Proponiamo un racconto tratto dal 23esimo numero della rivista di racconti “L’inquieto”, firmato da Matteo Quaglia e accompagnato dalle illustrazioni di Crespa Emilia
È in uscita il 23esimo numero della rivista di racconti illustrati L’Inquieto. Fondata nel 2013 su iniziativa di Bernardo Anichini e Martin Hofer, ha coinvolto in questi anni centinaia tra scrittori, scrittrici, illustratori e illustratrici, esordienti o già affermati.
Il nuovo numero si intitola I Vespri e si può sfogliare e scaricare direttamente dal sito www.linquieto.it. Tra i nomi degli autori protagonisti troviamo Bernardo Anichini, Serena Barsottelli, Francesca Bruni, Giulia Matilde Cielo, Giulia Della Cioppa, Crespa Emilia, Brian Evenson (traduzione di Linda Farata), Liuba Gabriele, Samuela Lepori, Alfons Muzhani, Matteo Quaglia, Venereo Rocco e Spiral.
La cover è realizzata da Stefano Vita, l’impaginazione e la cura grafica sono di Nicolò Ciccarone.

Copertina a cura di Stefano Vita
Per gentile concessione della rivista, su ilLibraio.it proponiamo il racconto di Matteo Quaglia accompagnato dalle illustrazioni di Crespa Emilia.
Pappagalli
Mi faceva male il piede sinistro. Era estate. Tutto comincia sempre in estate, anche i dolori insopportabili. A causa del fastidio, camminavo a fatica. Si può dire che zoppicassi attraverso la stagione agognando la fine di tutta quella insensata sofferenza.
Le giornate erano una identica all’altra. Mi svegliavo, facevo colazione con mia moglie, poi lei andava in ufficio e io mi mettevo al computer. La sera, mia moglie rientrava e io mi lamentavo del piede. E così via.
Non che non mi curassi. Mi ero rivolto a un’ortopedica. Credeva che il mio fosse un problema di tendini. Mi prescrisse un’ecografia e mi lasciò il suo numero per trasmetterle i risultati.
Anche la radiologa che mi massaggiò il piede con quello strano apparecchio azzardò una teoria. Ripulendomi con della carta assorbente, disse che secondo lei la causa del problema era il morso di un ragno.
“Sa, i ragni violino sono ovunque, ormai – disse – Attenda fuori. I risultati saranno pronti in alcuni minuti”.
Mi sedetti su una di quelle scomode sedie in plastica colorata, e quando fu il mio turno, presi la busta con i referti e me ne tornai a casa. Più tardi, scattai delle foto alle lastre e le mandai all’ortopedica. Ed è così che comincia questa storia.
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Per tutto il pomeriggio l’ortopedica non rispose. Le due spunte azzurre indicavano che aveva letto il messaggio. Com’è ovvio, cominciai a pensare al peggio. Forse l’ecografia aveva evidenziato qualcosa di preoccupante. Resistetti alla tentazione di cercare con Google Lens una diagnosi online. Invece, attesi che mia moglie tornasse dall’ufficio, poi le proposi di uscire per un aperitivo. Avevo bisogno di una o due birre per distendere i nervi.
Fu a metà della seconda birra, che ricevetti il messaggio su WhatsApp. Era la risposta che tanto avevo atteso, ma era diversa da qualsiasi cosa mi sarei aspettato. Diceva, pressappoco, che anche lei aveva un gran bisogno di parlare con qualcuno, ma che non le sarebbe mai venuto in mente di inventarsi un sistema tanto strano per chiedere aiuto. Leggendo il messaggio, rimasi spiazzato. Mia moglie mi chiese cosa avessi e le mostrai il display. Lesse e per qualche secondo se ne stette in silenzio, la fronte corrugata. Poi, mi chiese se fossi sicuro di aver mandato le foto al numero corretto. Ero sicuro, sì.
“Forse anche la dottoressa sta bevendo un aperitivo – azzardò mia moglie – Magari si è dimenticata della vostra visita”.
Convenni che era un’ipotesi; eppure mi sembrava strano che avesse risposto in quel modo. Per quanti pazienti potesse seguire, era impossibile credere che non si ricordasse una visita del giorno prima. Per qualche minuto bevemmo la nostra birra in silenzio; infine dissi che avrei chiamato la dottoressa il giorno successivo, e che per adesso era meglio lasciar perdere la questione e goderci il nostro aperitivo.
