In "Resistenti" Todorov racconta le storie di otto personaggi che hanno scelto di rinunciare a un’esistenza tranquilla in nome di un amore incondizionato per la verità: da Malcom X a Edward Snowden, ecco chi, in epoche diverse, ha vissuto fronteggiando senza violenza i propri nemici - Su ilLibraio.it un estratto

Resistenti: storie di donne e uomini che hanno lottato per la giustizia è l’ultimo saggio di Tzvetan Todorov, in libreria per Garzanti: l’intellettuale bulgaro ci racconta otto storie di resistenza civile e politica di ribelli che in epoche diverse hanno vissuto fronteggiando senza violenza i loro nemici. I protagonisti di queste storie hanno scelto di rinunciare a un’esistenza tranquilla in nome di un amore incondizionato per la verità. Hanno rifiutato di sottomettersi tanto all’aggressore venuto da lontano quanto al demone interiore della vendetta. Con Resistenti, Tzvetan Todorov racconta la passione civile e i destini di dissidenti esemplari, di indomiti ribelli: Etty Hillesum, la giovane deportata ad Auschwitz, l’oppositrice antinazista Germaine Tillion, i grandi scrittori russi Boris Pasternak e Aleksandr Solženicyn, i paladini dei diritti dei neri Nelson Mandela e Malcolm X, il pacifista israeliano David Shulman, Edward Snowden, l’informatico che ha svelato l’attività di intrusione e spionaggio dell’amministrazione americana. E muovendo dai ricordi della sua personale esperienza vissuta sotto l’opprimente regime sovietico, fa rivivere sulla pagina uomini e donne che incarnano la scelta di privilegiare la felicità comune, la fede senza confini nella giustizia, il valore della forza di volontà. Otto vite straordinarie diventano così, nelle riflessioni di un grande maestro, l’occasione di un’analisi lucida e appassionata delle questioni politiche più significative dei nostri giorni, e una fonte di continua, attualissima ispirazione.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto del libro:

L’elemento comune a tutti i personaggi di cui racconto il destino è il rifiuto di sottomettersi docilmente alla costrizione. La loro decisione ha un risvolto negativo, implica il rifiuto di un obbligo imposto con la forza o accettato in silenzio dalla maggior parte della popolazione. Ma questo rifiuto è indissolubilmente legato a un impegno positivo perché la resistenza è un’affermazione. È un duplice movimento permanente, in cui l’amore per la vita s’intreccia inestricabilmente con la condanna di ciò che la corrompe. Resistere, in primo luogo, è una forma di lotta che uno o più individui esercitano contro un’azione, fisica e pubblica, condotta da altri esseri umani. Si tratta dunque necessariamente di un comportamento a posteriori, di una reazione che si oppone al male radicato nella società. Inoltre, chi rifiuta di sottomettersi non è un conquistatore, non aspira a instaurare una nuova forza dominante, non è il costruttore di una società ideale; il suo impegno è specifico: cerca di rifiutare la forza che vuole sottometterlo. Infine, l’uso di queste parole implica che il gruppo resistente dispone di mezzi inferiori a quelli del suo avversario. Per questi motivi i combattenti in questione non s’impegnano sul campo di battaglia, dove andrebbero incontro a una rapida sconfitta. A nessuno verrebbe in mente di definire «resistenti» i soldati di Napoleone che invasero l’Europa, tanto meno i soldati russi o inglesi che si opponevano, obbedendo agli ordini ricevuti; in compenso, i civili italiani e spagnoli, resistenti, danno vita a un movimento contro gli invasori. Durante la seconda guerra mondiale si parla di rifiuto, di ribellione e di resistenza nei territori occupati dai tedeschi, non nel caso dei militari che attaccano il Reich da Londra. Gandhi è un resistente, non il viceré britannico. Sono deboli che, senza odio né violenza, si oppongono ai forti, ai detentori del potere. A causa di questa posizione di debolezza e dei mezzi ai quali talvolta ricorrono, accade che siano definiti, almeno per un certo periodo, «terroristi»: non combattono come soldati regolari, ma adottano le tecniche della guerriglia. D’altro canto, il significato di questi termini è sufficientemente ampio per applicarsi a diverse forme di resistenza, alcune violente, altre no: la resistenza non è necessariamente militare.

