Siamo stati a Mornaga, sul lago di Garda, nella casa di Anna Katharina Fröhlich: un paradiso luminoso e un po’ decadente che custodisce l’anima del suo nuovo romanzo, “La tigre nel giardino”, un viaggio magnetico tra i profumi e le atmosfere dell’India. Con ilLibraio.it, l’autrice – membro del Cda di Adelphi e storica compagna di Roberto Calasso – rievoca la sua infanzia d’Oriente e la profonda eredità d’amore ricevuta da sua madre, raccontando il legame tra la cura della terra e il lavoro della penna: “La scrittura, come il giardino, esige totale devozione…”

Se la letteratura potesse prendere vita, se le pagine potessero acquisire una forma nella realtà invece di restare confinate al bianco e nero della carta, il risultato sarebbe probabilmente questo: un pomeriggio di giugno a Mornaga, sul lago di Garda, nella casa di Anna Katharina Fröhlich, mentre fuori il caldo estivo fa vibrare l’aria e dentro – tra le stanze e il giardino – si respira esattamente l’atmosfera del suo nuovo romanzo, La tigre nel giardino (Mondadori, traduzione di Giada Cassini).

Copertina del romanzo la tigre nel giardino di Fröhlich Anna Katharina

Non è una sfida facile restituire, attraverso le parole, ciò che accade quando a muoversi in una casa così è una donna la cui presenza è insieme maestosa e informale, incantata e vivace – esattamente come la sua voce si muove tra i racconti dei suoi libri: sorprendente e generosa, mai reticente. Siamo stati accolti nella sua casa in occasione di un incontro per la stampa organizzato dalla casa editrice.

Scopri la nostra pagina Linkedin

Seguici su Telegram
Scopri la nostra pagina LinkedIn

Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it

Seguici su LinkedIn Seguici su LinkedIn

Un giardino che sembra uscito da un romanzo

La casa di Fröhlich è un angolo di paradiso luminoso e un po’ decadente, dove ti aspetti di trovare all’improvviso statue di Ganesha o di Visnu, candele consumate a metà, libri d’arte impilati, argenteria annerita dal tempo, quaderni pieni di appunti manoscritti.

L’impressione, appena varcata la soglia, è quella di immergersi dentro un mondo letterario prima ancora che dentro una casa: tra alberi in fiore e l’odore di un giardino quasi labirintico, tra fontane e statue ricoperte di muschio che sembrano lì da sempre.

Anna Katharina Fröhlich nella foto di Claudio Sforza

Anna Katharina Fröhlich nella foto di Claudio Sforza

Eppure, a guardare bene, si può dire che il libro, la letteratura, l’arte – pur essendo ovunque, disseminati in ogni dove – non erano al centro della giornata. Al centro, come nel romanzo di Fröhlich, c’era la vita che scorre: il piacere di stare insieme, di arricchirsi a vicenda, di provare il desiderio di incontrarsi e conoscersi. Perché La tigre nel giardino è, prima di ogni altra cosa, una storia di desideri che prendono corpo – e che si incarnano in una protagonista capace di rifiutare ogni destino già scritto.

La trama dell'invisibile Anna Katharina Fröhlich

Anna Katharina Fröhlich, nata nel 1971 e cresciuta tra Francoforte e Monaco, non è nuova a storie che sconfinano nella vita vera. Per venticinque anni è stata legata a Roberto Calasso, il grande editore e scrittore che ha guidato Adelphi fino alla morte, nel 2021, e di cui è stata compagna, allieva, madre dei due figli Josephine e Tancredi. Ha raccontato quella storia nel memoir La trama dell’invisibile (Mondadori, 2025), il primo dei suoi libri tradotto in italiano dopo quattro romanzi pubblicati in Germania.

Ma Fröhlich, prima ancora che scrittrice e prima ancora che compagna di uno degli intellettuali italiani più influenti degli ultimi decenni, è una giardiniera appassionata – membro del consiglio d’amministrazione di Adelphi, sì, ma anche e soprattutto custode di un giardino a Mornaga che ha ereditato, insieme ai suoi segreti, da sua madre.