“Comunque, secondo me hai sbagliato numero”, tagliò corto mia moglie.
Mi morsi la lingua e cambiai argomento.
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Il mattino seguente, dopo che mia moglie fu uscita, presi la cartellina medica in cui collezionavo ipotesi sul mio piede e ne pescai il foglietto con il numero dell’ortopedica. Mia moglie non si era sbagliata: avevo confuso un 1 con un 7; a mia discolpa, l’ortopedica aveva una calligrafia da cani. Scrissi a mia moglie e le spiegai l’accaduto, le chiesi un suggerimento sul da farsi. In che modo avrei potuto scusarmi per aver mandato foto a raggi x del mio piede a una persona sconosciuta?
Mia moglie rispose: Chiesi scusa e basta.
Presi lo smartphone e cominciai a scrivere un patetico messaggio. Scrissi che c’era stato un equivoco, mi dispiaceva enormemente, e via dicendo.
La risposta non si fece attendere. Diceva, pressappoco: Immaginavo ci fosse un errore. Non è la prima volta che capita. Le persone ultimamente sono distratte.
Rilessi due volte, ma non trovai tracce di un perdono. Quella risposta mi spiazzò. Mi sembrava scortese. A ruoli invertiti, avrei risposto che non c’erano problemi, che poteva capitare, che non serviva scusarsi. Sono sempre stato troppo indulgente. La persona, la falsa ortopedica, invece, non era interessata a esserlo. Rimasi per un po’ a rimuginare su quella strana risposta, e più ci riflettevo e più mi innervosivo. In fin dei conti, non avevo fatto niente di male. Mica avevo ucciso qualcuno! Mi ero solo sbagliato, aiutato nell’errore dalla pessima calligrafia della vera ortopedica. E avevo pure chiesto scusa. Forse, avrei fatto meglio a farmi valere. Valutai la possibilità di scrivere a mia moglie per chiederle se fosse il caso di rispondere per le rime alla falsa ortopedica, quando lo smartphone vibrò sul tavolo. Era di nuovo la falsa ortopedica. Cosa voleva, adesso? Infierire ulteriormente? Non le era bastato rigettare le mie scuse in modo tanto freddo? Immaginai che avesse rincarato la dose, magari aggiungendo qualche insulto. Già mi aveva dato della persona distratta, bastava e avanzava. Mi rifiutai di leggere il messaggio. Lasciai il cellulare sul tavolo e mi dedicai ad altro. Il che significava in quel periodo andare in bagno, riempire una bacinella d’acqua e sale grosso e immergerci il piede, sperando in qualche miracolo. Me ne rimasi una ventina di minuti così, dimenticandomi della falsa ortopedica e dei suoi messaggi.
Soltanto in quel momento, realizzai che non avevo ancora contattato la vera ortopedica. A causa di quella storia, il problema al piede era passato in secondo piano.
Questo pensiero mise la parola fine al pediluvio; ormai starmene con il piede in ammollo in santa pace era impossibile, preso com’ero dall’urgenza di scrivere alla vera ortopedica. Dunque asciugai il piede e tornai in cucina. Lo smartphone attendeva sul tavolo. Sapevo che, non appena l’avessi sbloccato, sarebbe comparso il messaggio della falsa ortopedica, e allora avrei dovuto leggere i suoi insulti, ma non c’era altro che si potesse fare: prima o poi, avrei dovuto affrontare la questione. Zoppicai fino al tavolo, presi un bel respiro e sbloccai il cellulare. Lessi il messaggio.
Diceva: Già che ci siamo, sarebbe mica interessato a un pappagallo?.
Nessun insulto, né scuse. L’equivoco pareva già dimenticato. Rilessi. Cos’era, adesso, questa faccenda del pappagallo? Pensai a uno scherzo. Poi, però, scartai l’ipotesi. Come scherzo, non aveva alcun senso.
Scrissi: Un pappagallo? Cosa intende?
Forse il messaggio si riferiva allo strumento utilizzato per urinare dopo gli interventi più invasivi. Magari, vedendo la situazione del mio piede, la falsa ortopedica aveva pensato che mi servisse un pappagallo dentro cui farla di notte, in caso di bisogno impellente. Vai a saperlo.
La risposta non si fece attendere: Un pappagallo, sì. O anche due pappagalli. Non tre, perché il terzo l’ho già promesso a una cara amica.
Altro messaggio: Non sporcano, sono abituati a fare i bisogni nell’apposito spazio dell’uccelliera.
