Mollare tutto e partire con la famiglia, trovando il coraggio di tornare: "Siamo liberi", il nuovo libro di Elena Sacco - Su ilLibraio.it un estratto...

Esce in libreria per Chiarelettere Siamo liberi di Elena Sacco, il racconto di un lungo giro del mondo in barca con la famiglia e del coraggio di affrontare il ritorno alla vita quotidiana dopo sette anni, perché ogni viaggio vero si misura al ritorno.

Elena Sacco decide di mollare tutto, insieme al suo compagno Claus, un anno dopo aver visto la morte in faccia. Vendono la loro redditizia agenzia pubblicitaria e partono sulla barca a vela Viking, destinazione mondo. La ciurma è la famiglia: Claus, Elena, la figlia di sette anni Nicole e Jonathan, appena nato. La rotta è impostata su un altrove che sembra irraggiungibile: dal “paradiso” della Martinica alle contraddizioni di Cuba, dai pericoli di Panama all’incanto della Polinesia. Infine, Milano. Dopo sette anni infatti Elena decide di affrontare una nuova avventura: riportare a casa i figli. Fa rotta verso una normalità tutta da conquistare e scopre, tra fatiche e vittorie, che ogni viaggio vero si misura sul ritorno. E che mollare tutto non basta, occorre il coraggio di cambiare.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it ne pubblichiamo un estratto:

SIAMO LIBERI_copertina+fascetta

«Perché no?»

Milano, 1995

Naturalmente è stato Claus, fin dall’inizio.

«Ho trovato la barca.»

«Abbiamo già una barca.»

«Non una che può attraversare l’Atlantico. Non una su cui possiamo vivere.»

L’espressione corrucciata di Claus è sempre stata irresistibile: la faccia di un danese che ha appreso la mimica degli uomini del Sud Italia. Quando vuole ottenere qualcosa, poi, si fa ancora più devastante.

«Vivere?» ripetei stordita. Mi guardai intorno cercando un appiglio per pensare, e lo trovai, erano le mie stampelle. Non avevo ancora ripreso tutte le forze, dopo l’incidente. Eravamo negli uffici della nostra agenzia in via Tortona, una giornata intensa come sempre ma tutto sembrava regolare. Cos’era questa storia della barca? Ne avevamo una, certo, e la tenevamo al porto di Lavagna. Ci avevamo anche fatto un giro quell’estate, nonostante la mia mobilità dopo l’incidente fosse più che ridotta.

Claus mi mise davanti l’ultimo numero di «Bolina», una rivista nautica per duri e puri: niente foto e tutti servizi tecnici e utili a navigare e ai naviganti. Come se non occorressero altre parole, puntò il dito sulla pagina. «Vendesi Hallberg Rassy 38. Ottime condizioni. Visibile a Sanremo» recitava l’annuncio. «È la barca che ho sempre sognato» aggiunse Claus.

Per forza, lui è danese e la barca in questione era costruita in un cantiere svedese. Gli scandinavi possono anche detestarsi cordialmente da una nazione all’altra, ma quando si tratta di acquistare un bene durevole non si scappa: o è danese, o è norvegese, o è svedese. Campanilisti più dei francesi, i nordici hanno stima e fiducia solo dei loro marchi e delle loro aziende. Così come l’auto non può che essere una Volvo e la lavatrice una Electrolux, la barca non può che essere una Hallberg Rassy.

«E se invece di comprare una casa a Milano comprassimo una barca e ci girassimo il mondo?» Claus mi guardava fisso. «Se fosse questo il momento di cominciare a preparare il “mollo tutto”? Se la smettessimo di fare i pubblicitari in corsa a centocinquanta all’ora verso uno schianto che statisticamente prima o poi arriva? E se provassimo a leggere un messaggio chiaro e premonitore nello schianto che è capitato a te, che ci è capitato? Se provassimo a dare un colpo di coda a tutto questo cosiddetto ben di Dio che ci allontana sempre più? E se…»

Lì per lì scoppiai a ridere. Errore. Mai prendere sul ridere un danese incosciente ed eterno adolescente, per di più sradicato a vent’anni dalla sua terra, per di più hippy mai guarito, per di più artistoide e già sazio del gioco del piccolo pubblicitario, per di più… Per far la splendida risposi: «Perché no?».

Altro errore. Mi prese sul serio lui. Gli occhi gli si fecero luminosi come stelle polari. «Guarda» tirò verso di sé un blocco per gli appunti e prese una penna dalla mia scrivania, mentre lo fissavo da sopra lo schermo a colori del mio Mac ultimo modello.

«Guarda. Si può fare.»

Si mise ad abbozzare veloce sul blocco cifre e dati di un disegno preciso, che prendeva forma. Lo ascoltavo sopraffatta e al contempo conquistata, come sempre, dalla sua proverbiale razionalità e precisione nel realizzare progetti ambiziosi. Si è sempre buttato in una passione per diventarne rapidamente il più accanito fan e intenditore.

Finché dura… Ora eravamo davanti a questo passaggio: fine dell’art director; nascita del capitano di lungo corso. Guardavo le sue belle mani muoversi sulla carta e nella mia mente si faceva strada la spiegazione. Negli ultimi tempi le difficoltà lavorative quotidiane sembravano ingigantirsi. Il mondo della pubblicità andava a mille all’ora e noi faticavamo a tenere il passo, in quel clima da ostriche e champagne. In fondo l’anno prima il capo di Publitalia era andato al governo proprio grazie alle strategie di marketing che avevano fondato il suo impero.

Tutto era possibile. E Claus e io appartenevamo alla casta dei maghi.

L’APPUNTAMENTOGiovedì 15 ottobre Elena Sacco sarà alla Feltrinelli di Piazza Piemonte alle 18,30 per presentare il libro, in compagnia di Peter Gomez. Inoltre, in occasione di Bookcity, sabato 24 ottobre alle 14,30 l’autrice presenta il suo libro presso la Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri. Intervengono Enrico Bertolino e Kris Grove.

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