Scopri il nostro canale Telegram

Seguici su Telegram
Le news del libro sul tuo smartphone

Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati

Inizia a seguirci ora su Telegram Inizia a seguirci ora

Qualche elemento di trama

C’è una ragazza che vive come sospesa nel tempo, protetta dal silenzio di Le Pertuis, una tenuta nel Sud della Francia dove abita insieme agli zii, Lord e Lady Leslie. Non è il genere di donna che passa le giornate alla finestra aspettando un principe azzurro; il suo vero rifugio, lo spazio in cui respira davvero, è fatto delle pagine dei grandi libri e della cura del giardino.

Accanto a lei si muove la zia, un’anima ribelle, colta e meravigliosamente anticonformista, che le ha fatto da madre. Sono due donne che camminano fuori dai sentieri battuti, ciascuna a modo suo, legate da una complicità profonda e da somiglianze segrete che forse faticano a confessare anche a se stesse.

Ma quella quiete così protetta viene dolcemente spezzata. A bussare alla porta non è un pretendente, ma un richiamo che arriva da lontano: un invito a partire per l’India, per essere accolte da una famiglia sikh avvolta in una ricchezza che sembra uscita da una fiaba, dove le giornate scivolano via lente e solenni, tra feste e antichi rituali.

È a questo punto che la storia si accende, sprofondando nei suoni, nei colori e negli odori di un Paese che è incarnazione delle contraddizioni umane (e non).

In questo viaggio che rimescola le distanze e i destini, la protagonista compie la sua vera scelta di libertà. Decide di ignorare i salotti dell’alta nobiltà locale per lasciarsi catturare da qualcosa di infinitamente più autentico: il sorriso di un conducente di risciò, che diventerà la sua guida verso un domani tutto da scrivere e da desiderare.

L'odore dell'India di Pier Paolo Pasolini

Il desiderio, infatti, va nutrito, e Fröhlich lo sa bene. Le pagine del romanzo sono attraversate da una sensorialità quasi ingombrante: i profumi speziati delle cucine indiane, il riso al limone, i gamberetti fritti, l’aria satura di caldo e di clacson. Non si può raccontare l’India senza raccontarne l’odore, avrebbe detto Pier Paolo Pasolini, che in quel paese trovò materia per uno dei suoi libri più noti, L’odore dell’India (Garzanti) – un diario di viaggio in cui l’olfatto diventa la chiave più onesta per comprendere un luogo che si rivela attraverso i sensi prima ancora che attraverso il pensiero.

Fröhlich sembra muoversi sulla stessa lunghezza d’onda: il suo è un romanzo che si legge anche con il naso, con la lingua, con la pelle – dove ogni banchetto, ogni frutto, ogni stoffa diventa occasione di conoscenza, e non solo semplice sfondo esotico.

Il mestiere della precisione

C’è stato, nel pomeriggio a Mornaga, un momento in cui Fröhlich ha iniziato a leggere una lettera. Aveva la voce emozionata, beveva a piccoli sorsi un vino chiaro e freddo, mentre i grilli fuori si sgolavano e il fumo di qualche sigaretta si mescolava a quello, più acre, di un incenso.

Ha raccontato dei suoi viaggi sconvolgenti in un’India antica e arcaica, delle religioni, del cinema e della letteratura scoperti fin da bambina; una nostalgia divorante fatta di valigie d’argento pronte a partire per Nuova Delhi, di viaggi folli, uragani, marajà, domatori di serpenti e poeti erranti. “Tanti di quei ricordi si sono trasformati in trama, immagini e storie nella Tigre“, ha raccontato.

Ma la vera sorpresa è che a nutrire la scrittura non sono state le letture d’Oriente: mentre dava vita al libro, Fröhlich leggeva tutt’altro – i grandi russi, “come sempre nei mesi freddi” – e attraversava quel mondo lontano da una scrivania infreddolita, in un lungo inverno solitario, “attraverso gli occhi di un Gogol e di un Lermontov“, usando aggettivi e metafore come un tappeto volante.