Rimasi spiazzato. La falsa ortopedica stava proponendo pappagalli in carne e ossa.
Scrissi: Ma sono in vendita? Me li sta proponendo?
Risposta: Sono disposta anche a regalarli. Purché mi prometta di trattarli bene.
Che situazione assurda. Non mi era mai capitato di conoscere un venditore di animali su WhatsApp.
Scrissi: Ma… ha un negozio di animali?
Risposta: No. È una storia molto lunga. Poi le spiego.
Ricordai solo in quel momento che avrei dovuto inoltrare le foto dell’ecografia alla vera ortopedica; dunque, accantonai la conversazione sui pappagalli e scrissi alla dottoressa. Poi presi un libro e cominciai a leggere, in attesa che mia moglie rientrasse dall’ufficio. Per quella sera, dimenticai la storia dei pappagalli. O così credevo.
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I pappagalli riapparvero nel sogno che feci quella notte. Camminavo in un bosco buio, senza una meta, quando da dietro alcuni cespugli sbucava uno stormo di pappagalli, e mi prendeva di mira. Ero costretto a scappare. Trovavo rifugio in una palude; lì, i pappagalli si rifiutavano di seguirmi.
Mi svegliai di soprassalto. I pappagalli erano evaporati. In compenso, mia moglie era seduta contro lo schienale e mi stava guardando.
“Hai parlato nel sonno”, disse.
Fu a quel punto che le raccontai tutto. Finito di ascoltare, mia moglie convenne che si trattava di una questione strana; nemmeno lei aveva mai sentito parlare di commercio di pappagalli via WhatsApp. Disse che avrei fatto meglio a lasciar perdere, a dimenticarmi dell’intera vicenda; sarebbe stato insomma preferibile che mi dedicassi al piede e che non mi lasciassi trascinare in misteri sciocchi. La risposta di mia moglie mi prese alla sprovvista. Di solito era una donna curiosa. Infinite le volte in cui avevamo parlato dei progetti più disparati. Perché adesso mi consigliava di lasciar perdere? Doveva esserci qualcosa di grosso sotto, pensai. O, comunque, qualcosa che mi stava sfuggendo. Mi riaddormentai, più o meno immerso in pensieri simili.
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Il mattino seguente, però, la questione dei pappagalli aveva perso di importanza. Contattai la vera ortopedica, ascoltai la sua diagnosi, poi mi recai in farmacia e acquistai una crema antinfiammatoria. Tornai a casa, applicai la pomata sul piede e attesi il miracolo. Che non avvenne. In compenso, fui raggiunto da un messaggio su WhatsApp.
Allora, questi pappagalli li vuoi o no?
Di nuovo la falsa ortopedica. Era una tipa tosta, non mollava l’osso. Pensai di bloccare il contatto, ma poi, chissà perché, scrissi: Parlami di questi pappagalli.
La risposta non si fece attendere: Sarebbe meglio se ne discutessimo di persona.
Scoprii così che la falsa ortopedica viveva a circa due ore dalla mia città. Ero combattuto tra l’esigenza di scoprire cosa si nascondeva dietro la storia dei pappagalli e andare avanti con la mia vita. Alla fine, tergiversai. Scrissi che avrei discusso con mia moglie e poi mi sarei fatto vivo.
Quella sera parlai con mia moglie. Al contrario di quanto avrei creduto, accettò senza particolari resistenze di accompagnarmi nella città in cui viveva la falsa ortopedica.
“Potremmo andarci sabato – propose – Così poi, magari, ci fermiamo fuori a cena”.
Risposi che mi sembrava una bella idea. Sorrise. Ci abbracciammo. Non restava che organizzare l’incontro con la falsa ortopedica.
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In settimana, mi sottoposi a una visita nello studio della vera ortopedica. Esaminò il mio piede con attenzione. I medici, se ci si riflette su, non sono molto diversi dagli investigatori privati. Dato un certo problema (insomma, un corpo), cominciano subito a porre domande circospette (l’interrogatorio), per poi azzardare diagnosi. Nel caso specifico, la vera ortopedica era un’investigatrice spietata. Martoriò il mio piede, poi emise il verdetto. Il colpevole era un’infiammazione ai tendini. Mi consegnò il referto e l’impegnativa da presentare in farmacia.
Disse: “Se anche con questo non migliora, dovremo andarci giù pesante”. L’idea pareva metterla di buon umore.
