continuerà a denunciare il colpevole e, soprattutto, a vederlo.

È un compito a volte difficilissimo ma potrebbe esserlo di meno se ci esercitassimo tutti, uomini e donne, a empatizzare con la vittima prima di metterne in dubbio l’onestà. Se non scambiassimo continuamente il termine “vittima” con “persona debole” (cosa che a volte rende estremamente penoso per chi ad esempio ha subito uno stupro e l’ha denunciato sentirsi dichiarare in parte colpevole del dramma che qualcuno gli ha inflitto). Se, infine, pretendessimo che i piccoli futuri uomini venissero educati al rispetto e alla parità così come le compagne di classe all’empowerment. Li immagino già, adulti, rifiutarsi di accompagnare una ragazza appena maggiorenne nella suite di un produttore o diventare registi che rifiutano di scritturare l’attore che allunga le mani; e poi li vedo in tanti, uomini con cui convivere è normale, mai inutilmente spaventoso, o fastidioso, o offensivo. E tra questi ne vedo anche uno al bar con gli amici, una sera tra molti anni, mentre alza gli occhi su una ragazza che va a casa e pensa che è tardi e tra poco anche lui farà la stessa cosa.

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L’AUTRICE – Giusi Marchetta, nata a Milano nel 1982, è cresciuta a Caserta, poi si è trasferita a Napoli. Oggi vive a Torino dove è insegnante. Per Terre di Mezzo ha pubblicato le raccolte di racconti Dai un bacio a chi vuoi tu (2008), con la quale ha vinto il Premio Calvino, e Napoli ore 11 (2010). Il suo primo romanzo, L’iguana non vuole, è stato pubblicato nel 2011 da Rizzoli. Nel 2015 è uscito, per Einaudi, Lettori si cresce.
Qui tutti gli articoli scritti da Giusi Marchetta per ilLibraio.it.

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