«Resistente» assume anche un altro significato, non solo in opposizione a un avversario più potente, ma rispetto a forze impersonali che agiscono dentro di noi. Per esempio, si dice che ci si rifiuta di sottomettersi e che si resiste alla tentazione, o alle proprie passioni, o alla legge del minimo sforzo, o all’intolleranza e al risentimento che si sente crescere dentro di sé. […] Le persone di cui ho voluto analizzare il percorso e raccontare la storia vedono la propria virtù morale trasformarsi in strumento politico: fanno leva sulle proprie qualità individuali per intervenire nella sfera pubblica. […] Di fronte all’ingiustizia, all’oppressione, al terrore, queste persone si oppongono senza ricorrere ad altrettanta violenza, senza rispondere al male con il male, ma spostando lo scontro su un altro terreno. In questo modo, sfuggono al manicheismo e al conflitto violento, al desiderio di annientare l’avversario; tentano anche di andare oltre l’imitazione degli altri e la rivalità nei loro confronti. Questa forma di ribellione può trovarsi in continuità con una resistenza di tipo fisico, combattiva, ma in molti casi la prima si affranca dalla seconda, risultando addirittura più efficace. Gli esempi che ho preso in considerazione si riferiscono a tre situazioni di crisi, presentatesi nel passato recente o ai giorni nostri. Per cominciare, l’occupazione tedesca dei paesi europei, cui seguì la persecuzione degli ebrei e la repressione brutale di ogni velleità di autonomia, fatti che sono illustrati dalle vicende di due donne: Etty Hillesum nei Paesi Bassi e Germaine Tillion in Francia. Poi il regime comunista in Unione Sovietica, analizzato attraverso il destino di due scrittori che incarnano lo spirito di dissidenza: Boris Pasternak e Aleksandr Solženicyn. Infine, in tempi più recenti, alcuni casi che non appartengono a un contesto di guerra, né a una dittatura totalitaria, ma si riferiscono alla diseguaglianza stabilita tra due parti della popolazione: per esempio, la guerra d’Algeria, ancora una volta attraverso l’esperienza di Germaine Tillion; il regime di apartheid, con il filo conduttore del destino di Nelson Mandela; la discriminazione razziale negli Stati Uniti, evocata dall’esempio di Malcolm X; e il conflitto tra israeliani e palestinesi, dove mi limito all’attività di un israeliano che lotta per la pace e i diritti dei palestinesi: David Shulman. A ciò si aggiunge il caso dello statunitense Edward Snowden, che ha lanciato l’allarme contro il governo del proprio paese. Tutti questi personaggi condividono alcuni aspetti; in particolare ciascuno è impegnato simultaneamente nell’azione e nella riflessione, nella pratica e nella teoria: agiscono nella vita pubblica e al tempo stesso scrivono testi o pronunciano discorsi. Eppure, adottano atteggiamenti diversi, le loro scelte talvolta sono incompatibili. Alcuni si richiamano a una religione stabilita (il cristianesimo o l’islam), come Hillesum, Pasternak, Solženicyn, Malcolm X; altri, ancorché segnati da tradizioni religiose, si collocano nel quadro di una spiritualità laica: Tillion, Mandela, Shulman; quanto a Snowden, egli aderisce subito a una visione libertaria del mondo. Le loro forme d’intervento non convergono verso una matrice comune; per questo motivo, invece di elaborare un modello astratto, ho scelto di limitarmi al racconto di queste esistenze, preservandone cosi la singolarità. I loro nomi sono più o meno noti, ma le scelte etiche che hanno compiuto non sono state oggetto di tutta l’attenzione che meritano.

(continua in libreria)

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