Passai in farmacia e acquistai la striscia adesiva anelastica prescrittami. Dopo, scrissi alla falsa ortopedica: “Se per te va bene, noi verremmo sabato, dopo pranzo”.
Rispose con l’emoticon del pollice alzato, e mandò un indirizzo.
I giorni che precedettero il sabato, mi tormentai con l’idea di cosa dovessimo aspettarci dalla misteriosa falsa ortopedica. Non le avevo nemmeno chiesto come si chiamasse. Ogni cosa era un mistero.
La sera del venerdì, mentre eravamo a letto, mia moglie affrontò l’elefante nella stanza.
Chiese: “Non hai intenzione di tornare a casa con uno o più pappagalli, vero?”. Non risposi. Emisi un gemito.
“Perché non sapremmo proprio dove piazzarli”, continuò lei.
Risposi che lo sapevo. E poi i pappagalli nemmeno mi piacevano.
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Arrivammo all’indirizzo indicato. La falsa ortopedica stava aspettando. Era appoggiata a una baracca in lamiera, le braccia conserte su una felpa sportiva. Quando uscimmo dall’auto, ci venne incontro e si presentò. Il suo nome, così come il mio, adesso non è importante. Disse che era contenta di conoscerci di persona. Era molto gentile e sorridente. Teneva i capelli raccolti in una coda. Le sue dita erano callose. Immaginai che avesse un passato da giocatrice di pallavolo. Sembrava una persona molto versatile e accomodante. Ci scambiammo i classici convenevoli.
“Bene – disse, infine – Se siete d’accordo, vi mostrerei i pappagalli”.
La seguimmo dentro la baracca. All’interno, l’aria era irrespirabile. C’era tanfo di adolescenza e di campi, però peggio.
“Eccoli – disse la donna, indicando una gabbia – Loro sono Marcella e Roberto. Là infondo c’è la Susi, che però, come anticipavo, è già promessa”.
“Sono molto belli”, disse mia moglie.
Si avvicinò alla gabbia.
“Quanti anni hanno?”
La falsa ortopedica rispose che avevano rispettivamente cinque e sei anni. La sua espressione, ora, era cambiata. Sembrava a disagio, sul chi va là.
“Se non vi spiace, possiamo continuare il discorso fuori”, disse.
Quell’inferno di escrementi e lamiere non mi sarebbe mancato.
Una volta fuori, la donna riacquistò il suo buonumore.
“Allora, che ve ne pare dei pappagalli?”, chiese.
“Sono belli – dissi – ma avevo capito che non puzzavano”.
Cercai lo sguardo di mia moglie, che però nel frangente era concentrata sui suoi piedi.
“Voglio dire – aggiunsi – se uno deve tenerli in casa, la questione si fa impegnativa”.
La falsa ortopedica sospirò. Poi, ci invitò a prendere un caffè a casa.
Entrammo nell’abitazione e ci accomodammo su un vecchio divano. La falsa ortopedica sparì in cucina.
Rimasti soli, chiesi a mia moglie che idea si fosse fatta. Lei tirò su con il naso. “Quello che non capisco, è perché ci sia una gabbia così imponente, se dentro ci sono solo tre pappagalli”, disse.
“Magari vuole che i suoi pappagalli se la passino bene, no?”
“Okay, ma non è strano?”
“E va bene – concessi – è strano”.
“Comunque non me la sento di separare i due pappagalli. Voglio dire: non sarebbe crudele?”
“Aspetta, aspetta. Stai parlando di adottare quelle bestie? Ma non eri contraria?”
“Ho letto che i pappagalli sono animali intelligenti”, disse lei.
Tirò su con il naso. Disse: “Chissà se sanno parlare”.
Il ritorno della falsa ortopedica pose la parola fine alla discussione.
“Spero che il caffè vi piaccia ben zuccherato”, disse.
In verità, sia io che mia moglie eravamo soliti berlo amaro.
“Va benissimo”, dissi. Che situazione.
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Finiti i caffè, parlammo un po’ delle nostre vite. Chi eravamo, cosa facevamo, e via discorrendo. Per qualche minuto, ci concentrammo sul mio piede.
“Sembra che stia migliorando – dissi – ma non vorrei parlare troppo presto”. Infine, affrontammo la questione che ci aveva portati fin lì. La falsa ortopedica ci chiese se fossimo interessati ai pappagalli.
“Almeno uno ve lo portate via?”
