Arrivano il libreria le lezioni Dantesche di Franco Nembrini, docente di letteratura che porta Dante a teatro, in tv e nei centri culturali del Paese - Su ilLibraio.it un capitolo del libro

Si intitola In cammino con Dante il libro di Franco Nembrini, edito da Garzanti, un volume dedicato alla lettura e all’interpretazione della Divina commedia, per insegnare a capire Dante, ma non solo: per far sì che la sua poesia esca dalle accademie e torni a contatto con tutti gli italiani.

L’autore, che è stato docente di letteratura italiana in diversi licei e istituti tecnici, è anche stato presidente della Federazione Opere Educative e negli ultimi anni, a seguito della pubblicazione di diversi studi danteschi, tra cui Dante, poeta del desiderio, Itaca edizioni, è stato chiamato a parlare di educazione e di Dante in tutta Italia e all’estero, in particolare in Spagna.

Con questo libro l’autore, propone un’interpretazione di Dante che lo avvicini al pubblico contemporaneo, rendendolo accessibile a tutti e fornendo una chiave di lettura che permetta al lettore di riconoscersi nei valori espressi dal testo. Ne è un esempio la lezione dedicata all’iscrizione che aspetta il visitatore sulla porta dell’inferno; Nembrini spiega al lettore la necessità della dimensione infernale, la necessità del male contrapposto al bene, perchè l’inferno è necessario per garantire all’uomo la libertà.

Nella lezione dell’autore, l’inferno non è una vendetta divina, ma piuttosto una condizione necessaria per garantire la libertà di scelta: l’inferno ha origine nelle scelte umane, quelle sbagliate, che richiedono un’adeguata conseguenza; l’uomo è libero di voltare le spalle al bene, ma non di non pagarne il prezzo.

È così che Franco Nembrini interpreta Dante, inserendosi in una tradizione tutta italiana di letture della Divina Commedia, alle prese con le parole e gli insegnamenti del sommo poeta, una tradizione che ha visto all’opera personalità come Dario Fo, Vittorio Sermonti e Roberto Benigni.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo del libro:

 LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CH’INTRATE

Siamo finalmente all’ingresso dell’inferno. Cominciamo con l’inizio del terzo canto, celeberrimo:

‘Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapïenza e ’l primo amore.

Dinanzi a me non fur cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogni speranza voi ch’intrate.’

È l’iscrizione posta sulla porta d’ingresso, dove l’inferno presenta per così dire sé stesso. Con una conclusione terribile: «Lasciate ogni speranza». L’inferno è la fine di tutto, la fine della speranza, la fine di ogni possibile bene per la vita. Ma com’è possibile – mi chiedevano sempre i miei studenti – che Dio, se è infinitamente buono, infinitamente misericordioso, abbia creato l’inferno?

La risposta può essere una sola: se non ci fosse l’inferno, noi non saremmo uomini. Saremmo come il nostro cane e il nostro gatto, governati unicamente dall’istinto, dalla biologia, dall’ambiente, dalle forze naturali che muovono il resto della realtà. Non esisterebbe quel che ci caratterizza come uomini, che ci fa diversi dal cane e dal gatto: la libertà.

L’inferno è creato da Dio contemporaneamente all’uomo e alla sua libertà: se non ci fosse l’inferno vorrebbe dire che non ci sarebbe la possibilità di dire di no a Dio; perciò non ci sarebbe la libertà. Per questo l’inferno deve esserci. Per questo, dice Dante, «Giustizia mosse il mio alto fattore»: non è una questione di cattiveria, è una questione di giustizia. È che Dio ci ha creati liberi per davvero, ci ha resi così liberi che possiamo dirgli di no. Possiamo dirgli che non dipendiamo da lui. Che è il peccato di orgoglio di Lucifero: è l’orgoglio, reso possibile dalla natura libera della creatura, che genera l’inferno. È il peccato originale che lo costruisce; e Dio permette che questo accada per permettere la libertà. Certo, siamo davanti a un punto vertiginoso, l’aspetto più misterioso di tutta la concezione cristiana della realtà, come osserva anche don Giussani: «Come fa il Mistero a creare qualcosa che non si identifichi con Se stesso? Questo è il vero mistero! Tutto è, quindi, comprensibile, salvo una cosa che resta ancora fuori, che per la ragione è fuori da Dio: la libertà. La libertà è l’unica cosa che appare alla ragione come fuori da Dio».La libertà permette all’uomo di uscire, in un certo senso, da Dio, da cui pure tutto il suo essere dipende.

L’inferno allora non è, come troppo spesso ce l’hanno dipinto (e anche Dante, in un certo senso, in questo ha la sua fetta di responsabilità, ma solo perché troppo spesso è stato letto fermandosi alla superficie – le pene, i tormenti – senza andare al fondo di quel che voleva comunicare), la vendetta di un Dio capriccioso contro chi non ha voluto inginocchiarsi davanti a lui: l’inferno è l’uomo che, usando della libertà che Dio gli ha dato, può misteriosamente voltargli le spalle, dirgli “non so che fare di te, me ne vado da un’altra parte”. Solo che, se va da un’altra parte, l’uomo si mette contro la sua natura, si mette – abbiamo visto – contro sé stesso. Il dolore, il male dell’inferno allora non sono un castigo per così dire aggiunto da Dio: sono la conseguenza inevitabile di una posizione umana sbagliata, di una posizione che, negando la natura profonda dell’uomo, fatalmente agisce contro di lui.

Il fatto è che tutti i giorni ciascuno di noi sceglie per l’inferno o per il paradiso: tutti i giorni possiamo essere l’uno per l’altro inferno oppure consolazione. Possiamo essere l’uno per l’altro possibilità di cambiamento, guida verso la felicità e il destino come Virgilio per Dante; ma tutti i giorni possiamo anche essere l’uno per l’altro tormento, dolore, sofferenza: perché siamo liberi.

Del resto non si riesce nemmeno a immaginare un bene che sia necessitato: se il bene c’è, può essere solo libero. Non si può immaginare un amore obbligato, l’amore è per definizione gratuito. Perciò, se esiste il bene, deve esistere l’inferno, cioè la sua negazione, la possibilità di dire: “No, io questo lo rifiuto”. Questo è l’inferno, e questo annuncia la porta che Virgilio e Dante sono chiamati a varcare per entrare, per vedere che cosa diventa la vita quando gli uomini rifiutano la misericordia.

(Continua in libreria…)

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