 Anna Katharina Fröhlich nella foto di Claudio Sforza

Anna Katharina Fröhlich nella foto di Claudio Sforza

Ha raccontato di Čechov, che a quasi quarant’anni comprò un terreno per piantare, costruire, progettare.

E ha detto che sua madre – che era lì presente – le è servita, in molti dei suoi romanzi, come modello segreto:  “Come il gatto che per gratitudine depone un topo sulla soglia di casa del suo proprietario”, ha spiegato a ilLibraio.it, “così ho scritto i miei libri grazie a e per mia madre. Mi ha insegnato fin da bambina il mestiere della giardiniera e quello della felicità, mi ha portata nelle chiese, nei musei, nelle trattorie più belle d’Italia. È lei la vera tigre nel giardino“.

La scrittura “non è mai stata una questione di essere al passo con i tempi”

Ha evocato poi una stanza-voliera: una stanza ideale dove rifugiarsi e creare, una stanza sognata, che forse non può esistere, così circondata e quasi divorata dalla vegetazione da farti sentire dentro e fuori contemporaneamente. Ha parlato dei colori dell’India – una donna con il sari blu cobalto, i carri degli dei, i risciò – e dei pittori del Rinascimento che ha amato di più, Tiziano su tutti, e dell’immagine di Artemide, sempre con la freccia in mano, come metafora di come deve lavorare chi scrive: con la stessa precisione, la stessa mira. Trovare la metafora giusta. Il colore giusto. È tutto lì.

Le abbiamo chiesto, ancora, di parlarci del suo stile così anarchico e lento, controcorrente e lontano dalla fretta che divora il nostro secolo. Ma per Fröhlich la scrittura “non è mai stata una questione di essere al passo con i tempi”. Gli scrittori che ama di più – da Proust a Flaubert, da Čechov a Hofmannsthal, fino a Karen Blixen e Katherine Mansfield, la “banda degli imperdonabili” di cui scrisse appunto Cristina Campo – erano ossessionati dalla precisione.

Da questi “trappisti della perfezione”, ha detto, ha imparato l’arte della rinuncia al superfluo: perché molto spesso non è la metafora audace a essere superflua, ma l’espressione comune.

“La scrittura, come il giardino, esige totale devozione”

Gli imperdonabili Cristina Campo

Come il giardinaggio, anche la scrittura è per lei un lavoro di perfezionamento, esteriore e interiore insieme. E così come nulla rende più felici della conquista di un terreno arido e sassoso reso morbido e umido dal lavoro delle proprie mani, nulla, dopo ore alla scrivania, rende più felici della stesura finale di una pagina. “La scrittura, come il giardino, esige totale devozione“.

C’è, in questa idea, qualcosa che rimanda a Simone Weil – non a caso citata da Fröhlich come guida per capire il proprio mestiere: se non attraverso la vista, l’udito, il gusto, l’olfatto, il tatto e il desiderio, attraverso quali altri mezzi lo scrittore può conoscere e penetrare il mondo, per dare a ogni parola il massimo sapore?

Il sole, quella giornata a Mornaga, ha continuato a splendere e bruciare sulle statue coperte di muschio, mentre il profumo delle ciliegie si mescolava a quello dell’erba. E resta, di quel pomeriggio, la sensazione che la vera domanda – quella che La tigre nel giardino pone senza mai risolverla del tutto – non sia dove cerchiamo la felicità, ma con quanta attenzione siamo disposti ad aspettarla.

Scopri le nostre Newsletter

Iscrizione alla Newsletter
Il mondo della lettura a portata di mail

Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it

scegli la tua newsletter Scegli la tua newsletter gratuita

Fotografia header: Anna Katharina Fröhlich nella foto di Claudio Sforza

Libri consigliati