Fu mia moglie a rispondere.
“Guarda, sono molto belli. Ma ci abbiamo pensato e non sapremmo dove metterli”.
Mi guardò. Feci sì con la testa. La falsa ortopedica si strinse nelle spalle. “Capisco. Vivendo in un appartamento non è facile”.
Si strinse di nuovo nelle spalle. A quel punto, mia moglie si schiarì la voce. “Senti, ci stavamo chiedendo. Come curiosità, eh. Perché non tieni i pappagalli in una gabbia più piccola?”
Fatta la domanda, si ritirò nel divano, quasi sperasse di finirci dentro.
La falsa ortopedica si alzò, si voltò e raggiunse una vetrina dall’altro lato della stanza. Con il corpo ostruiva la visuale. Dopo qualche secondo, tornò da noi. Reggeva un quadretto, raffigurante due persone giovani. Una era lei, poi c’era un uomo.
“Mio marito aveva questo vezzo – disse la donna – Insegnava ai pappagalli a parlare e pure a eseguire simpatici balletti”.
Mia moglie la guardò: “Da bambina avevo un pappagallo, ma quello non parlava. Non ne voleva sapere proprio”.
“Ci vuole molta costanza per farli parlare – disse la falsa ortopedica – Come in tutte le cose”.
Fece una pausa. Disse: “Mio marito aveva un modo di esprimersi tutto suo”.
E poi: “Non ho mai sentito nessun altro usare le parole che usava lui. Se ne inventava di sana pianta, poi le insegnava ai pappagalli. E quelli le ripetevano. Avete mai sentito la parola pipillare? O: Scimunco? Io mai. Solo da mio marito.”
Chiuse gli occhi, sospirò. Per un istante, fu come se le sue palpebre fossero interessate da un terremoto fortissimo.
Mia moglie si allungò verso la falsa ortopedica, fino a sfiorarne la spalla.
“Tutto bene?”
La donna riaprì gli occhi.
“Si impara a fare l’abitudine a tutto, o quasi. Ma ecco…”
Disse così, e tirò su con il naso. Richiuse gli occhi.
Mia moglie mi fece cenno di raggiungerla. Mi alzai e pure io posai una mano sulla spalla della falsa ortopedica. Sembravamo i cavalieri di Re Artù, chini sul nostro condottiero.
Restammo così, in silenzio, il tempo di udire il rumore di una decina di macchine schizzare sulla strada, poco distante, poi decidemmo di andarcene.
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Ripartimmo. Mia moglie guidava, io guardavo la strada. I campi correvano a entrambi i lati, un po’ gialli del primo autunno. Il cielo tendeva al viola. Si stava bene. Dietro di noi, Marcella e Roberto stavano in silenzio. Non spiccicavano parola.
A un certo punto, mi venne un dubbio.
“Ma… Non parlano?”
“Forse sono timidi.”
“Dici?”
“Magari devono ambientarsi. Che ne so, smollarsi un attimo”.
Sbuffai.
“E se quella si fosse inventata tutto per fregarci? Per appiopparci i suoi pappagalli?”
Mia moglie strinse il volante: “Ma no, figurati”.
“Ma se fosse. Che si fa, si restituiscono?”
“Ma che, sei scemo. Io già mi sono un po’ affezionata”.
Sul sedile posteriore, i due timidi pappagalli emisero un fischio.
“Forse si stanno schiarendo la voce”, disse mia moglie.
“Forse. Chissà”.
“Sono molto carini”.
Per il resto del viaggio, restammo in silenzio anche noi.

Illustrazione di Crespa Emilia
L’AUTORE – Nato a Tarvisio e trasferitosi poi a Trieste, Matteo Quaglia è autore di diversi racconti – pubblicati su diverse riviste letterarie, tra le quali Nazione Indiana, L’inquieto, Inutile, Crack e Bomarscé – e di un romanzo, Volevamo magia (edito da nottetempo nel 2025).
L’ILLUSTRATRICE – Crespa Emilia, nome d’arte di Giorgia Pirani, vive a Venezia e frequenta l’Accademia delle Belle Arti per la magistrale di Illustrazione e Fumetto, dedicandosi negli anni anche al disegno e alla pittura. Mostre a: Forte Marghera e Padiglione Antares (pittura); Ca’ Pesaro (opera di Paper Design); Ex-Chiesa del Ciliota (collettiva indipendente, pittura).
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Fotografia header: Copertina a cura di Stefano Vita